Diamo il giusto peso all’inclusione

Society 3.0


Diamo il giusto peso all’inclusione

Sempre più frequentemente mi capita di imbattermi in un’espressione e domandarmi se si tratta di un ossimoro o di uno scorretto, o addirittura forzato, accostamento. E questo capita sempre più spesso quando c’è da dimostrare di essere inclusivi.

Da studente, avevo una memoria solidissima: di fronte a un testo letterario ero in grado di scovare le più strambe figure retoriche, attingendo con i miei ricordi agli angoli più reconditi del manuale scolastico. C’è, però, una figura retorica che non ho mai dovuto memorizzare; l’interesse che le rivolsi dal primo istante è stato risolutivo per imprimerla nei miei pensieri: l’ossimoro. Molti di voi lo ricorderanno: è quello strano procedimento che consiste nell’unire due parole o espressioni che sono inconciliabili nel significato, ma la cui contrapposizione viene superata dal loro accostamento. Un esempio: l’assordante silenzio. Quanta potenza dall’unione di due opposti!

Sempre più frequentemente mi capita di imbattermi in un’espressione e domandarmi se si tratta di un ossimoro o di uno scorretto – o addirittura forzato – accostamento: il «lusso inclusivo». Il lusso è per definizione esclusivo: compete solo alcuni, escludendo altri da una sua fruizione; è cioè riservato a pochi privilegiati; punta sulla rarità, a discapito dell’accessibilità.

La prima impressione è quella di trovarsi di fronte a un surrogato del greenwashing: in questo caso, una strategia per presentare sotto una facciata di inclusività beni ed esperienze che non lo sono affatto. È in questa ottica che spesso ho letto le collaborazioni tra i marchi di fast fashion e i luxury brand: capsule collection accessibili che danno l’illusione (ma non di certo la sostanza) di esclusività. Lo stesso vale per la tendenza di numerosi chef stellati di dar vita a pasticcerie, panifici, locali street food di qualità senz’altro eccellente. L’offerta è accessibile, ma non prevede alcun accesso al lusso di un menù degustazione che offre un’esperienza estetica, oltre che gastronomica, con annessi effetti scenografici e memorie indelebili.

Forse però per comprendere questo strano accostamento tra «lusso» e «inclusività» e scoprire se si tratta davvero di un ossimoro vincente è necessario interrogarsi sull’attuale evoluzione dei termini connessi alla tematica; e, eventualmente, invertire l’intero paradigma.

Oggi, in un mondo in cui il rispecchiamento dell’identità rappresenta una delle prime scelte d’acquisto, il significato della parola «esclusività» sta cambiando: non dipende più dall’esclusione e, dunque, dal costo, ma dal grado di identificazione con i valori espressi da quel bene.

Soprattutto per le nuove generazioni, un bene è esclusivo non (anzi, ammettiamolo, senza retoriche, non solo) per il brand, ma anche per il rispetto di una rinnovata idea di lusso: la sostenibilità ambientale; i diritti di genere; l’impegno sociale; il body positivity, e così via.

Persino la mitologia di un marchio, fino a pochi anni fa inattaccabile, non è più sufficiente per rappresentare uno stile di vita percepito come «lusso». In altre parole, l’appartenenza a un’élite non si gioca più e non solo sul campo socioeconomico, quanto su quello della condivisione dei valori. 

Dunque, oggi il «lusso inclusivo» è un riuscitissimo ossimoro. Anche questa volta, i ricordi del mio manuale di analisi retorica mi hanno aiutato.

Economista, consulente strategico e corporate trainer. Si è formato all’Università Bocconi di Milano e all’INSEAD di Fontainebleau, e ha girato il mondo per lavoro e per passione: Head of Business Development Unit di Finmeccanica in Russia, Senior Manager di McKinsey a Londra e Principal di AlphaBeta a Singapore, dove ha gestito progetti con aziende del calibro di Google, Uber e Microsoft. In precedenza, ha lavorato anche presso Goldman Sachs e le Nazioni Unite a New York. Tornato a Bari, ha fondato la Disal Consulting e si occupa di ricerca, consulenza, comunicazione e formazione per grandi aziende italiane (Ferrari e UniCredit), colossi digitali (Netflix e Amazon), istituzioni multilaterali (World Economic Forum) e governi nazionali (Francia, Cina e Germania). Insegna alla IE Business School di Madrid e alla Nanyang di Singapore, e dirige il Master in Digital Entrepreneurship presso H-Farm, dove cerca di trasmettere l’importanza dello storytelling per la riuscita di un progetto imprenditoriale. Dopo il successo del suo primo libro Flow Generation - manuale di sopravvivenza per vite imprevedibili, ha pubblicato con Hoepli Phygital - il nuovo marketing tra fisico e digitale.