Addio alla classe media
La classe media sta scomparendo. Insieme a essa anche le “marche medie” — quei brand che per decenni hanno sorretto i consumi occidentali — stanno perdendo peso e rilevanza
Dal pugno guantato di nero di Tommy Smith e John Carlos alle prese di posizione a Milano-Cortina, la Regola 50 continua a dividere: neutralità olimpica o libertà di espressione compressa?
L’immagine è una delle icone ribelli del Novecento. Città del Messico 1968: due atleti afroamericani, Tommy “Jet” Smith e John Carlos, rispettivamente medaglia d’oro (con record mondiale) e di bronzo nei 200 metri, si presentano scalzi sul podio olimpico, chinano il capo e alzano il pugno guantato di nero proprio mentre suona l’inno a stelle e strisce. Il gesto di protesta in sostegno del Black Power e delle lotte nei ghetti statunitensi fu uno shock: mai prima di allora degli sportivi, tantomeno nel contesto sacrale delle Olimpiadi, avevano osato esporsi in quel modo. Smith e Carlos finiranno su milioni di poster, ma ne pagheranno immediatamente le conseguenze venendo espulsi dal villaggio olimpico e dalla squadra USA per ordine dell’allora presidente del CIO Avery Brundage, e negli anni successivi verranno minacciati e ostracizzati in tutti i modi possibili. Così come capiterà, anche se in misura minore, al secondo classificato, l’australiano Peter Norman, che per solidarietà indossava una spilletta del movimento Olympic Project for Human Rights.
Sono passati quasi sessant’anni e una trentina di Olimpiadi estive e invernali da quel fatidico 1968, ma la situazione sembra essere sempre la stessa. Quando gli atleti alzano la testa – o il pugno – per dare visibilità a qualche causa vengono istantaneamente redarguiti e spesso puniti in ossequio al solito diktat: “non si mescola la politica allo sport”. Un luogo comune in genere pronunciato da alti dirigenti che passano la vita a fare soprattutto quello, a dimostrazione che di bronzo non esistono solo le medaglie ma anche molte facce. Perché è vero che esiste nella Carta Olimpica la famosa (o famigerata) Regola 50, quella che stabilisce che “nessuna forma di propaganda o dimostrazione politica, religiosa o razziale è consentita in siti, sedi o altre aree olimpiche”, ma è anche vero che le Olimpiadi sono sempre state utilizzate più volte dai governi, molto più che dagli atleti, come strumento di pressione politica: si pensi ai boicottaggi degli Stati Uniti a Mosca 1980 e dell’Unione Sovietica a Los Angeles 1984, o a quello (sacrosanto) delle nazioni africane nel 1976 in protesta contro i rapporti con il Sudafrica razzista ai Giochi di Montreal. E d’altra parte, come si può sostenere che la norma preservi la “neutralità politica” delle Olimpiadi quando per esempio alla federazione russa è vietata la partecipazione (a torto o ragione, non è questo il punto) dopo l’invasione dell’Ucraina, mentre ad altri paesi coinvolti in guerre di aggressione o repressione dei diritti umani no?
La regola 50, insomma, più che tutelare l’universalismo dello sport sembrerebbe comprimere la libertà di espressione di chi lo sport lo pratica ai massimi livelli. Tuttavia, ciò non ha impedito in questi decenni di assistere dentro stadi e palazzetti a manifestazioni eclatanti di libero pensiero. Come quello della velocista australiana Cathy Freeman, campionessa olimpica dei 400 metri a Sydney 2000, che dopo la gara fece il giro di pista con la bandiera della sua nazione e quella aborigena per richiamare l’attenzione mondiale sui diritti della popolazione indigena. Oppure quello della maratoneta etiope Feysa Lilesa, che a Rio 2016 tagliò il traguardo come seconda classificata con le braccia incrociate sopra la testa, simboleggiando così la lotta del popolo Oromo contro il governo del suo paese. Se Freeman dovette subire critiche feroci, Lilesa fu costretta a chiedere asilo politico per evitare ritorsioni in patria. E sempre a proposito di gesti simbolici, come dimenticare i tanti atleti che nel 2021 imitarono la posizione inginocchiata resa celebre dal giocatore di football americano Colin Kaepernick (iniziativa che gli è in sostanza costata la carriera) a supporto del movimento Black Lives Matter?
Si potrebbero fare altri esempi storici, ma c’è l’attualità a prendersi i riflettori. Fin dal primo giorno, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina hanno visto diverse prese di posizione, più o meno esplicite e più o meno radicali. I tempi cupi che stiamo vivendo, del resto, giustificano l’esposizione di sportivi che si trovano davanti a una platea mondiale. Dopo la cerimonia inaugurale in cui il vicepresidente americano JD Vance e la squadra israeliana sono stati sommersi di fischi, il primo a farsi notare è stato lo sciatore britannico Gus Kenworthy, postando su Instagram un bel “fuck ICE” scritto (per modo di dire) con ammirevole eleganza calligrafica urinando sulla neve. Ovviamente il destinatario dell’invettiva non è il ghiaccio, cosa che sarebbe anche comprensibile per uno sciatore, ma la milizia privata di Donald Trump che ha occupato con la violenza Minneapolis e altre città americane. Come da prassi, il povero Gus – che è anche rappresentante della causa LBGTQ+ nello sport – è stato massacrato sui social.
Peggio ancora è andata a Vladyslav Heraskevych, campione di skeleton ucraino che è stato escluso dalla competizione per aver voluto indossare un casco sul quale erano riprodotte le foto di 24 atleti suoi connazionali uccisi nel conflitto con la Russia. Il caso è particolarmente odioso – ricordare le vittime di una guerra è un pronunciamento politico o semplice umanità? – ed emblematico dell’ipocrisia del CIO. Dei caschi sono comunque stati alzati: quelli della squadra di slittino ucraina, che dopo la propria gara si è inginocchiata e ha manifestato in solidarietà con Heraskevych, oltre tutto portabandiera durante la cerimonia di apertura.
E poi ci sono gli americani. Più di una le dichiarazioni esplicitamente politiche da parte di atleti a stelle e strisce, attese e inevitabili considerato il momento storico delicato della democrazia americana sotto la presidenza Trump. Che si tratti di frasi in conferenza stampa o post sui social, in diversi hanno sottolineato l’importanza dell’inclusione e del rispetto delle minoranze: in una America terrorizzata dalla caccia agli immigrati (e ai cittadini americani che lo sembrano) il significato è inequivocabile. Il più diretto è stato l’allenatore della squadra di curling Rich Ruohonen, un ex avvocato proprio del Minnesota. Ruohonen ha detto: “Quello che sta accadendo da noi è sbagliato. Non ci sono sfumature di grigio. La gente tuttavia si è esposta, mostrando amore, compassione, integrità e rispetto per persone che non conoscono e che hanno aiutato. E noi per questo amiamo il Minnesota. Giochiamo per loro, e per chiunque nel nostro paese condivida quei valori”. Difficile essere più chiari di così.
Per chiudere su un registro più leggero, va detto che le Olimpiadi possono essere un palcoscenico per dichiarazioni politiche ma anche sentimentali. Come quella del biathleta norvegese Sturla Holm Lægreid, che a fine gara ha confessato in mondovisione di aver tradito la fidanzata, chiedendone il perdono. Che purtroppo per lui non è arrivato. A volte un partner deluso può essere più severo persino del CIO.