Greenshouting: la nuova sfida della sostenibilità è parlare meglio
Per anni il problema è stato dire troppo. Oggi, paradossalmente, rischia di diventare il contrario: dire troppo poco. La comunicazione della sostenibilità sta attraversando una f
Dall’Himalaya alle Alpi, lo scioglimento dei ghiacciai cambia la disponibilità di acqua, aumenta il pericolo di frane e alluvioni e mette sotto pressione economie e popolazioni. Perché quello che succede a monte finisce per arrivare a valle.
La tragedia del Nepal sembra un evento eccezionale. In realtà potrebbe essere il segnale visibile di una trasformazione molto più ampia. Il cambiamento climatico sta modificando gli equilibri delle montagne e, con essi, quelli delle pianure che da quei territori dipendono. È una questione di gravità, nei due significati della parola. Perché continuiamo a sottovalutare la gravità della destabilizzazione degli ecosistemi montani. Ma anche perché ciò che accade in alto, per effetto della gravità, arriva inevitabilmente a valle.
I ghiacciai sono uno degli esempi più evidenti. La letteratura scientifica registra una tendenza generalizzata alla perdita di massa glaciale, accelerata negli ultimi decenni e ormai osservabile anche attraverso le rilevazioni satellitari. Non è soltanto la trasformazione di un paesaggio. Un ghiacciaio destabilizzato può aumentare il rischio di frane, alluvioni e improvvisi rilasci d’acqua e, nello stesso tempo, modificare la disponibilità futura di una risorsa essenziale: l’acqua dolce. Il Nepal diventa così un punto di osservazione privilegiato per capire un problema che riguarda una parte molto più grande del pianeta.
Le montagne coprono circa il 22% delle terre emerse, raccolgono circa il 70% delle fonti d’acqua dolce, ospitano il 23% della copertura forestale mondiale e il 25% della biodiversità. Sono inoltre territori abitati: circa 915 milioni di persone, il 13% della popolazione mondiale, vivono nelle regioni montane. Il cambiamento climatico le colpisce con particolare intensità perché spesso ospitano ecosistemi fragili e popolazioni legate ad attività che dipendono direttamente dall’equilibrio ambientale. Agricoltura, allevamento, turismo e produzione idroelettrica sono solo alcuni esempi.
Quando questo equilibrio viene meno, diminuiscono anche le opportunità economiche. E l’abbandono delle montagne può accelerare, alimentando gli spostamenti verso le pianure e le città. Ma il punto più importante è un altro: non occorre vivere in montagna per dipendere dalle montagne. In molte regioni del mondo il disgelo primaverile funziona infatti come un gigantesco sistema naturale di regolazione dell’acqua. La neve e il ghiaccio accumulati durante i mesi freddi rilasciano gradualmente acqua nella stagione calda, quando serve maggiormente per l’agricoltura, per il consumo umano, per la produzione di energia e per alimentare laghi e invasi. Con temperature più alte cambia questo meccanismo. Sale la quota alla quale le precipitazioni cadono sotto forma di neve e una parte maggiore arriva invece come pioggia, defluendo rapidamente verso i fiumi. Si riduce così l’accumulo che dovrebbe garantire acqua nei mesi successivi. Il risultato apparentemente paradossale è che lo stesso territorio può diventare contemporaneamente più esposto alle alluvioni e alla siccità.
È nell’Hindu Kush Himalayano che la dimensione del problema diventa evidente. La regione è conosciuta come il “Terzo Polo” per l’enorme quantità di ghiaccio e neve che conserva al di fuori delle regioni polari. Il sistema montuoso attraversa o interessa Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, Cina, India, Myanmar, Nepal e Pakistan ed è all’origine di dieci grandi sistemi fluviali. A valle, circa 1,4 miliardi di persone, un quinto della popolazione mondiale, dipendono direttamente o indirettamente dalle acque provenienti da queste montagne per beni e servizi essenziali, dall’acqua al cibo fino all’energia.
È qui che la tragedia del Nepal assume un significato più ampio. La perdita di ghiaccio non significa semplicemente “meno acqua”. Nel breve periodo una fusione più intensa può aumentare il deflusso, contribuendo a inondazioni e instabilità dei versanti. Nel lungo periodo, invece, la riduzione della massa glaciale diminuisce la capacità delle montagne di immagazzinare acqua e rilasciarla gradualmente. Cambiano quindi non soltanto le quantità disponibili, ma soprattutto i tempi e la prevedibilità dell’acqua. A nord dell’Himalaya gran parte dell’Asia centrale dipende dalle risorse idriche provenienti dalle montagne. A sud, l’Indo e il Gange alimentano alcune delle aree agricole e più densamente popolate del pianeta. Verso est, il Mekong sostiene territori e comunità del Sud-est asiatico. La crisi dei ghiacciai può così trasformarsi da fenomeno ambientale locale in problema economico e sociale continentale.
Le tensioni sono già visibili. In diverse aree dell’India la scarsità d’acqua si combina con siccità e ondate di calore, mentre la migrazione dalle campagne contribuisce alla crescita delle grandi aree urbane. Nel Sud-est asiatico la disponibilità di acqua deve fare i conti anche con l’inquinamento dei fiumi e con la costruzione di dighe, che può modificare la distribuzione della risorsa tra territori a monte e a valle. Nelle regioni costiere di Bangladesh e Vietnam si aggiunge un altro fenomeno: la salinizzazione dei delta e delle falde, che riduce ulteriormente la disponibilità di acqua dolce e terreni fertili. Sono fenomeni diversi, ma con un denominatore comune. Quando una risorsa essenziale diventa più scarsa o imprevedibile, crescono la competizione per utilizzarla e la vulnerabilità delle comunità che ne dipendono. Per questo la fusione dei ghiacciai non è soltanto una questione climatica. Può diventare una questione di sicurezza alimentare, economica, sociale e geopolitica.
Un’obiezione può sembrare intuitiva: se con il riscaldamento globale in alcune regioni aumentano le precipitazioni, non potrebbero compensare la perdita dei ghiacciai? Il problema è il modo in cui quell’acqua arriva. Con l’aumento delle temperature sale la quota neve. Dove prima nevicava può quindi piovere. E la differenza è fondamentale: la neve accumula acqua e la conserva per mesi, mentre la pioggia tende a raggiungere rapidamente torrenti e fiumi.
Il ghiacciaio può essere immaginato come una grande infrastruttura naturale di stoccaggio e regolazione. Accumula una risorsa quando è disponibile e la restituisce progressivamente quando serve. Ridurne la massa significa indebolire questo meccanismo. Per questo un futuro con meno ghiacciai non è necessariamente soltanto un futuro più secco. È soprattutto un futuro con un’acqua meno prevedibile: troppa in alcuni momenti, troppo poca in altri.
C’è poi un’altra variabile che rende il fenomeno particolarmente delicato: il cambiamento non deve necessariamente procedere in maniera lineare. L’aumento delle temperature favorisce la fusione superficiale. Una parte dell’acqua può penetrare nelle fratture e raggiungere le zone profonde del ghiacciaio, modificandone le condizioni di scorrimento e contribuendo alla sua instabilità. Il problema è quindi rappresentato anche dalla possibilità di superare determinate soglie oltre le quali il cambiamento accelera. In uno scenario del genere le società avrebbero meno tempo per adattare infrastrutture, agricoltura, città e sistemi di gestione delle risorse idriche. È proprio questo uno degli insegnamenti che arriva dal Nepal: la vulnerabilità non dipende soltanto dall’entità di un cambiamento, ma anche dalla sua velocità.
Se una parte dei cambiamenti è ormai in corso, la mitigazione delle emissioni resta indispensabile per limitarne l’intensità futura. Ma da sola non basta. Diventa necessario preparare territori ed economie a condizioni climatiche diverse da quelle sulle quali sono stati costruiti. Nel caso delle montagne significa innanzitutto aiutare le comunità a continuare a vivere e lavorare in questi territori. La presenza umana, quando mantiene un rapporto equilibrato con l’ambiente, contribuisce infatti alla gestione dei pascoli, dei boschi e dei versanti e quindi alla protezione dell’ecosistema. Significa poi ripensare la sicurezza idrica. Non semplicemente imparare a convivere con meno acqua, ma prepararsi a un’alternanza più estrema e meno prevedibile tra periodi di scarsità ed eccessi.
Servono infrastrutture capaci di raccogliere l’acqua quando è abbondante e renderla disponibile nei periodi di siccità. Ma dighe e serbatoi non sono sufficienti. Occorre aumentare la capacità dei territori di assorbire e trattenere naturalmente l’acqua, proteggendo boschi e suoli, riducendo l’impermeabilizzazione e riportando natura anche nelle pianure e nelle città. In altre parole, dobbiamo in parte ricostruire attraverso infrastrutture e natura quella funzione di regolazione che neve e ghiacciai hanno svolto per millenni.
La lezione del Nepal è proprio questa. Le montagne non sono territori isolati dal resto del sistema: ne sono una delle infrastrutture naturali fondamentali. Se diventano più fragili, gli effetti viaggiano lungo i fiumi, raggiungono le campagne, entrano nelle città e possono trasformarsi in problemi economici, sociali e geopolitici.
Quello che accade a monte, prima o poi, arriva a valle.