Arteomica: sulle tracce del DNA di Leonardo da Vinci

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Arteomica: sulle tracce del DNA di Leonardo da Vinci

Un nuovo approccio scientifico studia le opere d’arte a partire dalle tracce biologiche lasciate dagli artisti. E riapre, dopo oltre 500 anni, il cold case più affascinante della storia dell’arte.

Il cold case dura da oltre mezzo millennio e resta, per ora, irrisolto. Mancano prove definitive per emettere un verdetto, ma non ce ne sono abbastanza neppure per escludere che l’indiziato sia davvero lui: Leonardo da Vinci.
Eppure, i risultati pubblicati in anteprima su BioRxiv hanno acceso l’entusiasmo di studiosi e appassionati, perché si avvicinano come mai prima d’ora al genio toscano. E soprattutto perché sanciscono l’affidabilità e la praticabilità dell’arteomica, una nuova disciplina che studia i capolavori artistici – e i loro autori – a partire dal materiale genetico rimasto sulle opere.

L’arteomica non si limita a cercare un nome: quando le tracce lo consentono, permette di ricostruire interi scenari storici, biologici e ambientali. Una lente nuova, potentissima, capace di unire scienza e storia dell’arte.

Alla ricerca di un DNA che non esiste

Di Leonardo non esiste un DNA di riferimento certo. I suoi resti furono trafugati e dispersi durante la Rivoluzione francese e l’artista non ebbe eredi diretti. Proprio per questo, nel 2015 è nato il Leonardo DNA Project, un’iniziativa internazionale che riunisce studiosi di discipline diverse con un obiettivo ambizioso: lavorare sui reperti genetici leonardeschi.

Per capire se fosse possibile estrarre DNA da una sua opera, i ricercatori hanno analizzato ciò che restava su un ritratto su carta, il Santo bambino. Il disegno, realizzato con matita sanguigna sfumata, è stato scelto per una ragione precisa: Leonardo amava sfumare i colori con le dita. Un gesto che, se ripetuto, avrebbe potuto lasciare sulla carta cellule epiteliali e quindi tracce genetiche.

Un’indagine non invasiva (e tutta al femminile)

Per ridurre al minimo il rischio di contaminazioni di cromosomi maschili, il team ha affidato il prelievo esclusivamente alle ricercatrici. Con tamponi delicati, passati sulla carta ripulita dalla polvere, sono stati raccolti i residui biologici.
Grazie alle moderne tecniche di sequenziamento genetico – oggi capaci di ricostruire interi genomi partendo da frammenti minimi – i dati hanno iniziato a comporre un quadro coerente.

È emerso un genoma maschile di ascendenza africana, molto diffuso nella Toscana dell’epoca, appartenente al lignaggio E1b1b: un profilo che potrebbe essere stato quello di Leonardo, o di un suo contemporaneo.

Il mondo invisibile attorno a un’opera

L’arteomica, però, racconta molto di più di un singolo individuo. Sul Santo bambino sono state identificate numerose altre tracce biologiche: il pelo di orso probabilmente usato per i pennelli; residui di agrumi mediorientali coltivati nei giardini dei Medici; leptospire, batteri trasmessi da ratti e topi; plasmodi responsabili della malaria, allora endemica e riscontrata anche nei resti di membri della famiglia Medici. E poi muffe, pollini, microrganismi.

In uno scenario ipotetico, il disegno potrebbe essere stato realizzato da un uomo che lavorava in un orto di un palazzo mediceo, tra i limoni, afflitto dalla malaria, alternando pennello e dita mentre scacciava i ratti tra i pigmenti. Un frammento di vita quotidiana che riaffiora, secoli dopo, grazie alla biologia.

Il confronto con parenti e contemporanei

Per capire se quell’uomo fosse davvero Leonardo, il DNA raccolto è stato confrontato con una lettera di attribuzione certa scritta da un cugino, con opere di artisti contemporanei come Filippino Lippi e Andrea Sacchi, e con il DNA dei discendenti viventi della famiglia Da Vinci, che nel frattempo ha attraversato circa 21 generazioni.

Come ha ricordato Davide Caramelli su Science, in assenza di un riferimento genetico certo non è possibile affermare con sicurezza che il materiale appartenga a Leonardo. Si può solo dire che è stato lasciato sulla carta da un uomo toscano che potrebbe essere Leonardo. La suggestione, però, è fortissima.

Anche perché la paternità del Santo bambino è stata messa in discussione. Lo stesso approccio, totalmente non invasivo, potrebbe, però, essere applicato a opere certe come il Codice Atlantico, alla ricerca di conferme decisive.

Oltre Leonardo: il futuro dell’arteomica

Un responso chiaro permetterebbe di sciogliere dubbi su altre opere attribuite a Leonardo e di indagare aspetti ancora misteriosi della sua vita. Ma anche di esplorare ipotesi biomediche sulle sue abilità eccezionali: l’attenzione maniacale ai dettagli, la visione straordinariamente acuta, una memoria fuori dal comune. Secondo alcuni studiosi, tutto questo potrebbe essere legato a specifiche varianti genetiche.

L’importanza dell’arteomica, però, va ben oltre un singolo genio. È una disciplina che richiede la collaborazione di storici, genetisti, chimici, paleobotanici. Solo integrando competenze diverse è possibile ricostruire un quadro coerente del passato.

Ed essendo un metodo sicuro per i reperti, può essere applicato in moltissimi contesti: dalle mummie egizie ai dipinti del Caravaggio, senza il rischio di danneggiare opere o campioni irripetibili. Un nuovo modo di leggere la storia: non solo con gli occhi, ma anche con il DNA.

Crediti foto: Unsplash

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È una giornalista scientifica e una scrittrice con un passato da ricercatrice e un dottorato in farmacologia. Oggi collabora con i principali gruppi editoriali italiani (GEDI, Il Sole 24 Ore) e con diversi siti (Il Tascabile, Lucy, Ilfattoalimentare.it e altri) e svizzeri (assediobianco.ch e Ticonoscienza.ch) su temi inerenti alla salute, l'alimentazione, la sostenibilità, la scienza e la promozione della cultura scientifica. Tiene lezioni e partecipa a trasmissioni radiofoniche e televisive, incontri e podcast. Il suo ultimo libro è Alzheimer spa – Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è (Bollati Boringhieri, 2024).