Senza donne non se ne parla: perché la parità di genere nei panel pubblici è ancora lontana

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Senza donne non se ne parla: perché la parità di genere nei panel pubblici è ancora lontana

A sette anni dalla nascita della campagna europea “No Women No Panel”, il bilanciamento di genere nei dibattiti pubblici resta un obiettivo incompiuto: i dati 2024 del CNR raccontano una realtà ancora segnata da squilibri e stereotipi.

La campagna “No Women No Panel” nasce nel 2018 su iniziativa della commissaria europea Mariya Gabriel con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’equilibrio di genere. L’intento della commissaria era garantire che, per ogni evento pubblico a cui fosse invitata, fosse presente almeno un’altra donna come relatrice: un’azione simbolica per incoraggiare una maggiore partecipazione femminile al dibattito pubblico. 7 anni più tardi, però, questo obiettivo non è ancora raggiunto.

Ecco perché nel 2023 la Rai ha recepito le indicazioni UE con il progetto “No Women No Panel – Senza donne non se ne parla”, per il quale ha coinvolto molteplici istituzioni come le regioni, le città metropolitane e il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il suo obiettivo è monitorare come i due generi trovano rappresentazione nella comunicazione pubblica, al fine di renderla più bilanciata. Abbiamo chiesto a Lucio Pisacane, ricercatore del CNR che ha diretto il gruppo di lavoro del progetto di illustrarci il metodo e i risultati dell’iniziativa.

Quali dati avete raccolto nell’ultima edizione del rapporto, che si riferisce al 2024?
Al monitoraggio annuale del 2024 hanno partecipato 60 organizzazioni territoriali e nazionali che hanno aderito al Memorandum of Understanding “No Women No Panel – Senza Donne Non Se Ne Parla”: nello specifico 8 Regioni, 21 Enti locali (Province, Comuni, Città Metropolitane) e 17 Università più altri soggetti come Organizzazioni confindustriali, accademie, istituti di ricerca. Ogni soggetto che ha firmato del protocollo si impegna a monitorare la propria comunicazione istituzionale nella forma di panel cioè discussione pubblica con invitati. Per ogni evento in cui si dibatte con gli esperti il firmatario inserisce i dati in una piattaforma indicandone tema, data e genere di chi ci ha contribuito in vari ruoli: moderatore, referente istituzionale, esperto o ospite. Nel 2023 abbiamo censito più di 5.000 eventi e quest’anno speriamo di salire a 7000.

Che cosa avete riscontrato?
In base alle rilevazioni, in media circa il 34% dei panel è risultato bilanciato. I dati peggiorano però quando si considerano realtà istituzionali e accademiche di rilievo a livello nazionale: una composizione equilibrata si raggiunge solo nel 33,6% dei casi, e gli incontri a prevalenza maschile toccano addirittura il 35,9 per cento. Anche laddove i risultati sono paritari però, i valori specifici vanno approfonditi perché, all’interno di un dibattito, conta anche quale ruolo viene ricoperto e da chi. Mi spiego meglio: se esaminiamo la voce “responsabili istituzionali”, un eventuale squilibrio di genere dice poco, perché la scelta è comunque limitata ai rappresentanti ufficiali. Se invece andiamo a vedere i profili degli esperti, in cui gli inviti sono più discrezionali, la percentuale di panel bilanciati si riduce al 29%. Non è tutto: anche dove questo avviene, persiste una differenza di genere nel tema affrontato dall’esperto coinvolto. Tanto per cominciare, la presenza equilibrata tra esperti ed esperte è più alta negli eventi che trattano di ambiente (36,4%), attualità (33,9%), scienze (33%), cultura ed educazione (32,2). Al contrario, economia e politica rimangono ancora argomenti a prevalenza maschile con più della metà degli eventi organizzati con solo uomini (“manel”) o con la partecipazione di più uomini che donne.

Come si spiega?
Poiché non è vero che in ambito politico o economico non vi siano abbastanza esperte, nei dati si intravede una rigida divisione di ruoli, che occasionalmente arriva a toccare due estremi opposti: da un lato ci sono i manel, laddove si cercano figure autorevoli, perché tendenzialmente gli uomini pubblicano più lavori scientifici e occupano più posizioni apicali; dall’altro si verificano womanel, cioè eventi con relatori solo donne, in contesti legati al welfare o culturali, come se ai maschi questi temi non competessero. I manel, comunque, sono ancora il triplo rispetto ai womanel, indicando che permangono barriere culturali e stereotipi duri a modificarsi.

Qual è la reazione degli enti che vedono questi dati?
Dato che la piattaforma permette a ogni ente di estrarre i suoi dati, in genere chi è coinvolto procede con due momenti di riflessione: una restituzione pubblica dei dati per comunicare la situazione e una riflessione interna, che è utile a scardinare gli automatismi. Le faccio il caso del Comune di Roma: c’era consapevolezza di uno scarto tra i generi, ma sono serviti i dati per mettere i responsabili dell’organizzazione davanti alla realtà e cambiare finalmente l’impostazione degli inviti.

Che strumenti suggerite per migliorare la rappresentanza dei due generi?
La strategia principale che formuliamo per gli enti sta nel creare partnership con le università più vicine. Uno degli alibi più diffusi per non avere panel paritari è dire che “non si trovano donne o uomini qualificati da invitare su quel tema”. Ecco, uno dei modi per smontare questa idea è avere rapporti organici con le università locali. Vero è che ci sono anche elenchi come quelli del sito 100esperte.it che raccolgono nominativi di esperte, ma non è detto che quelle identificate siano prossime alla località in cui si tiene un incontro.

Un altro suggerimento è quello di chiedersi come rendere bilanciato un evento disegnando la sua intera struttura, ovvero valutando non solo i generi ma i ruoli che uomini e donne rivestono. Se sul palcoscenico discutono due esperti maschi, con una moderatrice e un’ospite donna che fa i saluti finali, la parità teorica non trova conferma nel rilievo dato a ciascuno dei partecipanti. Idem se le donne si occupano solo della segreteria organizzativa. Al Cnr abbiamo stilato un decalogo per una comunicazione pubblica bilanciata: si va dal proporre panel bilanciati in tutte le discipline all’evitare orari in cui è facile che chi svolge carichi di cura sia impegnato, al non usare immagini stereotipata di maschi e femmine.

Quanto ci vorrà per arrivare al 50% di esperte nei panel?
Impossibile dirlo. Tuttavia, il tema raccoglie un’attenzione crescente e chi aderisce all’intesa tende già a correggere le sue prassi. Raccogliere i dati non è solo il fine della piattaforma, ma la premessa di un cambiamento. Più enti aderiranno, più facile sarà monitorare il fenomeno e quindi migliorare le cose.

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Mantovana, giornalista da oltre 15 anni in Mondadori, collabora a numerose riviste nazionali su temi di attualità e stili di vita. Ha collaborato a una monografia sul cinema di Steven Spielberg e curato la traduzione dall’inglese di un saggio sul Welfare State. ​