Quando il benessere diventa un dovere

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Well being


Quando il benessere diventa un dovere

Tra diete, routine e auto-monitoraggio continuo, la ricerca dello stare bene rischia di trasformarsi in un imperativo morale che genera ansia, frustrazione e senso di inadeguatezza, allontanandoci dall’equilibrio autentico che vorrebbe proteggere.

L’integrazione tra percezioni corporee, equilibrio neurofisiologico, stato emotivo e bisogni organici definisce ciò che denominiamo benessere. Non un’astrazione, dunque, ma la sostanza concreta di un sentire diffuso: un tono di fondo sostanziato di agio, pienezza, continuità; una cenestesi – si potrebbe dire –, una percezione globale e immediata del proprio corpo che permane finché non è incrinata da tensioni, dolori, lievi contraddizioni interne; un sottile equilibrio tanto più reale quanto più sensibile a fisiologiche variazioni.

Obiettivo da misurare

Se trasformato tuttavia in un obiettivo da misurare, in un compito da eseguire, in un parametro da controllare – in un protocollo, insomma –, il benessere, o ciò che crediamo tale, distorce il senso stesso di ciò che invece dovrebbe tutelare. Qualora reinterpretato come prestazione – mediante diete, routine, integratori, esercizi, diktat –, quello stato affiorante dalla relazione dinamica tra corpo, mente e bisogni sfuma in un iper-monitoraggio che conduce con sé senso di colpa e frustrazione. Sono questi ultimi, difatti, a emergere quando la sensazione attesa non si compie – e mai si compie, se il benessere diventa dovere, riducendosi a disciplina imposta dalla volontà; se quell’insieme di pratiche teoricamente capaci di restituire un equilibrio tra ciò che sentiamo e ciò che viviamo si trasforma in una norma che orienta comportamenti, linguaggi, aspettative.

Perché il desiderio di sentirsi bene è spesso confuso con l’illusione di potersi garantire, attraverso una serie di atti, una condizione permanente: ed è questo l’equivoco più profondo, quello che contraddice la natura stessa del benessere – che, di certo, non può considerarsi un risultato da ottenere né un esito stabile, ma un processo continuativamente mobile.

Dal benessere all’healthism

I regimi alimentari, i programmi di allenamento, le discipline quotidiane – dalla meditazione alla sconfessione di ogni vizio –, l’integrazione in capsule di ciò che è già nel nostro organismo, quando interiorizzati come doveri, si traducono in ansie da prestazioni e in persistenti sentimenti di inadeguatezza: ogni deviazione – un giorno di stanchezza, una cena più sostanziosa, uno spostamento dal giusto – è percepita come un segnale di cedimento morale (più che fisico).

Il benessere, così mutato in responsabilità individuale assoluta, sottratto alle condizioni sociali, economiche e relazionali che invece ne determinano l’esperienza concreta, diviene ciò che Crawford definì healthism: l’ossessione per la salute come via privilegiata e, presumibilmente, autosufficiente, per stare bene, da perseguire attraverso modifiche continue del proprio stile di vita; la riduzione della salute a una supposta sequenza di scelte volontarie e corrette.

L’esito è la costruzione di un’economia simbolica che trasforma la salute e l’equilibrio in oggetti di consumo, la cura di sé in un investimento identitario (ma poco reale – considerato che lo stare bene non è il mero esito della volontà individuale ma anche il risultato di ciò che accidentalmente ci accade e ci attraversa).

Il corpo diventa così misura del valore personale

Il corpo diventa così misura del valore personale; l’immagine diviene criterio di giudizio. Fisici tonici e longilinei; pelli luminose e compatte; comportamenti integerrimi e disciplinati: tutte prove straordinariamente eloquenti di un autocontrollo esemplare.

Ammettiamolo: la domanda «ti stai prendendo cura di te?» è diventata – seppure non intenzionalmente – intrusiva e colpevolizzante perché il modo in cui è formulata presuppone l’esistenza di un unico modello corretto, di un solo formulario a cui conformarsi. Se tale modello non è rispettato (è questo il punto più dolente) non ci si confronta solo con la fatica, con la stanchezza, con il tempo mancante, ma con l’idea implicita di non aver fatto abbastanza, di non essere stati all’altezza dei rituali di questa religione laica che normalizza la colpa e difende apparentemente dalla vulnerabilità.

Che fare? Dovremmo forse semplicemente restituire complessità al concetto di benessere, sottraendolo alla logica della perfezione, a quella sorveglianza foucaultiana permanente nei suoi effetti seppure discontinua nella sua azione (giacché ogni potere – persino quello autoimposto – è a tal punto normalizzato e interiorizzato da divenire spontaneo).

Occorre riconoscere che ciò che ci rende pienamente umani, in uno stato di benessere, può essere anche la possibilità di sbagliare, di fermarsi, di dormire, di affrettarsi, di mangiare, di piangere, di distrarsi, di ridere, di non performare, di non ottimizzare. Di stare male per stare bene.

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Ricercatrice su temi antropologici, storici e sociali, ha indirizzato i suoi studi sui cambiamenti epistemologici del presente, specializzandosi nell’ambito delle innovazioni digitali, della sociologia e della sostenibilità. Ha proseguito la sua attività di ricerca per aziende private, governi e organizzazioni multilaterali, supportando strategie di investimento in Nfts e in nuove tecnologie ai fini di un potenziamento di soft power; o guidando la riflessione sull’utilizzo degli spazi e delle leve del Metaverso per scopi politici e geopolitici. Ha fornito consulenza a marchi di lusso e di consumo, thought leaders e istituzioni finanziarie su come integrare la sostenibilità nei loro sistemi e su come creare e inquadrare value propositions relative al futuro del lavoro. Lavora come ricercatrice per il Future Food Institute, una fondazione no-profit che sta stimolando un cambiamento esponenziale nel sistema alimentare globale.