Produttività a distanza

Society 3.0


Produttività a distanza

Il virus incide sulle nostre performance lavorative. Conservare l’equilibrio tra tempi e spazi e tenere stretta la creatività che nasce fuori dai nostri contatti abituali è la vera sfida.

​​Il tema della produttività è al centro dell’attenzione di questi tempi. Con il Covid-19 come ennesimo elemento che la influenza, ci si chiede ora come gestirla al meglio, sia al livello dell’impresa che a quello personale. Ora, con la priorità data al distanziamento fisico ed alla de-densificazione come è possibile garantire la produttività di dipendenti lontani, che non interagiscono, e garantire loro la qualità personale del lavoro?

Sebbene siamo ancora in un momento fertile di incognite e sperimentazioni, qualche ipotesi si può fare per comprendere cosa significhi oggi essere produttivi senza la collaborazione data dalla comune presenza in un ufficio. Infatti, ammesso che si vada verso una più spiccata individualità del lavoro – si lavora più di frequente da soli – va considerato come questa possa influire sul quanto e come si “produca”.
I risultati di una ricerca della società di consulenza internazionale McKinsey Reimagining the office and work life after COVID-19 dicono che l’80% delle persone interrogate si trovano bene a lavorare da casa. E il motivo per cui le imprese stanno allora pesando a quanta parte del lavoro riportare effettivamente in ufficio, forse, è proprio che il 41% del gruppo interrogato per la ricerca ha dichiarato di essere (a casa) molto più produttivo di quanto sia mai stato prima.

Soli e produttivi

Da soli si è quindi più produttivi e felici? Alt. Ovviamente, questa possibilità di conservare se non aumentare la produttività fuori dall’ufficio è direttamente proporzionale alla capacità di un’impresa di essere adattabile al lavoro flessibile. Non è per tutti, quindi, e dipende anche dal suo specifico “stile” di lavoro, connesso a:

  • Il suo settore (manifattura, servizi, …);
  • La sua posizione e la sua distribuzione geografica;
  • I suoi turni;
  • La sua intensità di manodopera;
  • Il suo dialogo con i clienti (tempi diurni, notturni, …). 

Quindi, per ora, è difficile dare una risposta definitiva ed esaustiva. È certo che la differenza di come si maneggia ora la produttività rispetto all’epoca pre-Covid-19 è sostanziale: se l’impresa – prima – in qualche modo “governava” il tema produttività perché aveva i dipendenti in ufficio, ora non può certo continuare a farlo come prima. E questo apre un nuovo scenario sul fatto che il dipendente gestisca, o meglio autogestisca, il suo tempo, i suoi risultati, e quindi la sua produttività.

Equilibrio e autonomia

Da più contesti emerge che un dipendente che lavora in modo autonomo – ora si intende “da casa” – sia più responsabilizzato e quindi più produttivo. Ammesso quindi, che la palla dell’organizzazione di spazi e tempi passi in mano al singolo, il gioco non è esattamente facile.
Perché in questo caso è necessario che l’azienda in qualche modo trasferisca le sue capacità ed i suoi strumenti immateriali di organizzazione al dipendente, affinché capisca come lavorare al meglio per sé, non solo per l’azienda.
Organizzarsi il lavoro da soli è infatti complicato. Come predicato per anni dalla cultura digitale più spinta, infatti, a casa diventiamo davvero i capi di noi stessi, e possiamo averne vantaggi e svantaggi, sia in termini produttivi che mentali.

Se siamo troppo flessibili il rischio è di perdersi, deconcentrarsi e procrastinare. Ma se siamo troppo rigidi, o meglio vediamo la possibilità di ottimizzare al massimo il tempo disponibile, finiamo per non fermarci mai. Su questo fronte, per esempio, è utile confrontare due libri interessanti:

  • Tiny changes, remarkable results di James Clear, per ragionare su come le piccole scelte quotidiane possano aiutare a gestirsi meglio nel medio periodo;
  • La tirannia del tempo di Judy Wajcman per capire come ci sia sempre il rischio di un’accelerazione continua, tipica per il capitalismo digitale in cui viviamo.

Così, se da una parte è necessario sgombrare lo spazio professionale domestico da ciò che è superfluo e distrae, per trovare ordine, dall’altra è necessario, per la nostra salute mentale, separare gli spazi e i tempi in cui lavoriamo, sempre in casa, da quelli in cui invece siamo immersi nella vita privata e familiare.

Il mantenimento di questi confini (luoghi e orari) la cui imposizione e il cui controllo ora arrivano da noi e non da altri, è ora decisivo per conservare un equilibrio interiore, professionale, privato. E quindi anche la propria produttività.​

Promuovere collaborazione creatività e produttività

Ammesso che si riesca a far funzionare bene questa auto-organizzazione, a rispettare questi confini ed a tenere una produttività accettabile da noi e dal datore di lavoro, non sappiamo ancora se la maggior parte del lavoro si svolgerà in ufficio o in remoto.

Nell’attesa di ritornare in azienda, cercheremo e probabilmente troveremo tutte le soluzioni che ci consentono di essere concentrati, e non impoverire la qualità e i risultati del lavoro, anche da casa.
Ma considerando che influiscono quotidianamente su come si lavora e quanto si produce, soprattutto in termini qualitativi, che fine faranno la condivisione e l’interazione tra colleghi?
Molte persone si sono infatti alleggerite dai tempi del pendolarismo ed hanno guadagnato in comodità e tranquillità, ma lontano dall’ufficio si è persa quella spinta che arriva dal lavorare insieme, fonte esclusiva di creatività e produttività.
Da una parte, infatti, il lavoro fianco a fianco in un solido network di collaboratori che si conoscono, condividono gli spazi ed hanno legami forti, influisce sulla produttività, sulla creazione di senso di appartenenza, e sulla coltiv​azione di una cultura generale del lavoro che caratterizza un’impresa. Ma sono altrettanto importanti, dall’altra, quei legami deboli e casuali che si generano fuori dai nostri network abituali – le bolle fatte di persone conosciute – perché ci presentano punti di vista differenti dai nostri e quindi influiscono sulla generazio​ne e il contagio di idee. È con l’attrito frizzante tra questi due mondi – conosciuto e sconosciuto – che alimentiamo quella creatività che arricchisce noi ed è così preziosa per il nostro lavoro.

​Antonio Belloni è nato nel 1979. È Coordinatore del Centro Studi Imprese Territorio, consulente senior di direzione per Confartigianato Artser, e collabora con la casa editrice di saggistica Ayros. Scrive d'impresa e management su testate online e cartacee, ed ha pubblicato Esportare l'Italia. Virtù o necessità? (2012, Guerini Editori), Food Economy, l'Italia e le strade infinite del cibo tra società e consumi (2014, Marsilio) e Uberization, il potere globale della disintermediazione (2017, Egea).