Quattro generazioni al lavoro, serve la fertilizzazione incrociata
Gen Z. Serve trovare la quadra. Proviamo a vedere cosa fare con l’aiuto di Luca Quaratino, ricercatore in organizzazione aziendale dell’università IULM di Milano, e Vittorio D
L’incertezza sarà il comune denominatore dei prossimi 12 mesi a livello geopolitico a causa della nuova strategia Usa, sempre meno propensi a plasmare l’ordine globale e sempre più proiettati verso un confronto con la Cina. E i paesi europei, in attesa che l’UE diventi un soggetto strategico compiuto, saranno chiamati a schierarsi senza ambiguità.
Attraversato da una profonda trasformazione geopolitica, il 2025 ha esplicitato dinamiche che da tempo operavano sotto la superficie del sistema internazionale: la crisi strategico-identitaria degli Stati Uniti, il progressivo collasso dell’ordine internazionale basato sulle regole, il ritorno della politica di potenza, l’iniziativa revisionista di alcune potenze regionali. Quello del 2026 è un mondo dove non c’è quasi più nulla di certo e dove il rischio tende a configurarsi come fattore strutturale.
Il protrarsi delle crisi in Ucraina e in Medio Oriente, inclusi i nuovi focolai di instabilità, come in Siria, ha ulteriormente chiarito che la guerra non può più essere considerata un’eccezione dolorosa della Storia, bensì uno strumento ricorrente di regolazione di certi equilibri quando il compromesso politico, prodotto dalla diplomazia, fallisce. Nei due casi citati, i “piani di pace” firmati o abbozzati nel corso del 2025 non hanno rimosso le cause profonde all’origine delle rispettive azioni militari e, nella migliore delle ipotesi, possono delineare tregue provvisorie, intrinsecamente riversibili. Gaza e Ucraina restano quindi conflitti a bassa risolvibilità e alta durata, “gestiti” più che risolti.
L’avvio del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca ha accelerato, e per certi versi radicalizzato, una tendenza già in atto nella postura statunitense: il ridimensionamento del perimetro dell’ordine internazionale a guida americana nelle sue dimensioni militari (NATO), giuridico-istituzionali (ONU, multilateralismo e diritto internazionale) e commerciali (globalizzazione), percepito come sempre più oneroso per l’opinione pubblica. Nella visione di questa amministrazione, molti esperti osservano la «rinuncia all’Impero per salvare la nazione» da una globalizzazione che avrebbe favorito dinamiche migratorie incontrollate e contribuito alla deindustrializzazione del paese e alla crisi della classe media americana, a vantaggio dell’avversario cinese.
Come emerge dalla Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata dal Pentagono a fine 2025, Washington mostra una minore propensione a plasmare l’ordine globale secondo modelli universalistici, accettando – anche per deficit di risorse e capacità, a partire da un’industria della Difesa arrugginita – la coesistenza con potenze rivali e il riconoscimento di sfere di influenza, al fine di concentrare risorse e attenzione sulla riaffermazione della propria preminenza nell’emisfero occidentale, dall’Artico al cono sudamericano. In una gestione sempre più transazionale dei rapporti di forza, per gli Stati Uniti le alleanze tendono a perdere la loro dimensione vincolante, a favore di allineamenti mobili fondati su cointeressenze temporanee e prevalentemente bilaterali.
Fa eccezione il confronto con la Cina che resta sistemico e potenzialmente esplosivo su alcuni dossier, dalla difesa di Taiwan al controllo del Mar Cinese Meridionale. Al di fuori di questi ambiti, la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino si fonda soprattutto sul mantenimento e sull’ampliamento del vantaggio economico e tecnologico. Ergo: il 2026 si configura come un anno di competizione intensificata per l’accesso agli approvvigionamenti strategici fondamentali per alimentare le rispettive rivoluzioni industriali e per scippare alternative e sodali al sistema avversario. Un confronto a tutto campo, dal petrolio alle terre rare, come indicano le recenti mire statunitensi su Venezuela e Groenlandia.
Mercato integrato, gigante regolatorio, ma non soggetto politico-strategico compiuto, l’Unione Europea resta dipendente dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e in ritardo nei settori dell’innovazione tecnologica, tanto civile quanto militare, inclusa la catena di approvvigionamento delle risorse critiche. La consapevolezza di una vulnerabilità strutturale, a partire da quella politico-diplomatica nello scacchiere internazionale, era già presente nelle élite europee, ma il 2025 ha contribuito a renderla più manifesta all’opinione pubblica dei suoi cittadini.
Alla luce delle diverse sensibilità storiche e geografiche e delle persistenti divisioni interne sulla strategia da adottare, appare difficile immaginare una risposta europea realmente sistemica in materia di difesa comune, industria militare e sicurezza energetica. Non sono da escludere forme di cooperazione rafforzata su singoli dossier, che tuttavia rischiano di rivelarsi insufficienti rispetto alla portata delle sfide. Nel frattempo, i singoli paesi europei resteranno esposti alle pressioni incrociate di Stati Uniti, Russia e Cina.
In questo contesto, l’autosufficienza, l’indipendenza e la resilienza in settori quali l’intelligenza artificiale, la catena di valore dei semiconduttori, la sicurezza energetica e le rotte commerciali marittime sono già leve di influenza e potenziali strumenti di ricatto geopolitici. Terreni di scontro di quella che potremmo definire una “guerra lunga e fredda”, destinata a incidere in profondità sugli equilibri di domani.
La pressione su attori medi, a partire dai paesi europei, è destinata ad aumentare, imponendo scelte di campo più esplicite in un contesto di rivalità fra Stati Uniti e Cina che accetterà sempre meno zone grigie e tentativi di ritagliarsi spazi di manovra terzi. Col pericolo che anche la diversificazione di partner, interlocutori e mercati, pur necessaria, diventi più complessa, in un quadro in cui la richiesta di allineamento tende a farsi più netta.
Così, il rischio assume i contorni di una precondizione di fondo. Volatilità delle rotte di approvvigionamento, shock energetici, sanzionismo, instabilità delle filiere non rappresentano più anomalie, ma variabili permanenti del contesto geopolitico. E quando il rischio non può essere eliminato, diventa necessario gestirlo, governarlo: misurandolo, anticipandolo, assorbendone gli effetti. Su questa capacità, il 2026 inizierà a segnare le differenze.