Studiare con ChatGPT cambia il modo di imparare?

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Studiare con ChatGPT cambia il modo di imparare?

L'intelligenza artificiale è ormai il compagno di studio quotidiano di milioni di ragazzi. Andrea Garavaglia spiega perché la sfida non è vietarla, ma insegnare a usarla senza rinunciare al pensiero critico, all'autonomia e alla capacità di comprendere davvero ciò che si apprende.

Per la prima volta nella storia esiste una generazione che cresce con un tutor disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro. ChatGPT e gli assistenti basati sull’intelligenza artificiale sono entrati nella quotidianità degli studenti come correttori di bozze, ripetitori, consulenti per i compiti e persino orientatori nelle scelte universitarie. La domanda, ormai, non è più se usarli oppure no. È capire come cambiano il modo di apprendere e quali competenze diventeranno davvero decisive.

Changes ne ha parlato con Andrea Garavaglia, docente di Education Technology and Media Education a Unipegaso, già professore alle Università di Milano-Bicocca e Statale di Milano e autore di Nuovi media per la didattica (Mondadori).

Di recente Walter Quattrociocchi, professore di Informatica a La Sapienza di Roma, ha raccontato al Corriere della Sera di essere uscito da una sessione d’esame con la sensazione che “il grande assente fosse il senso”. Anche lei ritiene che gli studenti stiano perdendo la capacità di ragionare in profondità?
Pur essendo un pedagogista e non un informatico, confermo che la ricerca degli ultimi due anni ha evidenziato un fenomeno importante: il cognitive offloading, cioè la delega cognitiva. Sempre più spesso gli studenti affidano alla macchina il compito di ricordare, ragionare e risolvere problemi.
Va però fatta una precisazione fondamentale: le ricerche sono ancora in corso e non possiamo concludere automaticamente che sia tutta colpa dell’intelligenza artificiale. Il disimpegno cognitivo non nasce oggi. Da sempre esistono studenti che faticano ad affrontare ragionamenti complessi.
Il rischio è semplificare troppo il problema, sostenendo che più uno studente usa lo smartphone, peggio va a scuola. Non è così. La vera differenza la fa il modo in cui utilizza la tecnologia.

Come possiamo distinguere un utilizzo intelligente da uno superficiale dell’intelligenza artificiale?
«Misurarlo è molto difficile. Servirebbe un sistema capace di monitorare tutto ciò che lo studente fa sullo schermo, naturalmente con il suo consenso. Ma sappiamo anche che quando una persona si sente osservata modifica il proprio comportamento.
È vero che, se deleghiamo sistematicamente il ragionamento alla macchina, rischiamo di perdere progressivamente alcune abilità cognitive. Vale la stessa regola del nostro cervello: meno esercitiamo una capacità, più fatichiamo a recuperarla.
Questo però non significa che l’AI debba essere evitata. Io stesso la utilizzo. Recentemente dovevo capire se mi convenisse un rimborso analitico oppure forfettario per un viaggio. Ho fatto personalmente tutti i calcoli e solo dopo ho chiesto all’AI di verificare il risultato. Non le ho delegato il ragionamento: l’ho usata come controllo finale.

Uno studente, però, come può verificare una risposta se non possiede già solide conoscenze?
Facendo esattamente ciò che ho fatto io: tornando sempre alla fonte delle informazioni. Altrimenti rischia di dare la risposta corretta senza sapere spiegare come ci è arrivato. Per questo oggi dobbiamo insegnare due competenze fondamentali: la metacognizione e l’autoregolazione.

Che cosa significano concretamente?
La metacognizione è la capacità di riflettere sul proprio modo di imparare. L’autoregolazione consiste invece nel sapere quando è opportuno delegare qualcosa all’intelligenza artificiale e quando invece è necessario ragionare personalmente.
Se so già svolgere un compito, ma ho poco tempo, posso usare l’AI per accelerare il lavoro. Questo è un utilizzo consapevole che va incoraggiato. Per arrivarci, però, serve un insegnante che accompagni gli studenti nello sviluppo di questa consapevolezza.

Quali saranno le competenze più importanti per chi studia?
Una è sicuramente il prompt engineering: bisogna capire come funziona l’intelligenza artificiale, perché restituisce una determinata risposta e quali sono i suoi limiti. L’AI lavora attraverso modelli statistici: propone la risposta più probabile, non necessariamente quella migliore. In alcuni casi questo funziona molto bene, in altri meno. Inoltre i modelli possono produrre le cosiddette allucinazioni.
Accanto a questa serve la AI literacy, cioè la conoscenza dei diversi modelli di intelligenza artificiale, delle loro differenze e delle rispettive caratteristiche. Il vero nodo, però, non sono gli studenti. Sono gli insegnanti. La tecnologia evolve molto più rapidamente della formazione delle persone. Questo è oggi il principale problema dell’educazione ai nuovi media.

Esiste il rischio che gli studenti diventino meno disposti ad affrontare la fatica necessaria per imparare?
È un rischio reale. Delegare un’attività per risparmiare tempo è diverso dal delegarla perché pensare richiede impegno.
Qui entra in gioco il ruolo dell’insegnante, che dovrebbe confrontare il risultato prodotto dall’AI con quello elaborato dallo studente, discutere insieme le differenze e riflettere sul processo seguito. Credo che dovremmo ridurre le lezioni esclusivamente frontali e aumentare il lavoro attivo in classe. Se la scuola si limita a trasmettere contenuti senza aiutare gli studenti a comprendere come utilizzare strumenti sempre più potenti come l’AI, rischia di perdere la propria funzione educativa. Gli studenti non si impigriscono perché sono meno motivati delle generazioni precedenti. Si impigriscono quando nessuno spiega loro perché è importante continuare ad allenare il proprio ragionamento.

I sistemi di valutazione sono ancora adeguati?
Dobbiamo ripensare il modo di fare gli esami. Se una prova consente l’uso dell’intelligenza artificiale, allora bisogna valutare anche la capacità di utilizzarla correttamente. L’obiettivo non diventa più soltanto risolvere un problema, ma dimostrare il percorso seguito, i prompt utilizzati e le verifiche effettuate. Il problema riguarda soprattutto i compiti svolti a casa. Può arrivare un elaborato perfetto che però lo studente non è in grado di spiegare.
Quanto ai software che promettono di riconoscere i testi scritti dall’AI, funzionano molto poco. I modelli evolvono troppo rapidamente e gli errori sono frequenti. Abbiamo fatto una prova con articoli scritti dieci anni fa, prima dell’arrivo di ChatGPT: alcuni sistemi li hanno classificati come testi generati dall’intelligenza artificiale con una probabilità del 60%.

Sempre più ragazzi chiedono all’intelligenza artificiale quale università scegliere o quale decisione prendere. Quali rischi vede?
Il primo rischio è dimenticare che i sistemi di AI non sono neutrali. I loro sviluppatori definiscono regole e criteri che possono influenzare le risposte. Esistono ricerche molto interessanti che hanno affidato a diversi agenti di intelligenza artificiale il compito di gestire un ecosistema. Nella maggior parte dei casi è emersa una logica di competizione e sopraffazione che ha portato al collasso del sistema; soltanto Claude ha mostrato un comportamento differente. Dovremmo ricordare che ogni risposta è filtrata attraverso linee guida che spesso non conosciamo. Se non sviluppiamo uno spirito critico, rischiamo di affidarci inconsapevolmente a queste distorsioni, non solo nello studio, ma anche nelle scelte più importanti della nostra vita.
La scuola sta entrando in una fase completamente nuova. Non basta più chiedersi se gli studenti utilizzino ChatGPT: ormai è un dato di fatto. La sfida è insegnare loro a usarlo senza rinunciare a ciò che rende umano l’apprendimento.
Le competenze decisive saranno sempre meno la semplice memorizzazione e sempre più la capacità di riflettere sul proprio modo di pensare, verificare le fonti, comprendere il funzionamento degli algoritmi e decidere consapevolmente quando affidarsi alla macchina e quando, invece, continuare a ragionare con la propria testa.

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Mantovana, giornalista da oltre 15 anni in Mondadori, collabora a numerose riviste nazionali su temi di attualità e stili di vita. Ha collaborato a una monografia sul cinema di Steven Spielberg e curato la traduzione dall’inglese di un saggio sul Welfare State. ​