Cro: l’esperto dei rischi urbani

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Cro: l’esperto dei rischi urbani

Le principali metropoli del mondo stanno affidando ai chief resilient officer il compito di preparare le città a resistere a shock di natura climatica e sociale. Il caso di Milano.

Le principali metropoli del mondo stanno affidando ai chief resilient officer (Cro) il compito di preparare le città a resistere a shock di natura climatica e sociale. Il caso di Milano.

Per la prima volta nella storia dell’umanità oltre la metà della popolazione mondiale vive nei centri urbani. Entro il 2050 questa percentuale schizzerà in alto toccando il 68%. A dirlo l’ultimo rapporto World Urbanization Prospects 2018 realizzato dal dipartimento Affari economici delle Nazioni Unite. Si tratta di numeri impressionanti che non possono essere ignorati da chi è investito di responsabilità di governo, non solo a livello nazionale ma anche, se non soprattutto, in ambito locale. Non è un caso quindi se gli amministratori delle aree urbane più importanti del mondo abbiano iniziato a studiare strategie per mettere al riparo la popolazione da eventi inaspettati e potenzialmente rischiosi come i cambiamenti climatici, l’instabilità economica, la scarsità di risorse. Il compito di portare a fattore comune tutte le iniziative che puntano a sciogliere questi nodi è affidato al Cro, acronimo che sta per chief resilient officer. Di che si tratta? Di un consulente di alto livello, che riferisce direttamente al sindaco della città, il cui compito principale consiste nel massimizzare l’innovazione e minimizzare l’impatto di eventi imprevisti.

Alcune grandi metropoli che puntano a diventare “resilienti”, ovvero in grado di pensare a uno sviluppo nuovo capace di rendere i centri urbani pronti ad affrontare i cambiamenti climatici ma anche quelli sociali, culturali, economici, strutturali, hanno deciso di aderire al progetto “100 Resilient cities” finanziato con 100 milioni di dollari dalla Rockfeller Foundation. I Comuni italiani che hanno deciso di accettare la sfida sono Roma e Milano.  

Ma in cosa consiste nel dettaglio il lavoro del Cro, e che preparazione deve avere questo manager del rischio cittadino? Changes lo ha chiesto al chief risk officer del capoluogo lombardoPiero Pelizzaro. Vicentino, 35 anni, in carica da poco più di un anno, Pelizzaro spiega che «non esiste una formazione specifica per ricoprire questo ruolo. Si tratta di una figura eclettica, versatile, trasversale. Per esempio, io sono laureato in Scienze internazionali diplomatiche e in Economia dell’Unione europea e ho svolto un master in Gestione professionale delle utilities oltre ad aver portato a termine un progetto di ricerca alla Iuav di Venezia in ambito urbanistico. In sostanza lo scopo principale del Cro consiste nel portare all’interno della pubblica amministrazione la gestione dei rischi e nell’individuare gli elementi di shock o di stress che affliggono la città, non solo dal punto di vista infrastrutturale, ma anche socioeconomico. Va da sé che è necessaria anche una buona capacità di sintesi e che spiccate doti diplomatiche non guastano, vista la necessità di far dialogare i diversi settori di un’amministrazione cittadina fra loro».

Milano, nell’ambito del progetto “100 Resilient cities” sta portando avanti una serie di iniziative che fanno capo proprio alla divisione guidata da Pelizzaro, una delle poche strutture amministrative al mondo espressamente dedicate alla resilienza cittadina. «Fra i numerosi progetti in cantiere – continua il Cro meneghino – vorrei ricordare il programma di riforestazione urbana che prevede la piantumazione di tre milioni di alberi entro il 2030 con l’obiettivo non solo di aumentare il verde, ma anche di migliorare la qualità dell’aria cittadina e di realizzare un argine contro gli effetti del cambiamento climatico. Un traguardo che va di pari passo con la necessità di definire un nuovo approccio al tema del governo del territorio che è in fase di revisione e che ha proprio nella resilienza uno dei suoi pilastri. Siamo un dipartimento sperimentale ma dobbiamo dimostrare che la resilienza rappresenta un contributo concreto e necessario alla città e che crea anche lavoro vero. Del resto, le Università italiane sono pronte a formare i Cro del futuro: già oggi possiamo vantare delle eccellenze come alcuni corsi di Laurea al Politecnico di Milano, a quello di Torino ma anche all’Università di Palermo, che prevedono nei propri piani di studio materie legate al tema della resilienza. Registro un interesse crescente, soprattutto nelle pubbliche amministrazioni che stanno scommettendo su questa figura. Siamo indietro invece nel privato: il Cro potrebbe essere utile in ogni impresa e azienda per implementare un corretto approccio alla gestione dei rischi». 

Milano si conferma capofila sul tema della resilienza anche per la sua l’adesione, nel dicembre del 2018, al progetto EU Life DERRIS (DisastEr Risk Reduction InSurance), di cui Unipol Gruppo è capofila. A questo fine verrà firmato un Protocollo di intesa tra Palazzo Marino e il Gruppo, che definisce le attività che verranno implementate nell’ambito della partnership tra pubblico e privato per la riduzione del rischio legato agli eventi climatici estremi e per accrescere la resilienza delle comunità locali ai cambiamenti climatici. Oltre al trasferimento di conoscenze sulla prevenzione e la gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici (attraverso l’organizzazione di attività di formazione alle PMI), la collaborazione tra ente pubblico e compagnia assicurativa, che è stato il punto cardine del progetto DERRIS, prevedrà anche un confronto tecnico sulle mappe di pericolosità ed una partecipazione ai tavoli di lavoro per la redazione del PAESC (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima), in modo tale da condividere le conoscenze specialistiche del mondo assicurativo e contribuire all’analisi del rischio nelle aree del territorio comunale con un’alta presenza di aziende.

Anche nel resto del mondo i Cro stanno ridisegnando le città con un occhio alla resilienza. Rotterdam, per esempio, metropoli olandese fra i principali porti al mondo, sorge, come gran parte del Paese, al di sotto del livello del mare. Per questa sua caratteristica deve fare i conti con la possibilità che le acque la sommergano in caso di forti piogge o mareggiate. Ecco perché la sua amministrazione comunale sta riprogettando il tessuto urbano del futuro, i suoi servizi, le abitazioni, le strade, per fronteggiare questa più che probabile emergenza. La città si prepara quindi a convivere con l’acqua visto che l’evacuazione degli abitanti in caso di pericolo sarebbe impossibile. Alcuni nuovi quartieri, per esempio, potranno galleggiare. A pochi chilometri di distanza, nella capitale Amsterdam, invece, si sta realizzando un progetto per creare un dispositivo di allerta in caso di alluvione. Parigi, sempre in chiave di approccio resiliente, sta cambiando il parco di mezzi pubblici con veicoli puliti per contrastare il climate change.

New York, invece, fortemente danneggiata dall’uragano Sandy nel 2012, ha approvato un progetto per la realizzazione di un’immensa area verde cittadina a Manhattan che corre per dieci miglia lungo il water front. A tutto questo si aggiungeranno interventi mirati per convogliare le acque in caso di inondazione. Stessa direzione sta seguendo un’altra grande area metropolitana della East Coast, Boston, che già oggi deve fare i conti con l’innalzamento delle acque marine della sua baia: una società italiana specializzata in ingegneria ambientale, la veneziana Thetis, ha vinto il concorso per la trasformazione del Morrisey Blv in un’infrastruttura multifunzionale sostenibile rialzata che oltre a rappresentare una barriera fisica contro le acque, punta a offrire servizi ai cittadini della zona riconfigurando anche gli spazi verdi.  ​

Giornalista, vivo di e per la scrittura da quattordici anni. Cresco nelle fumose redazioni di cronaca che abbandono per il digitale dove perseguo, però, lo stesso obiettivo: trasformare idee in contenuti.​