L’ascesa dei local influencer
Si parla ormai sempre più insistentemente di “crisi degli influencer”. Quello che è stato uno dei fenomeni più dirompenti della rivoluzione digitale degli ultimi vent’anni
Non sta ancora sostituendo il lavoro umano su larga scala, ma ne sta già cambiando profondamente la natura. Uno studio di Anthropic evidenzia un forte divario tra il potenziale teorico dell’IA e il suo utilizzo reale: se in alcuni settori potrebbe automatizzare fino al 94% delle attività, nella pratica l’adozione si ferma a circa un terzo.
Dalle chiacchiere al bar alle riunioni dei consigli di amministrazione, una domanda serpeggia in ogni conversazione sul futuro: l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? Per anni, complice la cinematografia fantascientifica, abbiamo immaginato scenari apocalittici con robot che sostituivano operai e algoritmi che rendevano obsolete intere categorie professionali. E se, invece, la realtà fosse molto più sfumata e, per certi versi, sorprendente?
Un nuovo, studio di Anthropic, una delle aziende leader nel settore dell’IA, getta luce su questa domanda: i ricercatori Maxim Massenkoff e Peter McCrory hanno misurato l’“esposizione osservata” ovverosia quanto i lavoratori usino davvero questi strumenti nella loro quotidianità professionale. I risultati scardinano molte delle nostre paure più radicate.
Il primo messaggio che emerge dallo studio è che esiste un abisso tra le capacità teoriche dell’intelligenza artificiale e il suo utilizzo effettivo. Siamo lontanissimi dal raggiungere il pieno potenziale di questa tecnologia. Un esempio emblematico è il settore “Computer e Matematica”: sulla carta, i modelli di linguaggio (LLM) potrebbero automatizzare fino al 94% dei compiti. Nella realtà degli uffici, però, l’uso quotidiano copre appena il 33% di quelle mansioni.
Questo scarto si spiega con una serie di ostacoli molto pratici: vincoli legali, necessità di supervisione umana, requisiti software specifici o, semplicemente, la resistenza al cambiamento. Un algoritmo potrebbe, in teoria, autorizzare il rinnovo di una prescrizione medica, ma nessun sistema sanitario si sognerebbe oggi di affidargli un compito così delicato senza un rigoroso controllo umano. Questo divario tra teoria e pratica è la nostra prima, grande, rete di sicurezza contro una sostituzione di massa.
Se l’automazione non è un’onda anomala che travolge tutti, chi sono allora i lavoratori più esposti? La classifica stilata da Anthropic ribalta un altro luogo comune. Non sono i lavori manuali a essere in prima linea, ma professioni altamente qualificate. Ecco la top 5:
All’estremo opposto, c’è un’enorme fetta del mercato del lavoro – circa il 30% dei lavoratori analizzati – che ha un’esposizione pari a zero. In questo gruppo troviamo mestieri che richiedono manualità, presenza fisica e interazione con il mondo reale: cuochi, meccanici di motociclette, bagnini, baristi, lavapiatti. Professioni che, per ora, restano saldamente in mani umane.
L’identikit del lavoratore più a contatto con l’IA è forse il dato più controintuitivo dello studio. Dimenticate l’immagine del robot in fabbrica: il lavoratore “esposto” è, con maggiore probabilità, donna (54,4% dei casi), ha un livello di istruzione elevato e uno stipendio superiore alla media.
Ancora più impressionante è il dato sull’istruzione: nel gruppo più esposto, il 17,4% possiede una laurea magistrale o un titolo superiore; nel gruppo a zero esposizione, questa percentuale crolla ad appena il 4,5%. L’IA, quindi, non sta “rubando” il lavoro alle persone meno qualificate, ma si sta integrando come strumento (e potenziale sostituto di alcuni task) proprio nelle professioni intellettuali.
E la disoccupazione? Su questo fronte, almeno per ora, lo studio di Anthropic è rassicurante: dalla fine del 2022 – periodo che coincide con l’esplosione di strumenti come ChatGPT – non si registra un aumento sistematico della disoccupazione nei settori più esposti. Sebbene alcuni casi siano già finiti in cronaca, guardando ai numeri in generale, non c’è stata l’ondata di licenziamenti temuta da molti.
Tuttavia, emerge un campanello d’allarme, una sorta di “canarino nella miniera di carbone” che riguarda le nuove generazioni. L’indagine ha rilevato una frenata nelle assunzioni di giovani tra i 22 e i 25 anni nelle professioni ad alta esposizione. Potendo automatizzare i compiti più basilari, le aziende sembrano avere meno bisogno di figure junior. Questo fenomeno non si traduce ancora in un’impennata della disoccupazione giovanile perché i ragazzi, trovando le porte chiuse, si orientano verso altri settori, continuano a mantenere lo stesso posto di lavoro o scelgono di proseguire gli studi, uscendo così dalle statistiche della disoccupazione.
Se l’IA sta ridisegnando alcune professioni, ne sta anche creando di completamente nuove. Come sottolinea un approfondimento dell’Università LUM, l’approccio corretto non è più chiedersi quali lavori sono a rischio, ma capire come l’interazione tra persone e algoritmi possa generare un valore aggiunto e nuove opportunità. Lo stesso World Economic Forum, già nel 2020, prevedeva che, entro il 2025, l’IA avrebbe sì sostituito 85 milioni di posti di lavoro, ma ne avrebbe creati 97 milioni di nuovi.
Oggi, nel 2026, vediamo questa previsione concretizzarsi in una serie di nuove figure professionali sempre più richieste elencate nell’approfondimento dell’università:
Se l’Intelligenza Artificiale è uno strumento che, come dice Michael Schwarz di Microsoft, «ci rende più produttivi», permettendoci di ottenere di più con meno fatica, la vera sfida non è combatterla, ma governarla. Per i lavoratori, probabilmente, significherà abbracciare una mentalità di apprendimento continuo (lifelong learning), acquisendo competenze trasversali che integrino la conoscenza del proprio settore con la comprensione dei nuovi strumenti digitali. Per le aziende e le istituzioni, ciò comporterà massicci investimenti nella formazione e nel reskilling, per accompagnare le persone in questa transizione.