Dieselgate, lo scandalo che ha cambiato la fiducia

Avatar photo
Society 3.0


Dieselgate, lo scandalo che ha cambiato la fiducia

Lo scandalo Volkswagen del 2015 non ha segnato soltanto il destino del diesel: ha trasformato il modo in cui governi e autorità verificano ciò che le tecnologie dichiarano di fare. Ma cosa è cambiato veramente?

Quando si parla di Dieselgate, la data simbolo è il 18 settembre 2015. Quel giorno l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA) accusò Volkswagen di aver installato un software capace di riconoscere i test sulle emissioni e modificare il comportamento del motore per apparire conforme alle norme. Da allora sono passati più di dieci anni. Eppure, il Dieselgate non è soltanto uno scandalo automobilistico del passato. È diventato uno spartiacque che ha cambiato il modo in cui istituzioni, regolatori e aziende concepiscono il concetto stesso di controllo. Perché il vero effetto del Dieselgate non è stato il crollo di reputazione di alcune case automobilistiche. È stata la fine di un sistema basato sulla fiducia.

Quando le auto sapevano di essere sotto esame

Il cuore dello scandalo era un cosiddetto defeat device, un software nascosto nella centralina elettronica dei motori diesel. Il programma era in grado di riconoscere le condizioni tipiche di un test di laboratorio: uno sterzo fermo, un preciso schema di accelerazioni e frenate, una sequenza di velocità prevedibile. Quando identificava questi segnali, il motore entrava in una modalità speciale che riduceva drasticamente le emissioni di ossidi di azoto. Su strada, però, il comportamento cambiava. Le prestazioni e i consumi venivano privilegiati rispetto al contenimento degli inquinanti, con emissioni che potevano superare di molte volte i limiti previsti. Lo scandalo rivelò non solo un problema tecnico, ma una fragilità più profonda: i controlli erano diventati così prevedibili da poter essere aggirati.

Il Dieselgate ha rotto un patto implicito

Prima del 2015 il rapporto tra industria automobilistica e autorità pubbliche era fondato su una sorta di collaborazione regolatoria. Le norme venivano definite tenendo conto degli obiettivi ambientali, ma anche della sostenibilità economica per i produttori. I test erano costruiti per essere ripetibili, standardizzati e facilmente verificabili. In altre parole, tutti conoscevano perfettamente le regole del gioco. Il problema è che proprio questa prevedibilità rendeva possibile ottimizzare le prestazioni delle vetture per il test, senza garantire che i risultati fossero gli stessi nella vita reale. Quando emerse l’esistenza dei software di manipolazione, quel rapporto di fiducia si incrinò. E da allora il principio guida è diventato un altro: non fidarsi, verificare.

Dal laboratorio alla strada: la rivoluzione dei controlli

La risposta delle autorità è stata profonda. Il primo cambiamento è stato l’abbandono del vecchio ciclo NEDC, considerato troppo teorico, a favore del più realistico standard WLTP. Le prove oggi prevedono accelerazioni più intense, velocità più elevate e condizioni di utilizzo molto più vicine a quelle quotidiane. Ma la vera svolta è arrivata con i test RDE, Real Driving Emissions. Per la prima volta le emissioni vengono misurate anche su strade pubbliche, nel traffico reale, utilizzando sistemi portatili installati direttamente sul veicolo. Una rivoluzione apparentemente semplice ma decisiva: se il test avviene nel mondo reale, diventa molto più difficile per un algoritmo capire di essere osservato.

Perché oggi i test sono meno prevedibili?

L’eredità del Dieselgate non riguarda soltanto le emissioni. Le autorità hanno iniziato a ripensare l’intero concetto di omologazione introducendo elementi di imprevedibilità. In molti test moderni vengono variati parametri come velocità, condizioni ambientali, traiettorie o scenari di traffico. In altri casi si utilizza un sistema di prove estratte a sorte tra centinaia di combinazioni possibili. L’obiettivo è impedire che un software possa riconoscere lo schema del test e adattare il proprio comportamento. È un principio che oggi viene applicato anche a sistemi avanzati di assistenza alla guida, frenata automatica, mantenimento della corsia e monitoraggio dell’attenzione del conducente.

Quali trucchi non sono più ammessi?

Il Dieselgate ha contribuito anche a eliminare molte pratiche che in passato erano considerate formalmente legittime. Pneumatici gonfiati oltre il normale, configurazioni aerodinamiche non presenti sulle vetture vendute, batterie preparate appositamente per i test, lubrificanti speciali o assetti modificati: tutte tecniche che consentivano di migliorare artificialmente i risultati. Con il WLTP gran parte di queste possibilità è stata vietata oppure compensata attraverso procedure matematiche e controlli più rigorosi. Oggi le vetture devono essere molto più vicine possibile alla configurazione che il cliente acquisterà realmente.

Dalla fiducia agli audit permanenti

L’effetto più interessante del Dieselgate forse non riguarda nemmeno le emissioni. Negli ultimi anni le normative europee hanno iniziato a entrare sempre più profondamente nell’organizzazione interna delle aziende. Un esempio arriva dalla cybersecurity. Le nuove regole richiedono sistemi di gestione dedicati e figure indipendenti dai team che progettano e sviluppano i veicoli. Non si controlla più soltanto il prodotto finale. Si controlla il processo che lo genera. È un cambiamento culturale che riflette una domanda sempre più attuale: come possiamo essere certi che una tecnologia faccia davvero ciò che dichiara di fare?

Allora il Dieselgate è davvero finito?

Sotto molti aspetti sì. Le tecnologie diesel moderne sono molto più controllate e la loro quota di mercato si è ridotta drasticamente, soprattutto nel trasporto privato. Ma il Dieselgate continua a vivere come lezione regolatoria. Ha insegnato che ogni sistema di verifica, se troppo prevedibile, rischia di diventare parte del problema. E ha mostrato che nell’era del software, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale la fiducia non può più basarsi soltanto sulle dichiarazioni. Deve essere costruita attraverso controlli indipendenti, test realistici e verifiche continue. Per questo, a distanza di undici anni, il Dieselgate non è soltanto una storia di motori diesel. È una storia sul rapporto tra tecnologia e fiducia. E forse è proprio per questo che continua a riguardarci tutti.

Avatar photo

Nato a Carmagnola il 14 Settembre 1956. Si laurea nel 1980 in Ingegneria Elettrica, con la votazione finale di 110/110 e lode. Specializzazione in Automazione Industriale. Dopo un paio di anni di esperienza come sistemista software entra nel 1982 al Centro Ricerche FIAT. Fino al 1990 si occupa di automazione industriale e robotica, realizzando sistemi innovativi per il montaggio e l’ispezione, utilizzando sistemi di visione artificiale. Nel 1990 la tecnologia della visione artificiale diventa matura per essere utilizzata anche sul prodotto, veicolo, e quindi inizia a sviluppare sistemi di ausilio alla guida (radar anticollisione, mantenimento corsia, sensore angolo cieco). Diventa dirigente nel 1995, e gestisce i team di sviluppo di sistemi di informativa di bordo, assistenza alla guida, telematica e interfaccia con il guidatore. Coordinatore di numerosi progetti a finanziamento Europeo. Nel 2003 coordina per Fiat il progetto regionale Torino Wireless. Nel 2012 assume l’incarico di direttore della sicurezza presso l’ACEA, l’associazione Europea dei costruttori di veicoli, a Bruxelles. Rientrato in Fiat Chrysler Automotive nel 2017, lascia l’azienda nel novembre del 2017, per avviare una attività in proprio di consulenza industriale.