Il lunedì è questione di prospettive

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Dopo l’approvazione della Nature Restoration Law, la prima legge per il ripristino degli ambienti naturali a livello europeo, emergono le criticità. Changes ne ha parlato con Francesco Ferrini, ordinario di Arboricoltura all’Università di Firenze.
Si chiama Nature Restoration Law la prima legge europea sulla natura che è stata approvata a novembre 2023. L’obiettivo è il ripristino della natura che rappresenta un passo avanti fondamentale per la salvaguardia della biodiversità e la lotta contro il cambiamento climatico. Recenti stime indicano infatti che l’80% degli habitat naturali sono in cattive condizioni, il 10% delle specie di api e farfalle rischiano l’estinzione, il 70% dei suoli sono in condizioni insalubri.
La nuova legge europea impone che entro il 2030 almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’UE sia sottoposto a interventi di ripristino, con l’obiettivo di raggiungere il 30% entro il 2040 e il 90% entro il 2050. Sono previste inoltre la riduzione del 50% nell’uso dei pesticidi chimici entro il 2030, con divieto di tutti i pesticidi nelle aree sensibili quali le aree verdi urbane e aree ecologicamente sensibili per gli impollinatori, e l’eliminazione delle barriere fluvialiper almeno 25.000 km di fiumi di qui al 2030. Senza queste misure per l’UE è impossibile raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica previsto per il 2050, un goal che si basa in parte sullo stoccaggio di CO2 nel suolo e nelle foreste. Non mancano però le criticità di questo provvedimento, Changes ne ha parlato con Francesco Ferrini, ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’università di Firenze.
Quali sono le criticità?
Partirei dalla tempistica – sottolinea Ferrini – che non tiene conto delle variazioni locali degli ecosistemi e delle capacità finanziarie degli attori coinvolti, o dai criteri di controllo rigidi, quali il numero di farfalle. Un aspetto non secondario della legge è rappresentato dall’improbabilità che tutti gli Stati membri dell’UE riescano a rispettare gli obiettivi fissati dalla Nature Restoration Law entro la scadenza prevista. È prevedibile quindi che l’Europa si muova a più velocità, con alcuni Stati in grado di raggiungere gli obiettivi previsti entro la scadenza, grazie a politiche e pratiche di conservazione e ripristino già in atto, e altri in difficoltà. In risposta a questa eterogeneità di situazioni, potrebbero essere previste deroghe o flessibilità nei termini di attuazione della legge per alcuni Stati membri. Tuttavia, è importante che queste deroghe siano concesse solo in casi eccezionali e che non compromettano gli obiettivi complessivi di conservazione e ripristino degli ecosistemi.
Più natura uguale meno cibo è la critica mossa da più parti. Cosa c’è di vero?
Nature Restoration Law ha subito critiche feroci da parte di politici conservatori e di gruppi di pressione che rappresentano i settori dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, secondo i quali le nuove regole chiedono troppo agli agricoltori europei in un momento in cui sono già alle prese con l’aumento dei costi e le conseguenze della guerra in Ucraina. A loro dire, un sovraccarico di lavoro per adeguarsi alle norme metterebbe a rischio la sicurezza alimentare dell’UE. In realtà il ripristino degli ecosistemi può contribuire alla produzione alimentare in modi diversi. Da un lato la promozione di pratiche agricole sostenibili e la conservazione della biodiversità possono migliorare la fertilità del suolo, ridurre l’erosione e aumentare la resilienza delle colture agli stress ambientali, contribuendo così a mantenere o addirittura migliorare la produzione alimentare nel lungo termine. E non dimentichiamo che gli ecosistemi biodiversi tendono anche a essere più resilienti agli eventi estremi dettati dal cambiamento climatico, come siccità, alluvioni e incendi forestali. Dall’altro la protezione e il ripristino della natura possono contribuire alla diversificazione delle fonti di reddito per gli agricoltori, attraverso il turismo naturale o i pagamenti per il ripristino ambientale.
Questo cosa significa?
Lo possiamo leggere in un documento della Commissione europea: ogni euro investito a beneficio della natura apporta alla collettività un valore economico compreso tra 8 e 38 euro, grazie a un impatto sull’ecosistema che favorisce la sicurezza alimentare, la resilienza degli ambienti naturali, la salute umana e l’attenuazione dei cambiamenti climatici.
Il limite di questi interventi, tuttavia, è che, se la tutela della biodiversità può contribuire ad attenuare gli effetti del cambiamento climatico, grazie al ruolo delle piante nell’assorbire e immagazzinare il carbonio atmosferico, nel proteggere il suolo dall’erosione, nel facilitare l’impollinazione delle colture, essa da sola non basta contro il climate change.
Cosa servirebbe?
È necessario adottare un approccio integrato che includa in primis la riduzione delle emissioni di gas serra, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la promozione di pratiche sostenibili in tutti i settori, compresa l’agricoltura e l’industria. Se questo avvenisse, anche le azioni locali potrebbero avere un impatto significativo, specialmente se integrate in un quadro più ampio di politiche di conservazione e gestione sostenibile delle risorse naturali a livello globale. Peccato che, nonostante l’evidente progresso rappresentato dalla nuova legge europea, un accordo vincolante per tutti i Paesi del mondo non sia neppure all’orizzonte. E il 2050 non è poi così lontano.