Consenso sessuale, educazione e nuove norme: come costruire relazioni sane
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Viviamo in un mondo che promette velocità assoluta, ma ci lascia sempre senza fiato. Tra tecnologia, attenzione frammentata e maratone quotidiane, forse il vero progresso è imparare quando accelerare… e quando rallentare. Perché il lusso non è avere più tempo, ma saperci stare dentro.
Qualche settimana fa ero in treno. Davanti a me, un ragazzo sui vent’anni: cuffie wireless, laptop sulle ginocchia e l’aria di chi ha troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle. A un certo punto solleva lo sguardo dal telefono, sbuffa e dice ad alta voce: “Ma com’è possibile che il Wi-Fi ci metta così tanto ad attivarsi? Sono già passati venti secondi.” Venti secondi. Il tempo di legare una scarpa, di mandare un messaggio, di scegliere una canzone. Per lui, però, era un fallimento tecnologico. Anzi, peggio: un affronto personale.
L’ho guardato. E mi sono chiesto: quando abbiamo iniziato a considerare “ritardo” tutto ciò che non è immediato?
Forse è successo quando le tecnologie hanno iniziato a prometterci l’opposto: velocità, ottimizzazione, efficienza assoluta.
Ogni oggetto che usiamo sembra dirci la stessa cosa:
“puoi farlo in meno tempo”
“ci penso io”
“tu resta fermo sul tuo divano (ma mi raccomando: non smettere di correre)”
Le piattaforme di videoconferenza eliminano gli spostamenti.
Il delivery ci porta la spesa a casa.
I’AI riduce il lavoro ripetitivo.
I robot puliscono mentre noi siamo altrove.
E va bene così. È progresso, è comodo, è utile. Il problema non è la velocità. Il problema è come riempiamo il tempo che ci restituisce. Tempo che, invece di diventare spazio mentale, trasformiamo in altri blocchi da ottimizzare. In altri micro-task. In una corsa che, a ben guardare, non porta da nessuna parte.
Se non al consumo completo delle nostre energie. Il mondo ci libera tempo… e noi non sappiamo più cosa farcene.
Gli studi neuroscientifici lo stanno dicendo da tempo: l’esposizione continua a contenuti brevi e frammentati – reels, shorts, feed infiniti – sta ridisegnando la soglia di attenzione. La mente si abitua al microstimolo: veloce, brillante, istantaneo.
Risultato?
E non riguarda solo i più giovani: riguarda tutti noi. Basta osservarci mentre scrolliamo il telefono guardando la TV, rispondiamo a un messaggio mentre mangiamo, o guardiamo l’orologio mentre aspettiamo l’ascensore… non sappiamo più a chi dare la nostra attenzione.
Il punto è che il nostro cervello non si è evoluto per vivere così. Non è stato costruito per interpretare stimoli continui, cambi di contesto, notifiche a raffica. È fatto per una cosa alla volta. Per interazioni lente, con pause naturali. Per passaggi graduali, non per scatti continui. Gli antropologi lo ripetono da anni: siamo animali di ritmi, non di algoritmi. E invece viviamo immersi in un ambiente che funziona alla frequenza opposta: più veloce, più rumoroso, più esigente. Non sorprende quindi che stress, saturazione mentale e ansia di essere sempre connessi siano diventati la colonna sonora delle nostre giornate.
C’è una cosa che ripetono sempre gli appassionati di corsa (quelli veri, in scarpe da ginnastica e pettorale):
Run slow to run fast. Tradotto: se vuoi correre una maratona sotto le 3 ore, una buona parte dei tuoi allenamenti deve essere nella cosiddetta Zona 2: corsa lenta, piacevole, a un ritmo sostenibile. È quel ritmo che costruisce il volume. Ed è da lì che nasce l’accelerazione.
Correre ha senso solo se sappiamo rallentare. Se usiamo la velocità per togliere il superfluo, e la lentezza per dare valore a ciò che resta. Non dobbiamo diventare asceti digitali né rifiutare il progresso. Dobbiamo riconoscere che il tempo liberato è un capitale. E, come ogni capitale, può essere usato bene o male. Se lo riempiamo di altra velocità, lo stiamo sprecando.
Come investirlo nel modo giusto? Non esistono regole universali, ma qualche consiglio sì:
Il vero lusso non è avere più tempo – è saperci stare dentro. Nessuno vuole un mondo che si muove al rallentatore. Ma nemmeno uno che corre così in fretta da toglierci il fiato. La chiave è imparare a compartimentalizzare: accelerare quando serve, rallentare quando ne abbiamo bisogno. In altre parole: dare tempo al tempo. E, soprattutto, accorgerci di ciò che facciamo mentre lo facciamo. Non per vivere ai margini della velocità, ma al centro della nostra vita.