Il vero visionario è un procrastinatore

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Il vero visionario è un procrastinatore

Cosa accomuna Dante Alighieri, Leonardo, Mark Zuckerberg e i fondatori di WhatsApp Jan Koum e Brian Acton? Per rispondere al quesito c’è il libro dal titolo Menti visionarie dell’imprenditore Simone Terreni.

Quando ci si imbatte nella biografia di un grande visionario, la domanda iniziale è la seguente: come ha fatto a fare quello che ha fatto? Pensiamo ai toscani Dante Alighieri e Leonardo da Vinci, a Mark Zuckerberg che ha fatto nascere Facebook o all’ucraino Jan Koum e Brian Acton, co-fondatori di WhatsApp. Ad aiutarci a rispondere a questo quesito è un bel libro dal titolo Menti visionarie dell’imprenditore Simone Terreni, managing director di VoipVoice. La risposta è almeno una: tutti i geni visionari erano e sono dei grandi studiosi, tutt’altro che degli improvvisatori, all’opposto dei procrastinatori.

Di cosa parliamo:

  • Dante Alighieri scrisse la Divina Commedia in 13 anni
  • Leonardo dipinse la Gioconda in 14 anni
  • Mark Zuckerberg passò attraverso diversi sperimenti prima di arrivare a Facebook e Meta
  • Jan Koum e Brian Acton hanno affrontato diversi passaggi per creare WhatsApp

Dante Alighieri scrisse la Divina Commedia in 13 anni

Il primo caso di studio che possiamo prendere in considerazione è Dante Alighieri, toscano come Terreni. Scrisse la Divina Commedia in molti anni, iniziando a lavorare intorno al 1308 per continuare fino alla morte, avvenuta nel 1321. Per completare l’opera, dunque, Dante impiegò 13 anni. È un bell’esempio di lavoro metodico, fatto di studio continuo.

Leonardo dipinse la Gioconda in 14 anni

Un altro genio visionario, tra i tanti trattati da Terreni, è Leonardo. Nella sua perfezione la Gioconda o Monna Lisa, conservata al museo del Louvre di Parigi, rischia di ingannarci: Leonardo ci lavorò tra il 1503 e il 1517 e, dunque, per completarla impiegò 14 anni.

«Tutti conosciamo i suoi capolavori – scrive Terreni –. L’ultima cena e la Gioconda, ma pochi sanno che fu proprio grazie al suo estro artistico che divenne anche scienziato e ingegnere. Leonardo usava, infatti, il disegno come strumento principe per osservare e studiare il grande libro della natura. Riempiva di disegni i suoi taccuini e ci ha lasciato 7mila fogli, raccolti in vari codici, pieni zeppi di appunti, tutti scritti al contrario perché era mancino. La conoscenza, che nel Rinascimento coincideva con la scienza, era per Leonardo figlia della sperienzia». Ogni giorno, dunque, studiava e annotava ciò che studiava: «Nel 1994 Bill Gates – ricorda Terreni – comprò il Codice Hammer per 30 milioni di dollari. Steve Jobs ammirò Leonardo tutta la vita. Quando costruirà il suo super computer NeXTcube, sul quale Tim Berners-Lee inventerà il web, per la forma e il naming Jobs si ispirò al cubo leonardiano».

Zuckerberg passò attraverso diversi sperimenti prima di arrivare a Facebook e Meta

Proviamo a fare un salto in avanti nel tempo, venendo ai nostri giorni. Prendiamo il caso di Mark Zuckerberg. Nel 2003 creò CourseMatch per fare il compito di storia dell’arte sulla Roma di Augusto all’università: si trattava di un sito per condividere i corsi seguiti ad Harvard. «Per il compito finale di storia dell’arte sulla Roma di Augusto – spiegherà a Mathias Döpfner nel 2016 su Die Welt – c’erano un sacco di opere d’arte sparse nell’aula. Te ne mostravano alcune e avresti dovuto scrivere un saggio sul loro significato storico. Non avevo prestato molta attenzione alla materia, perché stavo programmando altre cose, così quando si stava avvicinando l’esame finale pensai di essere spacciato. Non sapevo nulla di quell’argomento. Iniziai a sviluppare un piccolo servizio come strumento di studio che mostrava casualmente un’opera d’arte e ti permetteva di inserire cosa, per te, avesse di significativo quell’opera da un punto di vista storico. Li inviai a tutti i partecipanti delle lezioni e molti scrissero il loro parere, divenendo così un ottimo strumento di studio sociale. Pensai che mettendole insieme avrei fornito uno strumento in cui la gente poteva condividere tutto quello che voleva. È stato così che è arrivata la prima versione di Facebook».

Poi, sempre nel 2003, Zuckerberg creò FaceSmash per eleggere miss campus ad Harvard: rimase online solo quattro ore, ma registrò ben 22 mila voti. Successivamente, il 4 febbraio 2004, creò thefacebook.com come ricombinazione di alcuni siti di incontri, da Facebooks di Harvard (l’elenco degli iscritti all’anno accademico) a SixDegrees, Friendster, HardvardConnection e Myspace.

«Il 26 settembre 2006 – annota Terreni – Facebook uscì dalle università e fu accessibile a tutti. Bastava avere 13 anni e una e-mail valida per creare il proprio profilo. Il social esplose in tutto il pianeta. Nel 2010 Time nominò Mark Zuckerberg uomo dell’anno a soli 26 anni. Nel 2012, in tutto il mondo, il numero di utenti registrati a Facebook raggiunse il miliardo. Sempre il 18 maggio 2012 Facebook Inc. fu quotata in borsa per 104 miliardi di dollari. Nel 2012, per un miliardo di dollari, Facebook comprò Instagram e nel 2014, per 19 miliardi di dollari, acquisì WhatsApp. Il 28 ottobre 2021 Facebook ha cambiato nome in Meta, pronto a conquistare anche il metaverso». Anche in questo caso, tra Facebook e Meta passano 17 anni, pieni di studio ed esperimenti.

Koum e Acton hanno affrontato diverse prove prima di arrivare a WhatsApp

Da ultimo, tutti noi, probabilmente, usiamo WhatsApp quotidianamente, che abbiamo appena citato. La società WhatsApp fu creata all’inizio del 2009 e, seppure la sua genesi risultò molto più limitata rispetto alla Divina Commedia o alla Gioconda, la nascita fu tutt’altro che lineare: «Koum passò giornate intere a costruire il codice utilizzando i taccuini della madre e a studiare i prefissi telefonici tramite Wikipedia – spiega Terreni –. L’app spesso andava in crash, ma lui non mollava. Nel giugno del 2009, Apple lanciò il sistema delle notifiche. Ogni volta che si cambiava stato si poteva avvisare tutto il proprio network, gratis e in tempo reale: “Ehi come va? Io sono al lavoro”. Vedendo che le persone rispondevano ai vari stati, Koum capì di aver involontariamente sviluppato un potente sistema di messaggistica. Anche se esistevano altri sistemi di chat, WhatsApp era l’unico basato solo sui cellulari». Il 19 febbraio 2014, come già detto, Zuckerberg annunciò l’acquisizione di WhatsApp. Anche in questo caso, dunque, la creazione di WhatsApp passò attraverso lo studio e la procrastinazione. Perché tutte le menti visionarie studiano e sono procrastinatrici.

Top voice di LinkedIn in Italia, milanese, dal 2017 cura su LinkedIn la “Rassegna quotidiana del cambiamento sul lavoro” delle ore 8 ed è promotore del portale Rassegnalavoro. Ogni giovedì, su LinkedIn, conduce alle 18 il talk “New Normal Live” dedicato alla “nuova normalità” sul mondo del lavoro. Giornalista professionista, ha scritto per più di 30 testate come il Corriere della Sera. Si occupa di comunicazione digitale aziendale e, in particolare, della progettazione, della realizzazione e dell’implementazione di community professionali. Suo il libro ​“Tempo di IoP: Intranet of People” dedicato alla comunicazione interna d’impresa. ​