La violenza contro le donne online non è un’eccezione: è il sistema

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La violenza contro le donne online non è un’eccezione: è il sistema

Dai dati della polizia postale ai bias degli algoritmi, fino all’impatto dell’intelligenza artificiale, la sociologa Silvia Semenzin spiega perché la violenza digitale non è episodica ma strutturale, e perché ripensare il web è una questione di diritti.

Per milioni di donne nel mondo “stare online” significa attraversare ogni giorno un campo minato. Secondo studi recenti, la violenza digitale colpisce tra il 16 e il 58% delle donne, a seconda di età e area geografica. Nell’Unione europea si stima che 1 donna su 10 subisca molestie online. In Italia, la polizia postale nel 2024 ha registrato quasi 2 mila casi di reati online contro le donne. Tra questi, il cyberstalking è in aumento (+8%), mentre risultano in calo la sextortion (-3%), il revenge porn (-5%) e le molestie (-24%). I dati indicano che occorre osservare il fenomeno andando oltre i singoli scandali individuali o i numerosi episodi di revenge porn. «Si rischia di sottovalutare il fatto che online la violenza contro le donne non è episodica, ma sistematica. Nasce da un modello tecnologico che privilegia visibilità e profitto rispetto a diritti, sicurezza e giustizia. E le donne fanno bene a tenerne conto», afferma Silvia Semenzin, sociologa che nel 2018 ha lanciato la petizione #Intimitàviolata, da cui è nata la legge sul revenge porn. È docente all’Università Oberta di Catalogna e autrice di Internet non è un posto per femmine (Einaudi, 2026).

I gestori delle piattaforme dichiarano di prevedere strumenti contro la violenza di genere, ma i dati contraddicono l’idea che il fenomeno sia in calo. Che idea se n’è fatta?
Studiando il fenomeno da anni, lo definisco pink washing: un modo per rifarsi l’immagine come paladini delle donne. Se osserviamo le politiche delle big tech, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump, notiamo l’abbandono di molte pratiche di diversity & inclusion ottenute grazie alle battaglie femministe. Dietro la difesa del free speech, i contenuti non vengono più moderati. Quando le vittime denunciano la violenza digitale, le piattaforme non solo non rimuovono i messaggi aggressivi, ma spesso censurano le femministe. Con il risultato che chi adotta la misoginia come chiave di narrazione pubblica diventa molto visibile online; chi difende i diritti delle donne lo è molto meno.

Il caso del sito Mia moglie (in cui immagini intime di migliaia di donne sono state pubblicate su Facebook senza il loro consenso) ha dimostrato che la violenza colpisce anche donne che non sono attive online. L’intelligenza artificiale, con i deepfake, peggiorerà la situazione?
Temo di sì. L’AI sta ampliando il concetto stesso di violenza: il 96% dei contenuti deepfake è di natura sessuale. In Italia, secondo Amnesty International, nonostante alcuni passi avanti legislativi, nel 2024 la violenza è triplicata. Un certo tipo odi contesto politico, come quello attuale, banalizza la violenza al punto che molti si sentono in diritto di molestare senza neppure schermarsi dietro un nickname.

A discriminare le donne non sono solo le persone, ma anche le strutture con cui è costruito il web. Quali sono oggi i principali bias di genere incorporati negli algoritmi e nelle architetture delle piattaforme?
Gli stereotipi e i bias derivano dai dati con cui gli algoritmi vengono allenati. Le faccio un esempio: ChatGPT, una delle IA più utilizzate dal pubblico, ha suggerito alle donne di richiedere salari più bassi rispetto agli uomini e consigliato atteggiamenti remissivi nelle relazioni. Di recente, un esperimento virale ha mostrato che cambiare genere su LinkedIn può portare a visualizzare più offerte di lavoro. Il problema è che la base ideologica di programmatori e sviluppatori riflette una posizione di privilegio: una visione maschile, bianca, spesso eterosessuale. Le logiche algoritmiche ne sono una conseguenza.

Una forma di maschilismo è anche la diffusione predominante di una certa estetica. Negli Stati Uniti si parla di MAGA look, con volti segnati dal botox, labbra gonfie e seni voluminosi. Chi decide quali rappresentazioni femminili diventano virali e quali invece scompaiono?
Il maschilismo algoritmico non si limita all’aspetto fisico. Dominano modelli di comportamento come le trad wives, le mogli tradizionali, o il trend #ThatGirl, che propone routine quotidiane finalizzate all’efficienza e all’automiglioramento, imprigionando le donne in ruoli rigidi a scapito di altre possibilità. Inoltre, i contenuti femminili che diventano virali sono spesso legati a make-up, cucina e lifestyle, anche perché implicano l’acquisto di prodotti e quindi favoriscono il mercato. Il punto non è criticare le donne che si occupano di questi temi per emergere online, ma interrogarsi sull’effetto che la visibilità esclusiva di queste forme di femminilità ha, e avrà, sulle ragazze e sulle donne.

In che modo la violenza digitale amplifica quella offline?
La violenza online non nasce nel vuoto: è legata a quella della vita reale benché a lungo si sia pensato che quella digitale non fosse ‘vera’ violenza. In realtà lo è, e la tecnologia la rende più pervasiva e veloce. Se le piattaforme non la contrastano è spesso per scelta: incarnano le visioni del mondo e gli interessi di chi le progetta.

Cosa significa riappropriarsi dello spazio digitale?
Per le donne significa innanzitutto interessarsi di tecnologia, superando l’idea che il web sia uno spazio neutrale. Occorre capire come è nato e intervenire su codici, dati e infrastrutture, ma anche sulle narrazioni che rendono questi sistemi legittimi e desiderabili. È necessario fare pressione sulle istituzioni affinché cambino il modo in cui la tecnologia è progettata. L’unione tra donne e altri soggetti sottorappresentati (dalle persone non binarie agli ecologisti) può favorire una discussione sui limiti etici di una tecnologia basata sulla competizione anziché sui diritti.

È fiduciosa nelle giovani generazioni, o i nativi digitali faticano ancora di più a uscire dalle logiche del web?
Le giovani mi sembrano sempre più consapevoli delle discriminazioni, anche grazie alla possibilità di trovare online discorsi femministi prima relegati alla militanza. D’altro canto, spesso non hanno piena consapevolezza dei rischi del web e, allo stesso tempo, non possono farne a meno, perché rinunciare alla vita online ha conseguenze anche lavorative. La sfida è restare dentro questi ‘contenitori’ senza farsi assorbire da logiche discriminatorie e violente. Dobbiamo chiederci che tipo di internet vogliamo e capire come riprendercelo. Se proprio la rete ci ha isolate, chiudendoci in bolle, l’unico modo per cambiare le cose è ricostruire una comunità di pari che lotti insieme.

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Mantovana, giornalista da oltre 15 anni in Mondadori, collabora a numerose riviste nazionali su temi di attualità e stili di vita. Ha collaborato a una monografia sul cinema di Steven Spielberg e curato la traduzione dall’inglese di un saggio sul Welfare State. ​