Malattie croniche: una sfida quotidiana e sociale
Vivere con una condizione di salute che non prevede una guarigione definitiva è un’esperienza che trasforma radicalmente l’identità di un individuo. Non si tratta solo di ges
L’aumento delle diagnosi ha riguardato soprattutto i bambini, ma oggi emergono con forza le esigenze sanitarie e sociali degli autistici adulti e anziani, ancora poco considerati dalla ricerca scientifica internazionale.
Di autismo negli ultimi mesi si è sentito parlare molto, quasi sempre a sproposito. Nonostante le continue dichiarazioni del segretario alla salute del governo statunitense Robert Kennedy jr, riprese da Donald Trump, non c’è infatti alcuna epidemia e la sindrome, sempre multifattoriale, non è affatto provocata dai vaccini, né tantomeno dal paracetamolo, e non si può curare con l’antitumorale leucovorina, come la comunità scientifica sa da anni. Piuttosto, ha origini genetiche, responsabili all’80% della sua insorgenza, è influenzata solo in misura marginale da eventuali fattori esterni come l’età dei genitori e non si può “curare” (e secondo molti autistici non si deve tentare di farlo se non nei casi gravi, perché più che una malattia l’autismo è un’organizzazione diversa delle funzioni cognitive).
Ciò che è cambiato sono i criteri diagnostici, resi molto più ampi a partire dai primi anni ‘90: un allargamento che ha fatto improvvisamente lievitare il numero di persone che mostravano uno dei tanti disturbi dello spettro autistico, che vanno dalle forme più leggere, quasi impercettibili, a quelle gravissime. Le nuove diagnosi hanno però riguardato soprattutto i bambini, e il risultato è che, secondo le stime pubblicate su The Lancet Regional Health – Europe, più del 90% degli autistici adulti di oggi non è mai stato riconosciuto come tale (tra i 20 e i 49 anni la percentuale scende al 75%: comunque molto alta, ma inferiore).
Oltre alla statistica, c’è un altro aspetto di cui si parla ancora troppo poco: la salute degli autistici adulti, alla quale, nelle settimane scorse, Nature ha dedicato un approfondimento che parte dai numeri, fondamentali per capire il fenomeno. Secondo uno studio pubblicato su Molecular Psychiatry nel 2025 e condotto sui dati di 200 paesi, a causa dell’aumento della popolazione mondiale gli autistici over 70 sono passati da poco meno di 900.000 nel 1990 a 2,5 milioni nel 2021, ed è previsto un raddoppio entro il 2040.
Ciononostante, dal 2012 a oggi solo lo 0,4% degli studi ha riguardato gli autistici adulti, perché ci si è sempre concentrati sui bambini e sugli adolescenti: tra il 1980 e il 2021 a questi ultimi sono state dedicate 40.200 ricerche, contro le 174 sugli adulti. Oltretutto, gli autistici di solito sono esclusi dai trial “normali”, compresi quelli che riguardano l’invecchiamento.
A fronte di questa sottovalutazione, da tempo è noto che gli autistici hanno una certa predisposizione a sviluppare alcune patologie, ma solo oggi si sta iniziando ad approfondire l’argomento, anche per predisporre un’assistenza adeguata.
Per esempio, in una grande indagine pubblicata sull’Autism su 46.850 neurotipici e circa 5.000 autistici è emerso che tra i secondi c’è un’incidenza più elevata di disturbi dell’umore, epilessia, patologie gastrointestinali, osteoporosi, malattie cardiovascolari e demenze. Il morbo di Parkinson, poi, avrebbe un’incidenza tripla. Anche le demenze in generale e l’Alzheimer, in base a dati pubblicati su JAMA Network Open ottenuti da 90 milioni di cartelle cliniche, tra le quali quelle di 114.000 autistici adulti, colpirebbero il 35% degli autistici over 64, contro il 10% della popolazione generale di pari età.
C’è inoltre un chiaro gap tra i generi, che dipende dal fatto che l’autismo colpisce di più i maschi (in proporzione, a seconda delle stime, 3:1 o 4:1) anche se, secondo un recente studio svedese pubblicato sul BMJ condotto su 2,7 milioni di persone nate tra il 1985 e il 2022, le differenze tenderebbero ad annullarsi durante l’adolescenza, fino ad azzerarsi nell’età adulta. Il motivo sarebbe che le donne ricevono la diagnosi più tardi, anche perché sono più brave a compensare e non rispondono perfettamente ai criteri diagnostici ma poi, nel tempo, ottengono il giusto inquadramento.
In merito alle donne, poi, tra le poche informazioni disponibili ce ne sono alcune sulla menopausa, che può essere associata a più depressione e ansia e a una stanchezza più invalidante, a mal di testa più gravi e a dolori muscolari più forti rispetto ai coetanei uomini.
Inoltre, tutte le volte che si è indagato si è scoperto che nessuno spiega alle pazienti questi rischi specifici. Anche per questo che è necessario migliorare le conoscenze e aumentare la consapevolezza del fatto che le femmine sono coinvolte quanto i maschi e in modi specifici.
In generale, però, se da una parte gli autistici tendono a sviluppare alcune malattie, dall’altra il loro cervello impara presto a compensare, creando connessioni nuove. E ciò spiega perché il quadro, negli adulti, sia spesso meno negativo di quanto ci si potrebbe aspettare, e perché le differenze rispetto ai neurotipici si attenuino.
Ogni autistico fa comunque storia a sé, e anche la sua salute via via che gli anni avanzano procede in modo relativamente personalizzato, e non sempre facile da prevedere. Per questo è importante coinvolgere le associazioni e i singoli nella definizione delle ricerche più urgenti, che dovrebbero partire dai loro bisogni e non da schemi astratti e teorici.