Dalle nevi del 1956 alle vette del 2026: il lungo cammino verso l’uguaglianza olimpica

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Dalle nevi del 1956 alle vette del 2026: il lungo cammino verso l’uguaglianza olimpica

Da «Il vero eroe olimpico ai miei occhi è l’individuo maschio adulto» a un’edizione dei Giochi con il 47% di atlete: Milano Cortina 2026 non celebra solo medaglie, ma un secolo di battaglie contro l’esclusione. Changes ne ha parlato con Antonella Stelitano.

Tra i risultati per cui ricorderemo le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 uno spicca in ambito extrasportivo: si tratta dell’edizione dei Giochi con il maggiore equilibrio di genere mai registrato. Le atlete rappresentano il 47% dei partecipanti, con circa 1.360 sportive pronte a gareggiare su un totale di 2.900 atleti. Inoltre, sono state introdotte quattro nuove gare femminili (tra cui lo sci alpinismo sprint e lo slittino in doppio) e, per la prima volta, nello sci di fondo uomini e donne gareggiano sulle stesse distanze. La parità, tuttavia, non si limita al campo di gara: oggi il 45% della squadra dirigenziale senior e il 48% della forza lavoro del Comitato Organizzatore sono donne, a testimonianza di una leadership che sta cambiando volto.

Questa parità numerica è il risultato di un percorso secolare segnato da resistenze culturali e battaglie pionieristiche che ci hanno portato dove siamo da numeri ben diversi. Nel 1924, agli albori dei Giochi Invernali, la presenza femminile infatti era limitata al solo pattinaggio di figura con una quota di partecipazione del 4,3%. In quegli anni, le donne dovettero lottare contro pregiudizi radicati, incarnati dallo stesso fondatore del CIO, Pierre de Coubertin, il quale dichiarava apertamente: «Il vero eroe olimpico ai miei occhi è l’individuo maschio adulto». Ma grazie a figure come Alice Milliat il muro dell’esclusione iniziò a incrinarsi. Milliat, stanca dei rifiuti del Comitato Olimpico, fondò la Federazione sportiva femminile internazionale e organizzò nel 1922 i primi Giochi olimpici femminili, rispondendo alle critiche con fermezza: «Le donne hanno diritto allo sport! Non venite a riproporre questo vecchio luogo comune secondo cui devono restare a casa a rammendare i calzini».

Cortina 1956: la prima crepa nel muro dell’esclusione

In questo contesto di lenta evoluzione, l’edizione di Cortina 1956 rappresentò un vero e proprio «laboratorio di modernità e una prima crepa nel muro dell’esclusione» spiega Antonella Stelitano, coautrice (insieme a Adriana Balzarini) del saggio Le donne di Cortina 1956 (edizioni Minerva). «Quell’edizione fu la prima trasmessa in tv. Di conseguenza per la prima volta l’immagine delle sportive entrava nelle case, a dimostrazione non sono che le donne facevano sport, ma che potevano eccellere” ricorda Stelitano. Al contrario, nella considerazione generale fino a quel momento lo sport sembrava “inadatto” alla natura femminile, al punto che in Italia le donne non potevano neppure tesserarsi nella federazione ciclistica nazionale».

Per quanto le atlete dei Giochi del 56 fossero ancora una minoranza (circa il 16%), Cortina segnò altri primati fondamentali. Per la prima volta nella storia olimpica fu una donna, la sciatrice vincitrice alle Olimpiadi da Oslo Giuliana Minuzzo Chenal, a pronunciare il giuramento olimpico (anche se circolano voci sul fatto che fu scelta solo per la “squalifica del collega Zeno Colò). «In più, essendo mamma, Chenal è stata la prima atleta che ha combattuto per il diritto di andare agli allenamenti portando la figlia» sigla l’autrice. Nel 1956 le donne non parteciparono però solo in qualità di atlete, ma anche come giudici di gara, giornaliste, interpreti e organizzatrici, per quanto ignorate dalle cronache del tempo, a dimostrazione della diffusione del pregiudizio.

Ci è voluto parecchio tempo per avanzare. Basti pensare che solo nel 1979 il diritto a partecipare negli sport fu incluso nella cosiddetta Carta dei diritti delle donne promossa dalle Nazioni Unite e che solo nel 2012, alle Olimpiadi di Londra, ogni squadra nazionale ha ospitato almeno una donna: l’Arabia Saudita, l’unico stato che ancora proibiva alle donne di gareggiare alle Olimpiadi, solo in quell’anno ha schierato due atlete, una negli 800 metri e una nel judo.

Dalla parità statistica all’uguaglianza sostanziale

Oggi, invece, dati i miglioramenti numerici sopra esposti, la sfida è quella di passare da una parità puramente statistica a una piena uguaglianza di dignità e opportunità. Quante atlete devono barcamenarsi tra l’allenamento e la famiglia con più difficoltà dei partner? Quante, inevitabilmente, a un certo punto devono scegliere tra la competizione e la maternità?

«Le micro storie delle donne di Cortina anticipano un percorso di emancipazione che ci porta al 2026» conclude Stelitano. «Allora le protagoniste non ne avevano consapevolezza: semplicemente chiedevano il diritto di fare lo sport che amavano. Oggi le loro vittorie sono forse più di quelle maschili. Tuttavia, se a Milano Cortina 2026 siamo così rappresentate, è giusto ricordare che lo si deve anche alle coraggiose pioniere di quegli anni. Conoscere le loro storie è importante per capire il percorso fatto. È una questione di rispetto e di giustizia storica, specie nel Paese in cui, 70 anni fa, tutto questo si è manifestato per la prima volta».

Crediti foto: Courtesy CONI

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Mantovana, giornalista da oltre 15 anni in Mondadori, collabora a numerose riviste nazionali su temi di attualità e stili di vita. Ha collaborato a una monografia sul cinema di Steven Spielberg e curato la traduzione dall’inglese di un saggio sul Welfare State. ​