2050: una data nuova per l’Apocalisse?

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2050: una data nuova per l’Apocalisse?

Si moltiplicano gli studi che individuano l’Apocalisse. Perché è discutibile fissare un orizzonte temporale e cosa possiamo fare subito.

A magical crystal ball surrounded by mist and colors.

Si moltiplicano gli studi che individuano l’anno dell’Apocalisse. Perché è discutibile fissare un orizzonte temporale e cosa possiamo fare subito.

​No, non si tratta del calendario dei maya e nemmeno di Nostradamus: in questi giorni si fa un gran parlare del 2050 come soglia di collasso del pianeta. Una recente analisi, pubblicata dagli australiani del Breakthrough National Center for Climate Restoration, evidenzia che le minacce alla sicurezza legate al clima potrebbero rivelarsi esiziali, sebbene quasi impossibili da quantificare perché «cadono al di fuori dell’esperienza umana degli ultimi mille anni». Se non si cambia rotta, secondo lo studio, i sistemi planetari e umani raggiungeranno un punto di non ritorno entro la metà del secolo, con la prospettiva di una Terra in gran parte inabitabile che porterà alla guerra tra le nazioni e al disordine internazionale.

Questo studio non introduce nessuna novità: si sa che questo rischio esiste – basta curiosare online negli ormai datati rapporti sul cambiamento climatico del National Intelligence Council USA, legato alla CIA – ma continuiamo a rimanere inerti. Discutibile invece è la scelta di fissare un orizzonte temporale preciso per “the end of the world as we know it”. Soprattutto se ci dimentichiamo che altre due scadenze hanno basi scientifiche e implicazioni concrete molto più stringenti: 10 anni e non oltre, indicati dall’IPCC come limite temporale per mantenere il sistema entro parametri controllabili; e la proiezione al 2030 – ancor più temibile e ravvicinata – di una saldatura sistemica dei vari focolai di destabilizzazione che già il Club di Roma, nel lontano 1972, aveva tracciato (nel famoso “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, che continua purtroppo a trovare conferme).

Date a parte, ci sono ragioni per prendere gli studiosi australiani più sul serio dei vari calendari e sedicenti profeti? I riscontri obbiettivi non mancano. I numeri non mentono, e la scienza è preoccupata: a causa dell’impatto umano, l’ecosistema potrebbe giungere a un punto di svolta entro due decenni e rapidamente collassare. Le specie si estinguono a un ritmo preoccupante, oltre cento volte più rapido rispetto ai periodi normali. I cambiamenti climatici stanno accelerando; si degradano e muoiono 12 milioni di ettari di terre ogni anno; negli ultimi cento anni è stato perso l’80% della biomassa ittica, e la tendenza è in accelerazione, poiché il 60% è venuto meno negli ultimi quarant’anni.

APOCALISSE VICINA

Questi sono solo alcuni dei fronti su cui si manifesta il degrado dell’ambiente, e non sono fronti separati. La preoccupazione maggiore è che queste dinamiche si alimentano a vicenda – la perdita di biodiversità, ad esempio, aggrava i cambiamenti climatici e questi, a loro volta, favoriscono la perdita di biodiversità. Anche all’interno di ciascuno di questi fenomeni, presi uno per uno, rischiamo di oltrepassare una soglia cruciale, oltre la quale il degrado si autoalimenta a ritmi sempre più accelerati.  Siamo quindi entrati in una fase di “soglia di collasso” dell’ecosistema: se il crollo effettivamente avverrà dipende dalla nostra capacità di disinnescare uno scenario di inerte continuità dei nostri comportamenti, che per i prossimi anni la pressione umana sulla natura segua i suoi trend consueti, continui ad aumentare come se niente fosse.

Questo scenario è di per sé molto problematico, ed è stigmatizzato come “business as usual”. Esso prevede un’umanità che continua imperterrita a fare quello che ha sempre fatto, attrice non reattiva ai crescenti mutamenti dell’ecosistema. Ma è uno scenario tragicamente ottimistico. Se invece di contemplare per il futuro un’umanità che nella peggiore delle ipotesi non cambia rotta, inseriamo nell’equazione le probabili reazioni umane al degrado ambientale, il quadro peggiora terribilmente. Gli scienziati tracciano diversi scenari per un futuro molto prossimo, che dipingono tutti un clima comunque alterato a cui ci si dovrà adattare con notevoli costi e sforzi, ma entro un ventaglio di possibili estremi molto diversi. In due secoli, dalla rivoluzione industriale a oggi, si è registrato un aumento medio della temperatura globale di circa 1 grado centigrado. Per il futuro – un futuro troppo prossimo, entro la fine di questo secolo – gli studi prefigurano questa dinamica in accelerazione più o meno brutale: gli scenari variano da un aumento della temperatura media contenuto entro 2 gradi centigradi – ossia un orizzonte di gravi problemi che appaiono, però, ancora gestibili – fino a condizioni che puntano invece a un incremento di 4,8 fino a 6 gradi.

La differenza fra questi scenari non dipende tanto dalle diversità fra i vari tipi di modelli e metodi applicati dagli scienziati, bensì da un’incognita fondamentale: come si comporterà l’umanità? Dipende da noi, siamo noi l’incognita del modello. Lo scenario peggiore descritto, quello dei 4,8 – 6 gradi, significa una vera e propria estinzione di massa sulle terre e nei mari, aumenti rapidi e traumatici del livello degli oceani che sommergeranno molte aree costali abitate, disastrose alternanze di siccità e alluvioni sulle aree continentali, e molto altro. I meccanismi biosferici che rendono plausibile un’accelerazione così impressionante del riscaldamento – un aumento di temperatura di oltre 4 gradi entro questo secolo – si chiamano “cicli di feedback positivo”, ovvero dinamiche cumulative insite al sistema biofisico che si mettono in moto se si varcano certi livelli di riscaldamento. Alcuni di questi cicli sono già scattati, con il più preoccupante di loro dato dallo scongelamento del permafrost – ovvero i suoli perennemente ghiacciati dai tempi dell’ultima glaciazione. Il permafrost copre più del 10% delle terre emerse e, fondendo per il riscaldamento globale, libera metano, un gas che ha un potenziale di intrappolare calore molte volte superiore rispetto all’anidride carbonica. Questo ciclo cumulativo – più si scalda l’aria, più si scioglie il permafrost, più si libera metano, più si riscalda l’aria e via dicendo – potrebbe da solo far aumentare la temperatura fino a 3,5 gradi come media globale entro pochi decenni: uno scenario che sconvolgerebbe l’ecosistema e destabilizzerebbe le società. E accanto al ciclo del permafrost ne sono stati individuati altri dieci che spingono verso la stessa accelerazione.

PERICOLO CONFLITTI CRESCENTE

Il temibile scenario biofisico dei cicli di feedback potrebbe cominciare a correre a tutta forza, secondo gli scienziati, nel citato scenario socio-economico di “business as usual”: in pratica, ci arriviamo se noi umani continuiamo ad agire come sempre, come detto nella nostra ipotesi. Ma non è tutto. Pur essendone consci, gli scienziati non hanno invece osato modellizzare il fattore guerra che diventa sempre più incontrollabile coll’avanzare del degrado ambientale. In realtà, se i cicli di feedback prendono velocità nella natura, lo scenario di un’umanità che persevera imperterrita a fare quello che ha sempre fatto – il temuto “business as usual” – diventa un’ipotesi idilliaca e del tutto ottimista: al contrario, un ulteriore e ben più nefasto ciclo cumulativo di condotte irresponsabili rischia di mettersi in moto nella sfera umana in parallelo al disastro crescente nella biosfera, con le due dinamiche distruttive che si alimentano a vicenda. Infatti, cambiamenti climatici severi porteranno a spostamenti drastici delle risorse disponibili, comprese quelle più basilari come l’acqua, i terreni coltivabili e abitabili, il cibo. Si apriranno allora delle competizioni e degli accaparramenti, delle sacche di instabilità e povertà violenta, ondate migratorie di portata inedita. In queste condizioni, l’unica risposta umana sensata per contenere il riscaldamento – ovvero quella cooperativa – diverrebbe sempre più difficile da attuare. La guerra, si affaccerebbe inevitabilmente sulla scena. Uno scenario in cui il conflitto imperversa sullo sfondo di un clima impazzito, in cui l’umanità si combatte invece di impegnarsi unita per ridurre le emissioni, non ha ancora una quantificazione in gradi centigradi, ma è chiaro che occorre assolutamente evitarlo e che dobbiamo agire subito. Tutto ciò potrebbe accadere in tempi brevi, e brevissimi sono i nostri margini di manovra: in questa prospettiva, più che sulla data dell’apocalisse occorre far leva sulla consapevolezza del tempo che ci rimane. Un tempo molto breve, dieci anni, ma se ognuno fa una sua piccola parte possiamo ancora farcela.

Appunto, la società: il collasso dell’ambiente è anche un problema per l’umanità. Ci sentiamo a volte separati dalla natura, ma tutte le nostre società si sono organizzate contando sulla prevedibilità dei suoi cicli e dei servizi che essa ci offre. Se questi vengono meno, dovremo adattarci – cioè riorganizzare le società e la produzione, e in diversi casi migrare verso terre sicure – cosa che sta già succedendo: parte del dramma dei migranti cui assistiamo è dovuto ai cambiamenti climatici.  Ma è difficile che questo adattamento si raggiunga senza lotte e sofferenze: sono già 78 i conflitti che hanno fra le cause i cambiamenti climatici; e questi tendono a concentrarsi nelle regioni più povere e nelle aree di provenienza dei recenti e drammatici movimenti migratori. I loro popoli dipendono più direttamente dalla salute della natura e dalla vitalità dei suoi servizi, sulla cui abbondanza e prevedibilità si sono strutturate tutte le società e le economie: la fertilità della terra, e quindi anche la produttività agricola, anzitutto; ma pure servizi di purificazione svolti dalle zone umide, di varietà biologica, di stabilità dei climi locali, di equilibrio bio-sanitario, fino a servizi di identità culturale legati ai territori. Il riscaldamento avanza – ed erode i servizi ecosistemici – nei paesi in via di sviluppo più che altrove e, nelle regioni povere, un mancato raccolto o una foresta che avvizzisce, non sono solo una sfida economica ma un drammatico problema di diritti umani, laddove fanno la differenza fra tenere o meno una bambina sui banchi di scuola. Il degrado della natura mina così alla base la coesione e la stabilità delle comunità rurali meno solide e ciò si riverbera sulle aree urbane: crea insicurezza, conflittualità e spinte ai movimenti forzati di popolazioni. Assistiamo cioè a un minaccioso ciclo cumulativo fra degrado dell’ambiente, ingiustizia, e peggioramento delle condizioni umane che ci costringe a introdurre nuovi scenari.

È​ Vice Segretario Generale per l’Energia e l’Azione Climatica dell’Unione del Mediterraneo. È​ un diplomatico italiano ed è stato coordinatore per l'eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo. È stato delegato alle Nazioni Unite, console in Brasile, consigliere politico a Parigi e, alla Farnesina, responsabile dei rapporti con la stampa straniera e direttore del sito internet del Ministero degli Esteri. Da una ventina d'anni concentra la sua attenzione sui cambiamenti climatici. Nel 2009 la Ottawa University in Canada gli ha affidato il primo insegnamento attivato da un'università sulla questione ambiente, risorse, conflitti e risoluzione dei conflitti. Collabora da tempo con il Climate Reality Project, fondato dal premio Nobel per la pace Al Gore.