Sharenting: rischi, dati e conseguenze del condividere online la vita dei figli

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Sharenting: rischi, dati e conseguenze del condividere online la vita dei figli

Dalle ecografie postate prima della nascita ai profili social costruiti dai genitori: esporre i minori sui social media porta a rischi concreti, tra violazioni della privacy, impatti psicologici e sfruttamento commerciale. Un fenomeno sempre più diffuso che solleva una domanda urgente: di chi è davvero l’identità digitale dei bambini?

«Dov’è il problema?»: è una delle risposte che si ricevono di solito dalle persone cui si fa notare che postare online immagini e video dei figli minori non è una cosa priva di rischi. Chi pensa di farlo come un tempo teneva un diario di famiglia, con foto stampate e magari ingiallite dal tempo raccolte in pesanti libroni, si sbaglia di grosso.

Ormai è una cattiva abitudine così diffusa che per indicarla è stato coniato un neologismo che si trova anche nell’Oxford English Dictionary e nella Treccani: sharenting, termine che deriva dalla fusione di share (condividere) e parenting (genitorialità, o educazione dei figli). Significa l’uso dei social network per postare immagini, video e informazioni dei propri figli, specie con riferimento a minorenni e ancor di più a bimbi in età molto precoce.

Pare che il termine sia stato utilizzato la prima volta (anche se, per la precisione, il termine era oversharenting) in un articolo sul Wall Street Journal che già nel titolo parlava di “cura”. Evidentemente fin da allora, era il 2012, pareva quanto meno una deriva pericolosa. Sebbene in quegli anni gli smartphone, che già erano molto diffusi, non fossero ancora diventati come oggi una sorta di appendice del corpo per miliardi di persone. Che vanno in ansia se non li tengono costantemente in mano, se non li usano, se appunto non postano. Figuriamoci a quali dimensioni può essere arrivato lo sharenting ora. Anche grazie al fatto che non pochi personaggi molto noti al grande pubblico, chiamiamoli influencer per intendersi, hanno fatto dello sharenting un tratto distintivo del loro modo di stare sui social.

Sharenting: i numeri di un fenomeno in crescita

I dati di ricerche condotte negli anni sono da allarme rosso. Già nel 2010, prim’ancora che lo sharenting fosse in un certo senso codificato, uno studio su oltre 2mila mamme con figli piccoli in una decina di Paesi del mondo aveva mostrato che negli Stati Uniti già all’età di due anni più del 90% dei bambini aveva una qualche forma di presenza online. E più di un terzo era “nato” online prima di venire letteralmente al mondo, perché i genitori avevano messo online foto delle ecografie. Lo studio parlava appunto di “nascita digitale”, con riferimento al momento in cui inizia a prendere corpo l’identità online di un individuo, e stabiliva che in media nel mondo essa cadeva intorno ai sei mesi di età.

Nel 2018 nel Regno Unito un rapporto del Children’s Commissioner for England rivelava che prim’ancora dei tredici anni un bambino in media poteva essere già stato “postato” sui social network di genitori e familiari fino a 1.300 volte. Nelle situazioni più disparate: compleanni, festività, vacanze, gare sportive, a scuola. Nel 2021 uno studio europeo diceva che già a partire dai due anni, circa l’80% dei bambini ha una presenza online significativa, creata evidentemente da altri. E nel 2023 uno studio comparso sul Journal of Pediatrics diceva che entro l’anno di vita un bambino può avere online già qualche centinaio di immagini.

L’obiettivo è uno solo: guadagnare

Uno dei fatti più inquietanti è che c’è chi pratica sistematicamente lo sharenting allo scopo di guadagnare, o comunque di acquisire una visibilità da sfruttare poi a livello commerciale o in qualche altro modo. Sulla pelle, è il caso di dirlo, dei propri figli. Perché i bebè sui social “spaccano” in termini di like, condivisioni, commenti, visualizzazioni, il che rappresenta una manna per qualsiasi business legato al digitale. La casistica è vasta. Giusto qualche esempio, senza almeno qui fare nomi, fra i casi assurti all’onore delle cronache: quello di una ragazza che ha accusato la madre di aver rovinato la sua vita perché l’aveva resa protagonista di un blog in cui raccontava anche i particolari più intimi della sua vita, compresa la data del primo ciclo mestruale; quelli di chi si diverte a mettere i figli in situazioni imbarazzanti e degradanti, ad esempio sbattendo loro in faccia fette di formaggio fuso o rompendogli in testa uova crude, per poi riprenderli e postare la loro reazione; quello di una madre che ha fatto diventare la figlia in tenerissima età una star di TikTok da milioni di follower riprendendola nelle più svariate situazioni quotidiane.

Il lato oscuro dello sharenting

Tante le problematiche collegate allo sharenting. Prima di tutto c’è la questione della privacy dei minori, che andrebbe tutelata a ogni costo, e il rischio di furti d’identità (ne sono previsti a milioni nei prossimi anni proprio a causa dello sharenting). Poi c’è l’aspetto psicologico, perché diventare consapevoli che la propria vita è stata raccontata al mondo su internet, in alcuni casi da quando si era ancora nel ventre della propria madre, può essere dirompente. Un nodo che può venire al pettine quando i figli “instagrammati” fin da piccoli iniziano ad affacciarsi sul mondo del lavoro, è che probabilmente essi non sono contenti che le varie fasi della loro vita siano nella disponibilità anche di chi li deve valutare e selezionare per un’assunzione, dato che la consultazione della storia digitale di un individuo è la prima cosa che viene fatta oggi da chi si occupa di ricerca e selezione del personale. C’è anche la questione del diritto all’oblio, cioè della mission in apparenza impossible di rintracciare e cancellare anni di foto, video, blog sparpagliati online. Infine, c’è il tema delicatissimo della pedopornografia: è evidente che pubblicare foto e informazioni sensibili (dati di geolocalizzazione compresi) sui minori, agevola grandemente chi non vede l’ora di “rubarle” e utilizzarle nei modi più abietti e illeciti, compreso l’adescamento delle potenziali vittime.

Le iniziative per tutelare i minori

Che fare per correre ai ripari? Un passo fondamentale è stato quello compiuto dalla Francia nel 2023 con l’introduzione di un disegno di legge per il contrasto allo sharing. Con la possibilità, nel caso della pubblicazione online di contenuti che violano gravemente la dignità dei figli, che l’esercizio del diritto all’immagine dei minori venga tolto ai genitori. In Italia è stata avanzata un paio d’anni fa una proposta simile, dove si parla del diritto alla rimozione dei contenuti che riguardano i minori al compimento del loro quattordicesimo anno (il già citato diritto all’oblio) e della custodia in un conto protetto, fino alla maggiore età dei minori, dei ricavi derivanti dallo sfruttamento commerciale delle loro immagini.

Basandosi sulla normativa già esistente, comunque, in Italia una serie di sentenze hanno già affrontato la questione sharenting, spesso condannando i genitori a risarcimenti verso i figli. E il Garante della Privacy ha messo a disposizione dei consigli per i genitori. Mentre a livello internazionale uno dei riferimenti su cui far leva è la Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che fra le altre cose esplicita: «Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione». Utilissimi, infine, anche i consigli degli esperti. Le autrici di un volume sul tema hanno proposto ad esempio la classificazione del “genitore social” in base al proprio rapporto con lo sharenting: il disinibito, il moderato, quello che si oppone. Una sorta di graduatoria della “sharenting-dipendenza”.

Ma prima di tutto sarebbe bene fermarsi. Per riflettere sulle potenziali conseguenze ogni volta che decidiamo di pubblicare online qualcosa che riguarda i nostri figli. E, soprattutto, per lasciare a loro la scelta di decidere se, quando e come auto-determinare la propria identità digitale.

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Giornalista, blogger, storytweeter. Laurea alla Bocconi. Da metà anni ’90 segue il dibattito sui temi di finanza sostenibile, csr, economia sociale. Blogga su mondosri.info. Homo twittante.​​​​