Phygital: dove si incontrano il mondo fisico e quello digitale

Phygital è una parola che nasce dalla fusione di physical e digital, e descrive l’interazione – anzi, la fusione – tra queste due dimensioni. Se ne sente parlare sempre più
L’intelligenza artificiale è in grado di lavorare in ogni direzione. Eccetto quella della coscienza. È di questa che innanzitutto dobbiamo munirci per essere davvero insostituibili.
L’intelligenza artificiale è ormai parte integrante delle nostre vite. Dalla gestione dei dati alla pianificazione, dalla creatività alla scrittura, le AI sono diventate protagoniste di un progresso accelerato, sempre più simili a noi. Ma cosa le rende davvero “intelligenti”? E, soprattutto, cosa le distingue da noi? In un’epoca in cui le macchine sembrano fare tutto (o quasi), è il momento di porci la domanda più importante: che cos’è la coscienza e perché l’intelligenza artificiale non può possederla?
Oggi il dibattito su intelligenza artificiale e coscienza è più attuale che mai. Le nuove tecnologie, dotate di reti neurali e sistemi di apprendimento automatico, riescono a imitare comportamenti umani con una precisione sorprendente. Possono scrivere testi, generare immagini, risolvere problemi e apprendere dai dati. Addirittura, un ingegnere Google ha affermato che LaMDA, un modello linguistico, fosse senziente.
Al di là di queste affermazioni estreme, ci troviamo davanti a una realtà che mette in discussione il nostro posto nel mondo del lavoro e nella società. Le AI eseguono compiti specifici con precisione e velocità ineguagliabili. Ma questa efficienza porta con sé un dubbio: possono mai davvero essere come noi?
Per approfondire questi scenari, vale la pena leggere anche Intelligenza artificiale: nemica o alleata?, che esplora le sfide di convivenza con queste tecnologie.
L’AI può davvero avere una coscienza o si limita a simularla? È questo il nodo fondamentale. La coscienza, infatti, non è solo l’elaborazione di informazioni o la risposta a stimoli. È consapevolezza di sé, del proprio vissuto, del tempo e del significato delle esperienze.
Le AI non hanno intenzionalità. Non desiderano, non soffrono, non provano gioia. Possono “parlare” di dolore, ma non sentirlo. Simulano empatia, ma non la vivono. C’è una differenza radicale tra programmare una risposta e sperimentare un’emozione.
Il tema è al centro anche dell’interrogativo posto in Siamo pronti alla super AI?, dove si riflette sui limiti e sulle potenzialità delle intelligenze artificiali avanzate.
Nel confronto tra coscienza e intelligenza artificiale, emergono caratteristiche che segnano un confine netto tra mente umana e sistemi automatizzati:
Per chi è interessato a un punto di vista più neuroscientifico, consigliamo Il sogno dell’Human Brain Project resiste, che affronta il tentativo di simulare il cervello umano attraverso l’AI.
Uno dei temi più affascinanti è il rapporto tra AI e creatività. Le macchine possono generare testi, musica, arte. Ma si tratta di creatività vera o solo di una raffinata imitazione?
La differenza sta nell’origine del processo. L’essere umano crea per esprimere, per significare, per connettersi con gli altri e con sé stesso. Lo fa spinto da passioni, ricordi, esperienze personali.
L’AI, invece, genera contenuti analizzando miliardi di dati e identificando pattern. Non ha ispirazione, non ha intuizione, non ha emozioni. La sua creatività è un riflesso, non una voce originale.
Di fronte all’avanzata tecnologica, ciò che davvero ci rende insostituibili sono le nostre competenze trasversali. In un mondo dove l’AI eccelle nell’efficienza, sono le soft skills a fare la differenza:
Sono abilità che nessuna macchina può replicare davvero. Perché si fondano su esperienze vissute, sulla consapevolezza e sull’umanità.
Il filosofo Martin Heidegger distingueva tra pensiero calcolante e pensiero meditante. Il primo è razionale, misurabile, efficiente: è il pensiero delle macchine. Il secondo è riflessivo, profondo, aperto all’ambiguità e al mistero.
Il pensiero calcolante permette all’AI di ottimizzare, prevedere, pianificare. Ma solo il pensiero meditante consente di attribuire significato, di interrogarsi sul senso delle cose, di percepire la complessità dell’esistenza.
Per una riflessione più ampia sull’immaginario legato alla tecnologia, può essere utile l’articolo Il mito delle macchine, che esplora il rapporto tra uomo, tecnica e simbolo.
Il confine tra coscienza e intelligenza artificiale non è fisso, ma aperto. Siamo in un tempo di trasformazione, in cui cooperazione e sostituzione si intrecciano.
L’intelligenza artificiale può essere una straordinaria alleata: ci libera da compiti ripetitivi, ci supporta nelle decisioni, ci offre nuove possibilità. Ma non potrà mai sostituire ciò che ci rende umani: la coscienza, la sensibilità, la capacità di attribuire significati profondi al mondo.
E allora, per restare rilevanti, non dobbiamo solo imparare a usare le macchine. Dobbiamo coltivare ciò che esse non possono diventare.
L’intelligenza artificiale è in grado di lavorare in ogni direzione. Eccetto quella della coscienza. È di questa che innanzitutto dobbiamo munirci per essere davvero insostituibili.
*Articolo pubblicato a settembre 2022 e sottoposto a successive revisioni