Biodiversità: dove sbagliamo

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Biodiversità: dove sbagliamo

Il Decennio Onu per il ripristino dell’ecosistema (2021-2030) è appena cominciato ed è una tappa cruciale per la comunità internazionale. Prima di fare è bene correggere gli errori.

Scarseggia l’acqua? Scaviamo un pozzo più profondo! Facile no, visto che abbiamo trivelle sempre più estreme. Muoiono le api? Ma non c’è problema, stanno già inventando i mini-droni impollinatori! La tecnologia ci ha dato l’impressione di volare al di sopra degli equilibri planetari, poterne fare a meno e anzi sostituirli con surrogati artificiali più comodi e di non tutelare la biodiversità.

Ma c’è un fatto: è una pia illusione. Se vogliamo l’acqua, la trivella può aiutarci a rimandare l’emergenza, ma la soluzione vera risiede nella funzionalità di quel meccanismo complesso che finora l’acqua ce l’ha data e che si chiama ecosistema. In pratica, prima di forare, è più efficace e duraturo ripristinare la foresta che serviva a captarla e a restituirla al territorio. E si potranno forse impollinare le fattorie con sistemi artificiali quando saranno spariti gli artropodi impollinatori (il 60% è a rischio estinzione). Ma chi impollina il bosco attorno alle fattorie, senza il quale anche la terra agricola non ha acqua né nutrienti? Senza contare che nessuno saprebbe inventare droni che fanno il miele e il propoli.

Le Nazioni Unite hanno spesso proclamato decenni d’azione, più o meno utili. Ma è un segnale fondamentale di consapevolezza dei nostri limiti ed errori che ora lancino l’appello a tutelare gli ecosistemi: quelli che ci danno tutto ciò che ci illudiamo di sostituire con surrogati artificiali. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato infatti il periodo 2021-2030 Decennio dell’ONU per il Ripristino dell’Ecosistema, sottolineando che offre un’opportunità senza precedenti per la creazione di posti di lavoro, per la sicurezza alimentare e per affrontare il cambiamento climatico. «Il tentativo – dichiara l’ONU – «è quello di potenziare in modo rilevante il ripristino degli ecosistemi degradati o distrutti come misura per combattere le crisi climatiche e migliorare la sicurezza alimentare, l’approvvigionamento idrico e la biodiversità. Il degrado degli ecosistemi terrestri e marini mina le condizioni di vita di 3,2 miliardi di persone e costa circa il 10% del prodotto lordo globale annuo in termini di perdita di servizi per specie ed ecosistemi. Ecosistemi chiave, quelli che forniscono numerosi servizi essenziali per l’alimentazione e l’agricoltura, compresa la fornitura di acqua dolce, la protezione dai rischi e la fornitura di habitat per specie come pesci e impollinatori, stanno diminuendo rapidamente».

Le considerazioni dell’ONU sono vere e, come spesso accade, tanto innovative quanto scontate. Così scontate che i nostri avi le conoscevano e praticavano spontaneamente, ma noi non le capiamo più. In questo e nel prossimo post cercheremo quindi di cogliere l’importanza fondamentale di questo ennesimo ma cruciale Decennio internazionale di mobilitazione. Ci sono ottime e urgenti ragioni per battersi a difesa della natura nel suo complesso e meraviglioso equilibrio che ci dà la vita, l’ecosistema. Queste valgono per la biodiversità e il clima, che affrontiamo oggi, e per la qualità delle nostre vite che vedremo nel prossimo post.

Tutelare l’ecosistema proteggendo le specie animali

Tutelare l’ecosistema significa anzitutto proteggere la biodiversità nel vero senso della parola. In effetti, noi abbiamo la brutta tendenza a segmentare, catalogare, suddividere, che ci ha portato spesso a intendere la biodiversità come una collezione di specie separate, di cui occuparsi una per una, e non come un equilibrio ove tutti sono interdipendenti: un meccanismo ove, quando spariscono le api o gli orsi polari, non si perde solo la loro presenza e bellezza, ma anche la funzione che svolgono per mantenere tutto il resto dell’equilibrio.

E questo equilibrio per noi è fondamentale. Le società hanno una percezione di scarsità concentrata su commodities biologicamente inerti, principalmente risorse minerarie ed energetiche: per la biodiversità gioca il consueto fenomeno che conduce a non attribuire un valore (più o meno monetario: nei termini del Rapporto Ende alla Commissione, in preparazione della Strategia UE per la biodiversita’ fino al 2020 “The services that nature provides us with, like clean water, clean air, fertile soil, food, are not only crucial for the well-being of human kind, they also represent an astronomical economic value. According to economists, each year we lose 3% of GDP due to the loss of biodiversity. That costs the EU €450 billion year after year“) a ciò che è percepito come sovrabbondante e quindi dato per scontato. Nell’accezione comune, la tutela della biodiversità è un obbiettivo di preservazione quasi museale di specie esotiche o rare, di natura scientifica, o morale (Diffondere la consapevolezza del valore essenziale della biodiversita’ e’ il primo obiettivo degli Aichi Biodiversity Targets, una serie di 20 obiettivi da conseguire entro il 2020, negoziati nel quadro della UNCBD, la Convenzione sulla Diversita’ Biologica).

Si tratta di una percezione errata ed estremamente nociva, poiché rallenta la mobilitazione per la salvaguardia del bene che rappresenta invece lo snodo centrale e il valore ultimo nell’equilibrio fra umanità e natura. Le società umane sono state in grado di strutturarsi traendo risorse da un equilibrio biosistemico globale stabile – gli ecosistemi – che è dato per scontato in quanto autorinnovabile, ma che risulta in realtà molto più prossimo a punti di collasso generale di quanto le risorse energetiche fossili siano vicine al discusso e temuto “picco” di estrazione. In questa prospettiva, tutti i fronti di salvaguardia ambientale hanno per fine ultimo la preservazione della diversità biologica: la lotta contro i cambiamenti climatici, l’inquinamento, la desertificazione, e via dicendo, sono strumentali alla protezione del tessuto di varietà senza il quale l’umanità perde le risorse fondamentali sulle quali si è organizzata.

La comunità scientifica non esita a definire la situazione cui assistiamo come “sesta estinzione di massa” nella storia del pianeta, sottolineando che la velocità di sparizione delle specie – Il consenso scientifico è che il ritmo di estinzione attuale e’ fra 1000 e 10.000 volte piu’ rapido di quanto sarebbe senza influssi antropici – è molto maggiore di quella documentata in quattro dei cinque grandi cicli di estinzione planetaria del passato. E, per il futuro, il quarto Assesment Report dell’IPCC già nel 2007 legava ad alcuni scenari di riscaldamento globale una prospettiva di sparizione di otto specie su dieci. Nella sostanza, il timore implicito è che – come per i cambiamenti climatici – ci stiamo avvicinando pericolosamente a dei punti di svolta, tipping points, oltrepassati i quali la catena di equilibri su cui si regge la biosfera potrebbe subire un collasso generale, rapido e traumatico.

L’attuale Decennio è quindi cruciale per la comunità internazionale. Più del 70% dei poveri del mondo vivono in aree rurali e dipendono direttamente dalla loro biodiversità e dai “servizi dell’ecosistema” per il loro sostentamento. La perdita globale di reddito (più precisamente, welfare loss) derivante dal degrado dei soli servizi ecosistemici terrestri si situa intorno ai 50 miliardi di euro all’anno (Fonte: TEEB – The Economics of Ecosystems and Biodiversity) concentrata nelle are più fragili ove la mancanza di un surplus agricolo impedisce lo sviluppo di attività manufatturiere e quindi la creazione di un potere di approvvigionamento tramite scambi commerciali.

La portata sociale ed economica della perdita della biodiversità

In queste aree, l’erosione degli ecosistemi si deve a diffuse pratiche di sfruttamento insostenibile dei territori – monoculture di larga scala, disboscamento per fini agricoli, caccia e commercio di specie rare, e altro – ma soprattutto interagisce in un rapporto di causa a effetto con la povertà: chi ha l’urgenza dell’oggi non può preoccuparsi del domani. Inoltre, strutture di governance deboli, latifondo e corruzione minano alla base le capacità di gestione dei territori.

In questa prospettiva, la perdita di biodiversità assume una portata socio economica drammatica e, come accennato, non si può trascurare che la biodiversità e i servizi ecosistemici che essa fornisce rappresentano più che uno fra i tanti segmenti della tutela ambientale, e anche più che un tema trasversale: sono il valore ultimo che proteggiamo con ogni intervento ambientale. La lotta ai cambiamenti climatici è in essenza una battaglia per l’equilibrio biologico, come la lotta alla desertificazione, alle piogge acide e molto altro. Che sia provocato da un impatto diretto dell’uomo – come nel commercio di specie protette – o mediato da altre forme di degrado ambientale – come l’acidificazione degli oceani – ciò che però dobbiamo temere è il collasso degli ecosistemi e dei servizi che essi ci offrono. Esso è motore di disagio, specialmente nelle aree più povere, alla radice di nefaste ulteriori conseguenze come conflitti e migrazioni. La filosofia del nuovo Decennio è complessa e multisettoriale, ma risponde a una metodologia di base unica, tanto scontata quanto dimenticata: trasformare gli ecosistemi protetti da limite alla produzione, a volano di moltiplicazione di attività e redditi.

E c’è di più. Poiché vogliamo proteggere un sistema interdipendente in equilibrio, valgono delle equivalenze che rendono tutta la nostra azione molto più efficiente. È vero che quando combattiamo per il clima in realtà temiamo l’impatto sugli ecosistemi prima che le conseguenze dirette di un’atmosfera impazzita sulle persone e l’economia. Ma è anche vero che gli ecosistemi in salute contribuiscono a stabilizzare il clima. Un esempio per tutti: il recupero di 350 milioni di ettari di terreni degradati tra oggi e il 2030 potrebbe generare 9.000 miliardi di dollari in servizi eco-sistemici – che danno le ali all’economia – ma anche liberare l’atmosfera di 13-26 gigaton di gas serra. La terra intatta ci risolve un terzo della crisi climatica. E questo non lo può fare nessun drone.​

È​ Vice Segretario Generale per l’Energia e l’Azione Climatica dell’Unione del Mediterraneo. È​ un diplomatico italiano ed è stato coordinatore per l'eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo. È stato delegato alle Nazioni Unite, console in Brasile, consigliere politico a Parigi e, alla Farnesina, responsabile dei rapporti con la stampa straniera e direttore del sito internet del Ministero degli Esteri. Da una ventina d'anni concentra la sua attenzione sui cambiamenti climatici. Nel 2009 la Ottawa University in Canada gli ha affidato il primo insegnamento attivato da un'università sulla questione ambiente, risorse, conflitti e risoluzione dei conflitti. Collabora da tempo con il Climate Reality Project, fondato dal premio Nobel per la pace Al Gore.