Giovani e lavoro: più occupazione, nessuna vera svolta

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Giovani e lavoro: più occupazione, nessuna vera svolta

Crescono i posti di lavoro e il benessere è in lieve miglioramento, ma il lavoro resta precario, poco retribuito e diseguale. Senza qualità dell’occupazione non c’è vera svolta per il futuro dei giovani né per quello del Paese. I risultati della ricerca GenerationShip 2025.

Ad ottobre 2025 l’occupazione italiana ha raggiunto il suo massimo storico: 24.2 milioni di persone, un milione in più rispetto a tre anni prima (Statistiche Istat sul lavoro, serie mensili). Un progresso notevole, pari al 4.3% del totale dei lavoratori, quasi l’1.5% di occupati in più all’anno. Ne hanno beneficiato soprattutto gli adulti ma ha interessato anche i giovani, incluso il segmento più critico, i famosi NEET – quanti non studiano, non lavorano e non seguono un percorso formativo-, che nel biennio 2022-2024 sono calati del 20%. Insomma, un’ottima notizia: molti ragazzi che fino a ieri non lavoravano, hanno iniziato a farlo.

Più lavoro=più salute mentale

Negli stessi anni (2023-2025), l’Osservatorio Generationship di Unipol ha registrato alcuni fenomeni interessanti:

  • È cresciuta di poco, ma in modo regolare, la soddisfazione dei giovani per il proprio lavoro (voto 7-10: da 58% a 61%), come pure la sicurezza verso il lavoro nel lungo periodo (da 71% a 76%)
  • Sono aumentati i giovani che stanno bene da un punto di vista psicologico (voto 7:10: da 52% a 62%), che si sentono padroni della propria vita, sereni, in salute.
  • Sono invece diminuiti i giovani che soffrono di specifici sintomi e patologie mentali: ansia, irritabilità, attacchi di panico, alternanza di buon umore e tristezza, depressione, ipocondria, fobie, isolamento sociale ecc. (da 76% a 69%)
  • Infine, sono diminuiti quanti prendono in considerazione l’idea di trasferirsi all’estero (da 58% a 41%)

In verità, nel frattempo le cancellazioni alle anagrafi hanno continuato ad aumentare, a dimostrazione del fatto che l’emigrazione giovanile non è causata dalla mancanza di un’occupazione “tout court”, quanto piuttosto di un lavoro percepito come interessante, qualificato e retribuito in modo adeguato.

Non possiamo dire con certezza che questi progressi siano effetti dell’aumento dell’occupazione: correlazione non è causa, come ci insegna la statistica. Tuttavia, non possiamo sottovalutare il fatto che questa è l’opinione dei diretti interessati, i giovani, che ritengono le difficoltà legate al lavoro – vivere nell’insicurezza, perdere il lavoro, non avere una retribuzione sufficiente a fare progetti e avviare una famiglia, non trovare un equilibrio fra lavoro e vita privata, scontare aspettative irrealistiche rispetto al lavoro ecc. – le cause determinanti del disagio giovanile (v. tabella 1).
È una testimonianza importante, che restituisce dignità alle difficoltà di una generazione che fatica a costruirsi una vita, a trovare autonomia, direzione e senso, non per le sue caratteristiche psicologiche e culturali (i giovani fragili, ecc.), ma per le condizioni sociali ed economiche che ha ereditato dalle generazioni precedenti.
La tendenza a naturalizzare i problemi, a pensare, cioè, che essi dipendano dalla natura di chi li manifesta, e non da cause specifiche, è un escamotage che la società adotta per spostare l’attenzione ed eludere le proprie responsabilità. A chi si può imputare la decisione di continuare a distribuire salari “da fame”, se non a chi governa le organizzazioni, che solitamente giovane non è? Non tutto può essere imputato all’handicap italiano di una prevalenza di piccole e piccolissime imprese, che, in quanto tali, hanno meno risorse per distribuire buoni salari. I giovani incontrano le stesse difficoltà con tutti i tipi di datori di lavoro e in tutti i tipi di organizzazione: private, pubbliche e del terzo settore, grandi e piccole. È un problema del nostro sistema economico, di cui la società nel suo insieme non valuta appieno le conseguenze.
I risultati della ricerca ci aiutano a chiarire un’altra questione: le differenze esistenti fra diversi segmenti del mondo giovanile. Mentre per i giovani in età da lavoro, il problema – e la soluzione- è il lavoro stesso, per i giovanissimi, i ragazzi in età scolastica, le cause del disagio sono altre, fra cui un uso improprio della tecnologia (smartphone, social, ecc.). Confondere giovani e giovanissimi significa fare di tutte le erbe un fascio e non inquadrare le vere cause dei problemi, identificare le responsabilità e ricercare le soluzioni più adatte.

La crescita dell’occupazione non basta

Nello stesso intervallo 2023-2025 in cui gli occupati sono cresciuti quasi dell’1.5% all’anno, la crescita del PIL italiano è stata però meno della metà: 0.6%-0.7%. Come si spiega? Com’è possibile che i posti di lavoro crescano di un bel milione, tonificando l’umore della gioventù, mentre l’economia viaggia al solito ritmo dello zero virgola?
La risposta degli economisti è che è cresciuta un’occupazione a bassa produttività:

  • molte nuove posizioni sono in settori come i servizi, il turismo, la sanità, i trasporti e l’edilizia, dove il contributo di ciascun lavoratore al PIL è relativamente basso.
  • le nuove assunzioni sono spesso part-time, temporanee o con bassa intensità di ore lavorate: è aumentato il numero di occupati ma non la produzione complessiva in modo proporzionale.

Teniamo presente che per l’Istat occupato è chiunque abbia svolto un’attività retribuita (o, se l’impresa è familiare, anche non retribuita) per almeno un’ora di lavoro nella settimana di riferimento. Ne fanno parte, quindi, lavoratori con produttività molto diverse: dall’ingegnere con un contratto a tempo indeterminato full-time in un’impresa tech all’adolescente che nel weekend dà una mano ai genitori nell’esercizio commerciale di famiglia.
Visto il gap fra crescita dell’occupazione e del Pil, Il milione di neo-occupati degli ultimi tre anni include verosimilmente molti baristi, manovali, supplenti, commesse, lavoratori stagionali, con contratti a termine, part-time, a chiamata, collaborazioni occasionali o in nero, con retribuzioni orarie nella fascia bassa del mercato e che lavorano meno ore di quanto desidererebbero. Questo spiega perché in corrispondenza del massimo di occupazione ci sia stato anche il record dell’emigrazione: le opportunità offerte dal mercato del lavoro non sono quelle che cercano i giovani più ambiziosi e intraprendenti, che per ottenere un lavoro di qualità lo cercano all’estero.

Un lavoro senza qualità

La priorità per i giovani che entrano oggi nel mercato del lavoro non è più quello di trovare un’occupazione qualsiasi ma un lavoro di qualità. Il lavoro offerto invece spesso è:

Precario

  • un terzo dei giovani lavoratori dipendenti giovani ha un contratto di lavoro atipico, che perlopiù significa lavoro discontinuo e/o ad orario ridotto

Povero

  • Il 44% dei giovani lavoratori dipendenti ha un reddito inferiore a 1500 euro netti al mese, il 21% addirittura inferiore a 1.200 euro
  • Il 25% dei giovani lavoratori non è economicamente autosufficiente, e si deve rivolgere ai genitori per arrivare alla fine del mese

Diseguale

  • Il tasso di inattività, l’incidenza del precariato, le retribuzioni basse sono molto più diffuse fra le donne, al Sud, nei piccoli centri e nelle zone “interne” del Paese (montagna, zone rurali) rispetto alle zone avvantaggiate (aree metropolitane, zone costiere).

Un impressionante divario di genere

Quando si scompongono i dati sul lavoro giovanile per genere, il quadro cambia. I giovani uomini italiani hanno livelli di occupazione, di stabilità contrattuale e di reddito non molto diversi da quelli della popolazione adulta. Sono le giovani donne a trovarsi in una condizione molto più fragile:

  • più lavoro precario: fra le lavoratrici dipendenti giovani i contratti atipici rappresentano oltre il 40% del totale, fra i coetanei maschi solo il 28%
  • salari più bassi: le lavoratrici dai 16 ai 35 anni che dichiarano un reddito inferiore ai 1.500 euro rappresentano il 56% del totale, contro il 35% dei coetanei maschi (valore in linea con la popolazione adulta)
  • occupazione in settori tradizionali e a bassa crescita: le giovani lavoratrici che lavorano in imprese fino a 20 addetti sono quasi la metà del totale, contro un terzo dei coetanei maschi (valore in linea con la popolazione adulta)
  • penalizzazioni familiari e culturali. La fiducia delle donne di trovare un lavoro corrispondente alle attese crolla fra i 28 e 40 anni e si riprende una volta chiusa la finestra della fecondità femminile. Nella stessa fascia d’età, per i maschi la fiducia sulle opportunità di lavoro è al suo massimo.

In altre parole, gran parte della “crisi giovanile” italiana può essere riletta come una crisi femminile giovanile —nascosta dietro il linguaggio neutro delle statistiche aggregate.
È tempo che le politiche del lavoro, della formazione e del welfare partano da questa asimmetria strutturale, che non è solo una questione di giustizia, ma di efficienza sociale e produttiva

La reazione dei giovani al lavoro senza qualità

La reazione dei giovani a un’offerta lavorativa povera di contenuti, prospettive e riconoscimento si traduce in strategie adattive che però producono effetti regressivi per l’intera società. Cresce l’orientamento individuale a rimodulare i propri obiettivi: meno centralità della famiglia, più attenzione alla sopravvivenza economica, al lavoro come risorsa precaria da gestire giorno per giorno. meno progetti a lungo termine.
La relazione con il datore di lavoro diventa infedele e opportunistica, con una ricerca continua di alternative per migliorare la propria situazione. Questo “workflowing” non è un segno di immaturità o di instabilità: è una risposta razionale a un contesto che non offre orizzonti. Ma porta con sé l’effetto di cronicizzare l’instabilità, alimentare il turnover, rendere fragile la relazione tra giovani e lavoro.
Il risultato è un modello esistenziale “a breve termine”, che rallenta o sospende le scelte di vita fondamentali, dalla costituzione del nucleo familiare alla genitorialità, dalla progettualità professionale alla pianificazione finanziaria.

Le conseguenze sull’economia e sulla società

Le conseguenze non sono solo individuali. Un mercato del lavoro che brucia aspettative e svaluta i talenti genera un costo collettivo altissimo. I giovani più formati e motivati cercano altrove le opportunità che l’Italia non offre, alimentando una fuga silenziosa di competenze. Le imprese faticano a trovare forza lavoro, specie nelle professioni tecniche e nei settori emergenti. Le aree interne si spopolano, mentre la curva demografica del Paese si inarca verso il basso, con effetti già visibili sulla sostenibilità del sistema sanitario, pensionistico e scolastico. Il paradosso è evidente: mentre la società invecchia e avrebbe bisogno di nuova energia, la nuova generazione è messa in condizione di non generare futuro.

Il lavoro, cartina di tornasole di un’Italia che cambia

Serve un cambiamento di sguardo. Il lavoro non può più essere pensato come una variabile accessoria nella vita dei giovani. A livello individuale esso è la chiave per la realizzazione personale, per la serenità economica, per la salute mentale, per una pianificazione serena del futuro. Come società, è la condizione necessaria per evitare l’emigrazione verso l’estero, per alimentare la natalità e rallentare il declino demografico e lo spopolamento, per difendere il welfare e il benessere conquistato dalle generazioni precedenti.
Il lavoro dei giovani è il grande assente nei discorsi pubblici, troppo spesso concentrati su aspetti comportamentali, tecnologici o culturali. Politica, media, imprese, scuola e cultura hanno il dovere di riportare il lavoro — nella sua qualità, giustizia e funzione generativa — al centro del discorso sul futuro dell’Italia. Non si tratta di “capire i giovani”, ma di riconoscere che la loro condizione è il sintomo più acuto della crisi di un modello economico e sociale concentrato sul presente e incapace di capire quali sono le vere priorità per costruire il futuro.

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Primo laureato in Italia in data analysis applicata alle scienze umane, ha insegnato Tecniche di ricerca psicologica e analisi dei dati presso l’Università di Torino. Ha fondato e attualmente dirige Kkienn Connecting People and Companies, azienda specializzata nella ricerca e consulenza sul cliente. Come direttore di istituti di ricerca, vicepresidente di società di consulenza internazionali (Cap Gemini) e ricercatore ha collaborato con molte delle maggiori imprese del Paese. Scrive per il Corriere della Sera. Per il Gruppo Unipol cura la realizzazione di GenerationShip, l’osservatorio sulle nuove generazioni.