Neurodivergenza e funzionamento neurodivergente
Negli ultimi anni, il modo in cui guardiamo alla mente umana sta attraversando una rivoluzione silenziosa ma profonda. Non si tratta solo di nuove scoperte scientifiche, ma di un r
La psicologa e psicoterapeuta Caterina Di Chio racconta perché il “sì” deve essere libero, informato e revocabile, e come adulti e giovani possano imparare a riconoscere desideri, limiti e responsabilità nelle relazioni affettive e digitali.tà nelle relazioni affettive e digitali.
Infuriano le polemiche per la modifica del testo della legge contro la violenza sulle donne in Senato. «L’atto sessuale – si legge adesso – è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Di fatto la formula «consenso libero e attuale» della prima versione su cui era stata trovata la quadra, è scomparsa: un passo indietro secondo le opposizioni. Intanto numerose notizie riportano casi di violenze e prevaricazioni in particolare tra i più giovani. Proprio di consenso, e della sua importanza nella costruzione di relazioni sane, Changes ha parlato con Caterina Di Chio, psicologa clinica e psicoterapeuta esperta in educazione sessuale, autrice di Chiedimi se lo voglio. Promuovere il consenso rispettando sé stessi e gli altri (Erickson).
Lei sostiene, come la nuova legge, che il consenso è “dinamico e revocabile”: un sì dato una volta non è un sì per sempre. Perché è fondamentale sentirsi liberi di cambiare idea in qualsiasi momento del rapporto, anche quando lo si è già iniziato? E come risponde a chi teme che chiedere il consenso in un rapporto intimo possa “togliergli naturalezza” o spontaneità?
Il consenso è dinamico perché non è detto che ciò che oggi ci piace e ci fa stare bene ci piaccia anche domani. È revocabile perché, se impariamo ad avere rispetto per noi stessi e per l’altra persona, accettiamo di poter cambiare idea. Può succedere che una persona, vivendo una certa esperienza, si renda conto che le sensazioni e le emozioni che prova non siano quelle che aveva immaginato e che senta il bisogno di assecondare ciò che i segnali del suo corpo suggeriscono. Questa è naturalezza: poter esprimere, attraverso i segnali non verbali e, per evitare fraintendimenti, attraverso le parole, le proprie preferenze e negoziarle nella coppia, trovando la sintonia e l’incontro migliori per entrambi.
Che differenza c’è tra accettare e scegliere un rapporto? Come possiamo aiutare i giovani a distinguere tra le due cose?
Capita che una persona accolga una proposta accettandola passivamente, cioè senza provare vero desiderio e sentirsi a proprio agio. Accade per svariate ragioni: perché non abituati all’ascolto di sé e a chiedersi che cosa ci piace e ci fa stare bene davvero. Ma anche perché talvolta si preferisce piuttosto essere accettati dal gruppo di appartenenza che dare valore a sé stessi, o ancora, per paura di deludere o di far stare male l’altra persona o, ancora, perché chi ci fa la proposta ci fa sentire sbagliati e non all’altezza se non la assecondiamo. Prima di avventurarsi in una nuova esperienza è sempre prezioso chiedersi: “me la sento?”, “è ciò che desidero?” “lo desidero davvero in questo modo?” E ricordarsi che ascoltandosi si dà valore alla propria persona e anche a quell’incontro. Una relazione è tanto più significativa, e un sì tanto più vero, quanto più accetta il no, il non adesso, il sì ma non così. Tanto più quanto contempla la negoziazione e la ricerca di una mappa condivisa basata sul rispetto e la reciprocità.
Quali consigli pratici dare ai ragazzi per tollerare la frustrazione del rifiuto e non insistere o manipolare l’altro?
Accettare il “no” non è mai semplice. Già da piccoli sperimentiamo la fatica di ricevere un no, di qualcuno che ci pone un limite. Imparare a gestire il “no”, con tutte le emozioni che a esso si accompagnano (rabbia, frustrazione, tristezza) è necessario per sapere affrontare la vita: di fronte ad un ostacolo, una limitazione ai nostri desideri, possiamo disperarci e rimanere bloccati, arrabbiarci e mostrare disappunto, oppure possiamo imparare ad accettarlo e reinventarci creativamente, guardando altrove e oltre.
La stessa cosa accade nelle relazioni. Quando l’altra persona ci dice “no”, ci rifiuta, ci lascia, possiamo provare emozioni intense e spiacevoli. È necessario accoglierle e prenderci cura del dispiacere, di ciò che ci fa stare male, parlarne con qualcuno, confidarci, senza il timore di mostrarci deboli. In amore, e nella sessualità, possiamo proporci ma non imporci, né tantomeno insistere e manipolare per ottenere ciò che vogliamo. Concretamente, abbiamo il dovere di riconoscere che davanti abbiamo una persona, con i suoi desideri. Quando sono diversi dai nostri, abbiamo il dovere di rispettarli.
In che modo l’uso dei social media e delle chat influisce sulla capacità di dare e accettare il consenso, soprattutto quando si parla di scambi di foto intime?
Sui social le persone sono distanti fisicamente. Entrano in contatto attraverso uno schermo, che non aiuta a leggere i segnali fisici ed emotivi che facilitano la connessione con l’altro. Talvolta, in adolescenza, pensando di sentirsi più protetti dallo schermo stesso, vengono inviate foto intime senza riflettere sulle implicazioni e sui rischi che il mezzo stesso amplifica. Una deresponsabilizzazione, quella digitale, che rischia di esporre a rischi. Lo schermo poi non garantisce che a maneggiare quel materiale sia proprio la persona a cui lo si è inviato. In ultimo, l’invio di immagini e video, non contempla i due criteri preziosi del consenso: la dinamicità e le revocabilità. Perché una volta inviati, la persona potrebbe cambiare idea e pentirsene, ma non poter più ovviare all’invio.
Lei parla di “occhiali sociali” imposti dalla cultura. Perché l’uso di due pesi e due misure per maschi e femmine ostacola lo sviluppo di relazioni sane e basate sulla parità di genere?
Le lenti sociali sono quelle attraverso cui guardiamo e interpretiamo il mondo. Naturalmente, le lenti sociali, o lenti della cultura, condizionano il modo in cui ci comportiamo e leggiamo i fatti. Gli stereotipi di genere e l’oggettivazione sessuale, per esempio, ci influenzano: cosa ci aspettiamo dalle ragazze e dai ragazzi? Come guardiamo al corpo delle persone? Come interpretiamo le esperienze a seconda che a viverle siano ragazze o ragazzi? Il lavoro educativo contribuisce a rendere queste lenti sempre meno deformanti.
Quali sono i passi pratici che raccomanda agli adulti (genitori, insegnanti, educatori) per offrire una prevenzione attiva?
Alle figure adulte che aiutano le persone a crescere, suggerisco prima di tutto di porsi alcune domande: cos’è per me il consenso? Quanto sono capace di dare valore ai miei desideri e di dire di no, anche quando una persona insiste o ha più potere di me? Come e dove l’ho imparato o cosa me lo rende difficile? Accetto che gli altri mi dicano di no? Sono capace di ascoltare i segnali del corpo, bussole per fare scelte libere e consapevoli?
Prima di tutto, infatti, gli adulti sono un esempio con il loro atteggiamento e il loro comportamento. Più di tante parole serve l’esempio, come sempre in educazione. Per portare qualche suggerimento pratico: è importante che gli adulti considerino le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, persone dotate di un loro mondo interno: di emozioni, di idee e pensieri, di desideri e volontà. E che li allenino a riconoscerli ed esplorarli. Che chiedano loro “Cosa ti piace?” e quando possibile “Quali sono le tue preferenze?” allenandoli alla scelta, affinché la loro bocca pronunci ciò che il loro corpo desidera e la loro mente ritiene in sintonia con i propri valori. I genitori devono ricordare che il corpo dei loro figli è prezioso, va trattato con cura e che confondere il maltrattamento con l’amore (ti ho dato una sberla perché ti voglio bene) getta le basi al non sapersi proteggere. Infine, chiunque abbia a cuore la crescita e lo sviluppo delle persone, deve interrogarsi su come commenta gli episodi di bullismo, di bodyshaming, di molestia e di violenza: minimizza e normalizza, attribuendo magari la colpa a chi ha subito, o se ne prende cura con responsabilità? Perché, la prevenzione si costruisce anche “guardando in avanti” e osservando le persone adulte a cui le ragazze e i ragazzi possono scegliere di assomigliare o da cui decideranno di differenziarsi.
Chiudiamo con la nuova legge sul consenso: qual è il suo giudizio in merito?
Sono speranzosa. La legge è un passo necessario ma, naturalmente, non sufficiente. L’educazione e la prevenzione sono azioni indispensabili che possono modificare la cultura e costruire nuove narrazioni. La scuola, per esempio, è il luogo da cui partire per generare cultura coinvolgendo anche le famiglie affinché la comunità educante diventi una: un villaggio per crescere.