Il geologo del rock

Society 3.0


Il geologo del rock

Un messaggio alla band dei Foo Fighters ha cambiato la vita di Fabio Zaffagnini fondatore di Rockin’1000 che ha cambiato la musica. E ora sogna un concerto per l’Ucraina in stile Band Aid.

Il video lo abbiamo visto praticamente tutti, nel 2015. La prima inquadratura è quella di un direttore d’orchestra capelluto che, da una impalcatura nel Parco Ippodromo di Cesena, dà il la. Stacco su un batterista con una cresta punk che attacca con la prima battuta di Learn to Fly dei Foo Fighters, e da lì i batteristi, i bassisti, i chitarristi e i cantanti si moltiplicano: dieci, cento…mille. Quando si dice esordire con il botto.

Il primo atto del progetto Rockin’1000, quella che a buona ragione può definirsi, scippando il titolo ai Rolling Stones degli anni ’70, “the greatest rock band in the world” (quantomeno in termini numerici) sette anni fa trasmise una innegabile carica di energia, ottimismo, buone vibrazioni e spirito comunitario. Una cosa del genere non si era mia vista prima, in nessuna parte del mondo: mille musicisti che suonano tutti insieme, peraltro con una resa tecnica perfetta. A rendere la storia affascinante e unica non era, tuttavia, solo il gigantismo da Guinness dei Primati (nel quale ovviamente Rockin’1000 è entrato a passo di carica), ma l’obiettivo che la performance intendeva raggiungere. A spiegarlo in quel video, finito il pezzo, è l’organizzatore di quello che lui stesso definisce “miracolo”. Un ragazzo biondo sulla quarantina, geologo marino con collaborazioni presso il CNR nonché ideatore di startup e strategie innovative di marketing, senza nessuna esperienza precedente nel mondo del business musicale. «Questo video sarà visto da una grande quantità di persone nel mondo  – dice Zaffagnini al microfonor non si sbagliava, a oggi siamo sui 60 milioni di visualizzazioni – ma questo messaggio è indirizzato soprattutto a cinque persone: i Foo Fighters». Ovvero la celeberrima band dell’ex batterista dei Nirvana Dave Grohl (e di Taylor Hawkins, purtroppo scomparso da poco), alla quale Zaffagnini e i suoi mille amici chiedono di aggiungere nel loro prossimo tour una data a Cesena. Cosa che puntualmente avverrà.

Fabio Zaffagnini

«Un  giorno ricevo una mail dal management dei Foo – racconta – con l’invito ad andarli a trovare negli Stati Uniti per conoscerci. Erano rimasti molto colpiti da questi pazzi di italiani che si erano inventati una follia del genere. Andiamo, io e i miei collaboratori, e nel backstage di un loro concerto mi faccio quattro chiacchiere e un paio di shottini di tequila con Dave, che voleva sapere tutto di noi. Tipo simpaticissimo. E qualche tempo dopo vennero davvero a suonare a Cesena, mantenendo la promessa».

Una preghiera collettiva

Scommessa vinta. Ma come era venuta la pazza idea a Zaffagnini? «Mi ero messo in testa di fare in modo che i Foo Fighters suonassero all’Ippodromo di Cesena, ma non sapevo neanche da dove si comincia per realizzare un sogno del genere. Poi un giorno vidi il dvd del film School of Rock, negli extra c’è questa scena in cui Jack Black chiede ai Led Zeppelin di concedergli l’utilizzo di un brano, e per farlo improvvisa un casino enorme con una quantità spropositata di persone intorno a lui. Perché, come dice lo stesso Black, l’unico modo per ottenere qualcosa è implorare, ma se lo fai in mille è più efficace. Questa cosa mi ha folgorato e mi è rimasta in testa come un tarlo. Ogni mattina mi svegliavo con quell’idea di preghiera collettiva, e a un certo punto mi sono detto che avrei dovuto realizzarla».

Poteva finire lì, è la storia sarebbe stata già perfetta così. Ma il boom del progetto – sostenuto da un eccellente, capillare piano di comunicazione sui social media, perché oggi anche le idee più belle senza una strategia di marketing integrata non vanno da nessuna parte e rimangono, per l’appunto, belle idee – aveva fatto capire che dietro quell’exploit c’erano potenzialità enormi. Per Zaffagnini e i suoi compagni di avventura, insomma, si trattava di rilanciare, alzando l’asticella.

«In tanti, da ogni parte del mondo, sono rimasti emozionati da quello che avevamo fatto a Cesena e ci hanno chiesto di continuare. Naturalmente non sono imprese che si possono improvvisare, la prima necessità era pensare a un business model sostenibile. Negli anni successivi abbiamo tenuto concerti a Parigi, Francoforte, Firenze, all’aeroporto di Linate. Tutti andati benissimo, con decine di migliaia di spettatori. Inizialmente producevamo noi gli spettacoli, ma stiamo parlando di eventi la cui organizzazione può richiedere mesi e che vengono a costare intorno al mezzo milione di euro. Nonostante fossimo una società microscopica, abbiamo retto grazie ai biglietti e alle sponsorizzazioni. Con una campagna  di crowdfunding abbiamo raccolto un milione e trecentomila euro. Ora ci affidiamo a promoter ai quali vendiamo il pacchetto completo dello show. La struttura della società conta in totale una trentina di persone».

Scogli tecnici da superare

Chi conosce la storia della musica rock e pop sa benissimo quali sono le difficoltà e le tensioni cui va regolarmente incontro una band di quattro o cinque elementi. E quando sono mille? «La parte più complicata ha a che fare con la fattibilità tecnica e la regia musicale, soprattutto per quanto riguarda la sincronizzazione degli strumenti. Per ognuno di essi abbiamo un paio di responsabili musicali. Ovviamente sono banditi gli assolo e i virtuosismi. Si tratta poi di fare le scelte giuste rispetto alle canzoni, che devono avere determinate caratteristiche e prestarsi a interpretazioni del genere. C’è comunque un grande cameratismo e spirito di gruppo, il progetto Rockin’1000 nasce e si sviluppa come una vera community. Quello che mi immagino è proprio questo: una comunità allargata di musicisti e fan che si aiutano vicendevolmente, creando opportunità e idee. Una piattaforma che non deve solo generare utili ma stimolare creatività e far nascere dei  legami. Soprattutto in questo periodo, reduci come siamo da due anni molto duri per chi fa il musicista e non ha potuto esibirsi dal vivo».

Durante la pandemia, Rockin’1000 non è rimasto fermo. Grazie ai contributi inviati dai musicisti, chiusi nelle loro case come tutti, sono stati creati dei mega-video che cucivano assieme come in un patchwork centinaia di clip. Inoltre, la sosta forzata ha permesso una ristrutturazione societaria e un ripensamento del piano economico-finanziario. Quel che è certo, è che Rockin’1000 è pronto a ripartire con nuovi progetti. Il pubblico c’è, e quel che è più importante è trasversale alle fasce di età.

«I musicisti sono tutti tra i venticinque e i quarantacinque anni di età, il pubblico è invece molto vario. Tante le famiglie con figli, ma nelle ultime occasioni in cui abbiamo suonato ho notato anche una bella presenza di giovani e giovanissimi. Il nostro è un repertorio, per forza di cose ma anche per scelta, imperniato sul classic rock e le hit degli Anni 60-70, e vedo che parecchi adolescenti che si penserebbe ascoltino solo la trap sono attratti dalla nostra proposta. Chi lo sa, forse è merito dei Måneskin. Oppure i ragazzi sono semplicemente stufi di sonorità sintetiche e, come stanno facendo peraltro diversi artisti hip hop, riscoprono il piacere della musica suonata con strumenti veri».

Un modello imitato

Nel frattempo, qualcuno anche all’estero ha provato a replicare l’esperienza di Rockin’ 1000 con tentativi un po’ caserecci. Come la Settimana Enigmistica, il progetto vanta già parecchi tentativi di imitazione.

«Nella maggior parte dei casi si tratta di omaggi, chi organizza questi happening si ispira dichiaratamente a quello che abbiamo fatto noi e questo mi rende molto orgoglioso. Va detto che nella maggior parte dei casi sono tentativi un po’ alla buona, c’è molta passione ma per creare un prodotto di qualità ci vuole un’organizzazione strutturata, altrimenti è da incoscienti».

Nei piani futuri di Zaffagnini c’è il rafforzamento e l’ampliamento della community di Rockin’1000, e anche l’idea di creare un repertorio originale da alternare alle cover. Inoltre, visto che la contemporaneità ci ha nuovamente fatti precipitare in un periodo terribile, c’è la voglia di far qualcosa per aiutare in qualche modo chi in questo momento sta soffrendo per l’ennesima guerra insensata.

«Ci stiamo ragionando sopra, ma è una questione molto delicata. L’obiettivo è aiutare le persone che hanno bisogno, ma vorremmo farlo concretamente. Organizzare uno spettacolo costoso solo per il gusto di fare qualcosa di celebrativo e retorico sarebbe inutile. Non c’è bisogno di lanciare messaggi, la guerra è sotto gli occhi di tutti. Sii tratta di trovare l’occasione e le modalità giuste per essere realmente d’aiuto, con una iniziativa che non si risolva solo in belle parole. Penso abbiamo le capacità e la credibilità per poterlo fare. Nello spirito di Rockin’1000, che si basa fin dall’inizio su unità , fratellanza, collaborazione».

E, aggiungiamo, anche molta concretezza, capacità manageriali, risorse comunicative e spirito imprenditoriale. Solo così, con il giusto mix di follia visionaria e piedi per terra, si può imparare a volare. Proprio come dicono i Foo Fighters.

Copywriter, giornalista, critico musicale e docente di comunicazione. In pubblicità ha ideato campagne per brand come Fiat, Sanpaolo Intesa, Lancia, Ferrero, 3/Wind. Insegna comunicazione presso lo IAAD di Torino e la Scuola Holden. Collabora con testate quali Rolling Stone, Il Fatto Quotidiano, Rumore. Ha scritto e tradotto diversi volumi di storia e critica musicale per case editrici come Giunti e Arcana.​