Longevity economy: cosa cambia quando lavoriamo più a lungo
Si fa presto a dire che la vita si è allungata e che, quindi, lavoreremo più a lungo, consumeremo di più e per più tempo. La longevity economy, però, è molto più di questo:
Dalle medaglie paralimpiche alla pratica quotidiana: lo sport come strumento per rivendicare il diritto all’identità e superare i pregiudizi dell’abilismo.
Lo sport per le persone con disabilità non è più solo una questione di benessere individuale, ma una frontiera dei diritti civili. Sebbene l’Italia stia vivendo un momento di massimo attivismo fisico, con il tasso di sedentarietà generale più basso di sempre (32,8% nel 2024), il divario per chi convive con una disabilità rimane una questione aperta. Analizzare oggi il binomio tra sport e disabilità richiede rigore scientifico: dobbiamo guardare ai successi dell’agonismo d’élite senza ignorare che, per molti, il campo da gioco rimane ancora un privilegio difficile da raggiungere.
Per un individuo con disabilità, l’attività sportiva è il principale veicolo di autodeterminazione. Tuttavia, l’accesso a questo strumento non è omogeneo. Secondo il Rapporto Sport 2025 (Istat/Sport e Salute), sebbene la popolazione attiva sia in crescita, persiste una forte barriera per chi presenta limitazioni gravi.
Nonostante l’Italia abbia raggiunto nel 2024 il minimo storico di sedentarietà generale (33,2%), il divario per chi ha limitazioni gravi resta drammatico: le rilevazioni più recenti indicano che circa 8 persone su 10 (l’80%) in questa condizione non praticano alcuna attività fisica, contro una media nazionale di circa 3 su 10. Il problema non è però solo l’età o la condizione fisica: i dati del Registro Nazionale delle Attività Sportive (2024) rivelano che solo 6.475 associazioni su oltre 107.000 sono strutturate per l’inclusione, evidenziando una carenza di offerta che limita la libertà di scelta del cittadino.
Il prestigio internazionale della disabilità e sport paralimpici ha agito da potente stimolo culturale. La crescita è nei numeri: in poco più di dieci anni, il numero degli atleti tesserati è passato da circa 35.000 a oltre 55.000, segnando un incremento superiore al 50%. Un traguardo che dimostra come lo sport stia diventando un’opzione reale per migliaia di persone, anche se l’obiettivo resta quello di raggiungere la vasta platea dei praticanti non ancora inseriti nel circuito agonistico.”
Nonostante questa spinta verso l’alto, il quotidiano racconta una storia diversa. Se nel 2025 circa un italiano su quattro (il 27%) dichiara di praticare sport con continuità, la percentuale crolla drasticamente quando ci spostiamo sulla popolazione con gravi limitazioni funzionali, dove la pratica sportiva strutturata resta ancora un’eccezione per pochi. La visibilità mediatica è un punto di partenza, ma l’autodeterminazione passa per la possibilità di scegliere lo sport sotto casa, non solo quello da podio olimpico.
Il passaggio critico per il sistema italiano è quello dall’integrazione all’inclusione. L’integrazione è un adattamento forzato; l’inclusione è una progettazione universale.
Le barriere attuali sono fotografate dal Rapporto Osservatorio Valore Sport 2025:
In questo scenario, le tecnologie assistive Tecnologie assistive: cosa sono e perché contano | Changes (Quando online) e l’abbattimento dei pregiudizi sono fondamentali per far sì che essere fragili sia un valore e non un limite alla partecipazione.
Nonostante i progressi strutturali, persiste l’abilismo culturale. La narrazione sportiva spesso oscilla tra il pietismo e l’esaltazione dell’atleta come “supereroe”. Questi stereotipi negano la normalità della pratica sportiva. Trattare un atleta con disabilità con paternalismo significa non riconoscerne il merito tecnico.
L’inclusione reale avverrà quando non ci stupiremo più di vedere una carrozzina in una maratona cittadina, ma ci indigneremo perché quel 20% di impianti inaccessibili impedisce a migliaia di giovani di esercitare un diritto costituzionale. Superare l’abilismo significa smettere di chiedere agli atleti con disabilità di essere “ispirazionali” e iniziare a pretendere che le strutture siano “funzionali”.
Lo sport è l’ambiente in cui l’individuo si riappropria della propria narrazione corporea. I dati del 2025 ci dicono che la domanda di sport inclusivo sta crescendo, con un incremento del 6% annuo di alunni con disabilità che richiedono attività motorie a scuola.
L’empowerment che deriva dal campo di gara si traduce in autonomia nella vita civile. Perché questo spazio di autodeterminazione non resti un’isola per pochi, è necessario colmare il gap tra quel 66,8% di italiani che riesce a mantenersi attivo (tra sport e attività fisica) e la vasta platea di persone con disabilità grave che, nell’80% dei casi, è ancora costretta alla sedentarietà per mancanza di strutture, istruttori formati e trasporti accessibili. Solo allora lo sport sarà davvero per tutti.