Un approfondimento sul legame tra ruoli di genere, lavoro di cura e disuguaglianze professionali. Changes ne ha parlato con Manolo Farci, docente di studi culturali e di genere all’università di Urbino e autore di Quel che resta degli uomini- Sulla mascolinità (Nottetempo).
Le donne svolgono sempre la gran parte del lavoro domestico e di cura, oltre alla professione. Il Rapporto 2025 Family (Net) Work promosso da Assindatcolf, Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico e curato dal Censis rivela che il 15% degli uomini dichiara di non occuparsi affatto delle faccende domestiche, delegando completamente ad altri, contro appena il 5,6% delle donne. Per non parlare del lavoro di cura: secondo l’ISTAT, tra le persone tra i 15 e i 64 anni che si prendono cura di figli minori o di adulti bisognosi, il 42,3% sono donne rispetto al 34,5% degli uomini. Ciò si traduce in oltre 8,4 milioni di donne contro 6,8 milioni di uomini che si dedicano regolarmente a compiti di cura. Inoltre, il 71% dei caregiver familiari degli anziani non autosufficienti in Italia è donna, sia che si tratti di membri della sua famiglia d’origine che di quella del marito/partner.
Partiamo dai dati: il gender gap nel lavoro domestico è ancora enorme. Ma cambiare la situazione riguarda solo le donne?
Ovviamente no. Anche gli uomini devono essere coinvolti, benché spesso non se ne rendano conto. Il punto è che la socializzazione di genere continua a dire alle bambine che certe attività sono “naturali” per loro, mentre i bambini non vengono educati alla cura. Così, da un lato le donne faticano a delegare la cura e lasciare il controllo al maschile, dall’altro gli uomini assorbono l’idea di essere meno competenti. Questo pregiudizio è tuttora molto attivo, al punto che negli Usa esiste il fenomeno #boymom: una tendenza che vede mamme di figli maschi condividere esperienze e riflessioni sulla maternità. I contenuti più virali sono video in cui queste madri sorridono con piaciute mentre i loro diavoletti rompono urlano lottano con i cuscini. Il sottotesto neanche troppo implicito è che i ragazzi sono così e guai a volerli cambiare. Anche in ambienti educativi si ripetono simili dinamiche una ricerca italiana sugli stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia mostra che le insegnanti assegnano compiti di responsabilità alle bambine, mentre giustificano l’approssimazione degli alunni come inevitabile.
Per cambiare cosa manca?
C’è un problema culturale, ma in primis istituzionale. Il welfare italiano è familistico: si regge sulla madre e sulla nonna. È un sistema costruito sulla maternità, non sulla genitorialità. In Svezia i congedi sono lunghi, obbligatori e ben pagati: infatti gli uomini li usano. In Italia non sono così e quindi non vengono sfruttati, e questo rafforza l’idea che la cura sia qualcosa di femminile. In più, molti uomini temono che prendersi un congedo li penalizzi nella carriera o li faccia sembrare poco ambiziosi. Il modello del male breadwinner, ovvero dell’uomo che mantiene la famiglia, sempre disponibile per lavorare, sempre produttivo, è ancora vivo. C’è in minima parte l’idea di una caring mascolinity dove prendersi cura della famiglia non equivalga solo a mantenerla, ma seguire anche le faccende domestiche senza che ciò comporti una perdita di virilità. Il problema è che gli uomini non hanno modelli credibili e desiderabili di maschilità nella cura. Non sanno come si fa perché nessuno gliel’ha mostrato.
Lei sostiene che il modello del breadwinner, del maschio alfa è ancora molto diffuso. Ma questo modello non rappresenta una trappola anche per i maschi di oggi, obbligandoli a essere sempre decisi, responsabili, senza cedimenti?
Oggi i maschi hanno la consapevolezza che questi schemi di comportamento hanno forti limiti e sanno cos’è la mascolinità tossica. Ma dicono: «Tu mi chiedi di essere un maschio diverso, ma nel mio contesto, se mi distinguo, rischio isolamento o violenza». La pressione dei pari è fortissima e agire in modo differente richiede un estremo coraggio, specie a un’età in cui fare parte di un gruppo è costitutivo dell’identità. Un secondo problema è che quando incoraggiamo i maschi a rifiutare certi comportamenti, proponiamo loro un discorso moralistico e colpevolizzante, come se tutti i maschi, per il fatto di essere tali, opprimessero le donne. Anziché chiedere ai ragazzi di non essere qualcosa, dovremmo indicare loro cosa possono diventare, quali modelli alternativi possono seguire. E qui le indicazioni più diffuse mostrano i loro limiti.
In che senso?
Il famoso sociologo americano Michael Kimmel sostiene che i conservatori, o le destre, dicono ai ragazzi di essere come il loro padre, cioè di tornare a un maschio del passato che però non è più possibile, perché è cambiata anche l’economia e la precarietà riguarda anche il vecchio” capofamiglia”. Per Kimmel la sinistra invece dice che i ragazzi devono essere come la loro sorella, cioè devono in qualche maniera prendere ispirazione dal femminile, piangere, mostrare la loro fragilità. Nessuna delle due immagini è adatta a fare da esempio. Io credo piuttosto che si debba indicare ai ragazzi un maschile che non si riferisca a qualcun altro e che conservi i valori mascolini, mostrando però che significano altre cose. Le faccio un esempio: i manfluencer, ossia gli influencer che definiamo Maschi alfa, che si propongono come soggetti responsabili, che proteggono la propria famiglia, che sono qualcuno su cui gli altri possono contare. Ecco, essere un uomo “provider”, cioè uno che fornisce alla famiglia ciò che serve, non è qualcosa di negativo. Ma oggi il concetto va attualizzato trasformando questo soggetto in qualcuno che non è il solo adulto responsabile in casa, ma in un uomo che sostiene il successo professionale della sua compagna, che può pure guadagnare di più, o che provvede all’educazione dei figli. Parliamo molto di empowerment femminile, ed è giusto, ma dovremmo aiutare gli uomini a fare lo stesso, a rafforzare le soft skills e accettare l’idea che fare lavori di cura non devirilizza. Perfino i disoccupati invece faticano ad accettare lavori come infermieri o insegnanti perché non si vedono in quel ruolo. Eppure, gli uomini hanno bisogno di sentirsi utili. Dobbiamo orientare quel bisogno verso la cura, non cancellarlo con una durezza datata.
Quanto pesano i media e gli influencer in questo processo?
Pesano moltissimo. Prima le idee della manosphere, legate alla misoginia e ad atteggiamenti da macho, erano in spazi marginali. Ora, con TikTok e YouTube, arrivano ai ragazzi in pochi swipe. Gli algoritmi amplificano contenuti sempre più estremi. Non è solo misoginia: è un modello di business miliardario. Quando il podcast Gurulandia ha intervistato Tristran Tate, il fratello di Andrew Tate, ex kickboxer e influencer da undici milioni di follower su X, gli ha chiesto: «Cosa significa essere un uomo?”. E lui ha risposto: “Prendersi cura della famiglia lavorando 18 ore al giorno». Questa però è una visione distorta della cura, che per un adolescente può sembrare un modello forte. Per fortuna in Usa stanno nascendo influencer “positivi” come HasanAbi, tra i commentatori politici più seguiti al mondo su Twitch. Hanno un aspetto simile a quelli dei rivali della manosfera, ma valori opposti: cura, responsabilità, empatia. Parlano il linguaggio dei ragazzi, ma senza tossicità.
Come si cambia, allora?
Non funziona dire ai maschi: «Devi essere diverso». Bisogna aiutarli a riconoscere i valori che già apprezzano, partendo da una posizione morale. Se un ragazzo vede un compagno bullizzato e prova fastidio, anche se non interviene, quel fastidio è già un fatto morale. Lo stesso vale per la cura domestica: se un uomo sente disagio nel vedere la partner sovraccarica, quello è il punto da cui partire per comprendere che i valori che già coltiva non sono affatto in contrasto con la sua identità maschile. Perciò non dobbiamo dirgli cosa fare, bensì aiutarlo a capire cosa quel sentimento racconta, evidenziare che per lui la giustizia e la cura degli altri sono qualcosa che conta.
Nelle scuole lei presenta una differenza importante tra due tipi di maschio. Per quale motivo?
Imito quello che fa il citato Michael Kimmel e ai ragazzi chiedo: cosa significa essere un uomo? Le risposte si assomigliano sempre: vuol dire possedere forza, durezza, controllo, successo, competitività, indipendenza. È la mascolinità normativa, quella imparata in contesti familiari, scolastici e professionali. Poi chiedo cosa significa essere un uomo bravo e qui emergono parole come onestà, integrità, generosità, senso di responsabilità, empatia attenzione ai più deboli: valori profondi che richiamano le relazioni, l’etica, l’occorrenza con sé stessi e soprattutto non sembrano più definire un ruolo di genere, ma un modo di stare nel mondo. Essere uomini non vuol dire aderire a un copione, ma vivere secondo ciò che si riconosce come giusto e legittimo. Questo processo non impone ma risveglia. Non stabilisce dall’esterno come si suppone debba agire, ma accompagna nel ritrovare chi è già nel suo intimo.
La volontà dei singoli è necessaria ma non sufficiente, però. Corretto?
Occorrono anche mutamenti strutturali. Servono congedi paritari, obbligatori e ben pagati. Servono nidi accessibili. Serve un welfare che non dia per scontato che la cura sia femminile. Ma si cambia solo se gli uomini stessi riescono a guardare a sé stessi in un altro modo, non se le donne li rimproverano o le aziende o le istituzioni li costringono a fare certe cose. E serve anche un cambio narrativo: non dobbiamo “rieducare i maschi”, come se fossero sbagliati, ma orientarli, costruire modelli desiderabili, valorizzare le professioni di cura anche per loro. Altrimenti la segregazione di genere nel lavoro resterà intatta. Il paradosso è che molti uomini casalinghi mi raccontano che liberando le partner dal carico mentale, la relazione di coppia diventa più viva, anche sessualmente. In altre parole, prendersi cura degli altri non ci rende meno uomini, ma più adatti al mondo in cui viviamo.