Una domanda all’AI. Automazione, nuove competenze, lavori che scompaiono e altri che nascono. L’IA entra nei processi produttivi e cambia le regole del gioco. Ma il saldo finale, per il lavoro umano, sarà positivo o negativo?
Risponde l’Intelligenza Artificiale
Con l’avanzare dell’intelligenza artificiale, il lavoro umano cambierà profondamente: verranno creati più posti di quanti ne perderemo, o l’IA spingerà molti verso la disoccupazione? È una delle domande più discusse da imprese, governi e lavoratori. La narrativa catastrofica si alterna a quella ottimistica, ma i dati recenti aiutano a orientarsi.
Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum — basato su oltre 1.000 aziende in 55 economie — fornisce una delle analisi più aggiornate: entro il 2030 si stima la creazione di circa 170 milioni di nuovi lavori, mentre 92 milioni di ruoli saranno dislocati o eliminati a causa delle trasformazioni tecnologiche, demografiche e di mercato. Il saldo netto stimato è quindi di 78 milioni di nuovi posti a livello globale.
Secondo il Goldman Sachs Research (2025), l’adozione diffusa di IA potrebbe aumentare temporaneamente la disoccupazione di circa 0,5 punti percentuali durante la fase di transizione, con una quota stimata di 3–7% di impieghi a rischio diretto di sostituzione a causa dell’efficienza dei nuovi strumenti. Tuttavia, l’analisi sottolinea anche che il mercato del lavoro ha storicamente creato nuove occupazioni per tecnologie emergenti, suggerendo che la perdita di posti potrebbe essere in parte compensata da nuove opportunità.
Questi numeri ritraggono un quadro complesso: l’IA non agisce come un “killer” di posti di lavoro in senso assoluto, ma come una forza di trasformazione del mercato del lavoro.
Focus sul Cambiamento
Il cuore del cambiamento non è tanto la quantità di occupati, quanto la qualità delle competenze richieste. Il report del WEF segnala che circa il 40% delle competenze lavorative oggi non sarà più adeguato entro il 2030, e che il 59% dei lavoratori richiederà riqualificazione o aggiornamento per restare rilevante sul mercato.
Questo significa che molte professioni tradizionali — in settori come amministrazione, contabilità o customer service — saranno ridisegnate o parzialmente sostituite da sistemi automatizzati, mentre ruoli legati all’analisi dei dati, alla gestione di sistemi intelligenti e alla creatività umana cresceranno.
Sottotemi e Intersezioni
Economia: l’aumento della produttività con IA può spingere la crescita del PIL, ma rischia anche di accentuare le disuguaglianze salariali se non accompagnato da politiche attive di formazione.
Lavoro: si accentua la domanda per competenze tecniche e umane (problem solving, creatività, relazioni sociali).
Etica e società: senza adeguata protezione sociale e supporto per i lavoratori, l’accelerazione tecnologica può aumentare l’insicurezza lavorativa.
Salute mentale: l’incertezza occupazionale è già fonte di stress tra giovani e professionisti in transizione.
Visione vs Realtà
Scenario ottimistico: l’IA crea nuove professioni, aumenta la produttività e libera tempo per attività ad alto valore umano, con robuste politiche di riqualificazione.
Scenario realistico: transizione turbolenta con disallineamenti tra competenze richieste e quelle disponibili, disoccupazione temporanea e necessità di politiche attive di formazione.
Scenario distopico: adozione rapida senza governance porta a disuguaglianze profonde, con molte persone escluse dal mercato del lavoro moderno.
Conclusione
L’intelligenza artificiale non sembra destinata a “distruggere” l’occupazione nel suo insieme, ma ridefinirà profondamente il lavoro. L’effetto netto potrebbe essere positivo in termini di posti disponibili, ma solo se accompagnato da una massiccia riqualificazione delle competenze e da politiche sociali capaci di sostenere chi resta indietro. La vera sfida non è quella tecnologica, ma quella culturale e politica: preparare persone e istituzioni al futuro che sta arrivando, mestiere per mestiere.