Rivalutiamo i rumori di fondo

Well being


Rivalutiamo i rumori di fondo

Nel giusto dosaggio, che varia a seconda della soglia di tolleranza di ciascun individuo, distraggono il cervello e aiutano la creatività. Così nascono i noise generator tecnologici.

Nella tecnologia digitale – o meglio: nell’immaginario collettivo riguardo la tecnologia digitale – il rumore di fondo è sempre indice di qualcosa che non va. Un disturbo, il segnale di un malfunzionamento. Qualcosa che rompe il placido fluire binario di una quotidianità apparentemente sempre più anestetizzata e ovattata. La realtà in effetti è un po’ diversa. Soprattutto la realtà di questi ultimi, caotici anni. I cosiddetti background noise hanno acquistato una insospettabile importanza, passando dall’essere qualcosa da eliminare (chi si ricorda il leggendario “tasto dolby” degli stereo anni 80?) a coadiuvanti della concentrazione e fattori di relax.

Tanto è vero che la stessa Apple – l’avatar della tecnologia linda, impeccabile, quasi sacrale – ha lanciato insieme al sistema iOS15 una app che si chiama proprio così: background noise. Una feature che genera a richiesta dei suoni ambientali finalizzati a “aiutare l’utente a ritrovare focus e benessere mentale”, o addirittura a sottolineare e magari amplificare determinati stati d’animo. Si può scegliere tra sei categorie: balanced noise, bright noise, dark noise, ocean, rain, river. Amniotici effetti “acquatici”, come si deduce dai nomi, ma anche (nel caso dell’inquietante “dark noise”) il rumore dell’universo che implode. O almeno così sostiene chi l’ha creato.

Trincea mentale

Nella realtà iperconnessa attuale, in cui gli individui sono esposti a decine di distrazioni sonore continue (si pensi solo alle notifiche dei vari device a disposizione), il rumore di fondo naturale diventa in questo modo trincea mentale invece che banale e fastidiosa interferenza. Niente di così nuovo, in fondo. Al centro della filosofia di correnti musicali come la new age e l’ambient – così come l’aveva codificata già negli anni 70 Brian Eno – c’è sempre stata un’idea di questo tipo, per quanto ancora spesso strutturata secondo regole armoniche. E del resto gli adolescenti sono esperti da tempo della questione essendo grandi consumatori di musica “lo-fi”, vale a dire tappetini ambientali e ripetitivi che lasciano scorrere in sottofondo sul computer mentre studiano (a questo proposito è singolare la trasformazione del termine rispetto alla generazione precedente: per i giovani degli anni 90 il “lo-fi” era un genere di musica punk/indie connotata appunto dalla bassa fedeltà, da una sporcatura dei suoni che allontanava intenzionalmente dal godimento estetico puro e semplice). Ciò che è paradossale è il fatto che l’utilizzo della applicazione lanciata da Apple venga consigliato anche mentre si ascolta musica. Una sovrapposizione impensabile fino a qualche decennio fa, l’esatto opposto di qualunque buona norma dell’alta fedeltà. Interessante indizio sulla mutazione antropologica e sensoriale cui senza neppure accorgercene ci siamo consegnati.

 Al di là delle abitudini di ascolto, si tratta di una tendenza che, come moltissime altre cose, la pandemia degli ultimi due anni ha per certi aspetti interrotto o comunque resa problematica. Si prenda ad esempio la situazione tipica di chi ha dovuto passare dal lavoro in un ufficio (o in spazi di co-working) allo smart-working casalingo. Nel primo caso si è costantemente immersi in rumori di fondo, a tal punto che la mente impara a gestirli catalogandoli e dando loro un ordine di priorità rispetto a “quanto” possono disturbare. Dai suoni delle fotocopiatrici al tlic tlac di chi digita dal pc di fianco, dal rumore degli impianti di condizionamento alle chiacchiere dei colleghi passando per i cosidetti “halflogs” (le conversazioni telefoniche altrui delle quali, com’è ovvio, possiamo sentire solo una metà, con un particolare effetto distraente dato che il cervello non può anticipare il momento in cui la voce che si sta ascoltando parlerà). Trovandosi a lavorare da casa molti hanno sostituito questi rumori di fondo con pianti di bambini, guaiti del cane, lavatrici che fanno il ciclo, citofonate del corriere di Amazon e richiami del partner, ma molti altri al contrario sono piombati in una disturbante assenza di suoni.

L’assordante silenzio non è solo il classico esempio di ossimoro usato sciattamente
, ma una situazione che chiunque ha sperimentato, e che può essere altrettanto angosciante e disruptive delle cacofonie quotidiane, se non addirittura di più. Ecco quindi giungere in soccorso i background noise generati digitalmente, da abbinare al proprio mood del giorno, al proprio carattere, alla capacità di concentrazione (che ovviamente varia da persona a persona) o al tipo di impegno lavorativo da sbrigare.

Alla ricerca di un giusto equilibrio

C’è un livello ottimale nel rapporto tra funzionamento del cervello e rumori di fondo (genericamente definiti “white noise”): troppo rumore mette sotto stress, troppo poco può paralizzare e causare angoscia. Nel giusto dosaggio, che varia a seconda della soglia di tolleranza di ciascun individuo, può invece distrarre il cervello in maniera virtuosa, obbligandolo a pensare lateralmente e a trovare soluzioni diverse, istigando quindi alla creatività.

Ciò che rende rassicuranti questi sfondi auditivi è la loro ripetitività, e qundi la loro prevedibilità. Il che riporta a quella naturalità fatta di cicli immutabili che connota l’attitudine zen tipica, appunto, delle filosofie new age e delle strategie di mindfullness. L’unica differenza è che in questo caso la fonte è l’esatto opposto del naturale, trattandosi di un algoritmo.

D’altra parte di noise-generator se ne possono trovare a migliaia sul web: per studiare, concentrarsi, riflettere, dormire. A ciascuno il suo rumore. L’artificiosità di queste soluzioni indotte cozza proprio contro la naturalità e imponderabilità dei suoni ambientali, ma nell’era del virtuale e della simulazione anche questo ha un suo senso. L’essenziale è che lo sfondo audio non porti con sé troppe informazioni da decodificare. Come per esempio fa la musica, che quindi non è affatto l’ideale – checché se ne pensi – come strumento per concentrarsi. A proposito di musica, chiudiamo il cerchio con una celebre dichiarazione di​ John Peel, il leggendario dj inglese della BBC. Volendo difendere l’imperfezione an​alogica del vinile contro la perfezione digitale del cd, disse: «Sì, il vinile ha un ineliminabile fruscio di fondo, e quindi? È la vita che ha un rumore di fondo, a me piace». Non crediamo intendesse esattamente il simulatore della pioggia della app di iOS15, ma il concetto resta comunque valido.

Copywriter, giornalista, critico musicale e docente di comunicazione. In pubblicità ha ideato campagne per brand come Fiat, Sanpaolo Intesa, Lancia, Ferrero, 3/Wind. Insegna comunicazione presso lo IAAD di Torino e la Scuola Holden. Collabora con testate quali Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Rumore. Ha scritto e tradotto diversi volumi di storia e critica musicale per case editrici come Giunti e Arcana.​