L’importanza di vivere tra le nuvole

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L’importanza di vivere tra le nuvole

Al centro delle strategie europee sulla digitalizzazione c’è lo sviluppo del cloud, su cui punta anche il PNRR. E intanto la nuvola si evolve e diventa “edge”.

Tutto passa dalla nuvola. È il cloud il protagonista indiscusso della digitalizzazione. Sono le sue applicazioni ad aver accelerato la trasformazione in atto e ad aver consentito quella remotizzazione della nostra vita sociale, indispensabile durante la pandemia. È impossibile, infatti, immaginare lo smart working, la didattica a distanza, la crescita dell’e-commerce o della telemedicina, senza considerare il grande apporto del cloud computing, ovvero la capacità di accedere on demand a vari servizi tecnologici (dal calcolo, all’archiviazione dati), affidandosi a fornitori esterni, senza possedere in house data center o server fisici.

Secondo Marina Natalucci, Ricercatrice dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, «durante la crisi da Covid-19, l’utilizzo di servizi cloud ha garantito alle imprese quella continuità operativa che altrimenti sarebbe andata perduta. Le aziende hanno dovuto comprendere in fretta come il cloud fosse imprescindibile per preservare la relazione con i clienti, sviluppare il commercio elettronico, oppure per continuare a favorire la collaborazione tra i colleghi». E i trend di crescita del settore lo testimoniano.

La crescita del cloud: in dati

«Negli ultimi anni è nettamente aumentata la consapevolezza delle organizzazioni nelle politiche d’investimento verso il cloud, tanto che nel 2021 il mercato italiano è valso 3,84 miliardi di euro con una crescita del 16% rispetto all’anno precedente», sottolinea Natalucci.

Secondo il report dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, infatti, i tassi di crescita degli investimenti in cloud sono anno dopo anno in aumento nel nostro Paese, con il 67% degli attori della filiera digitale che, si legge nel report, «ha introdotto nuovi servizi all’interno della propria offerta, e il 41% delle imprese che ha registrato una crescita dei propri ricavi».

Gaia X e la strategia per la sovranità digitale europea

Lo sviluppo del cloud, dati alla mano, è dunque strategico. Lo sa bene l’Unione Europea, che ha lanciato Gaia X, associazione promossa da Germania e Francia a cui ha aderito anche l’Italia e che si propone di creare un’infrastruttura federata che possa condividere in maniera sicura, trasparente e aperta i dati dei cittadini, dei governi e delle imprese europee, nel rispetto della privacy e del GDPR.

«Il lancio di Gaia X testimonia la crescente sensibilità sul tema dell’Europa che ha deciso di entrare con questa rete di provider europei, aventi regole comuni in uno scenario dominato finora da Cina e Stati Uniti». È proprio lo sviluppo del cloud, dunque, la strada individuata da Bruxelles per raggiungere la sovranità digitale europea e non è un caso che nel settembre 2020 la stessa Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha posto proprio Gaia X al centro del capitolo sulla digitalizzazione del Next Generation UE.

La via italiana per il cloud

Anche il nostro Paese ha concentrato sul cloud il suo programma di sviluppo digitale. Il Piano Cloud Italia promosso dal Ministro Vittorio Colao, infatti, punta alla realizzazione di una infrastruttura su cui ospitare dati e servizi della PA, per «assicurare autonomia tecnologica del Paese, garantire il controllo sui dati e aumentare la resilienza dei suoi servizi digitali». Per il progetto sono a disposizione 1,9 miliardi di euro del PNRR e secondo Marina Natalucci, «il piano rappresenta una grande occasione per il nostro paese che sconta nel campo un certo ritardo, ma che oggi ha la possibilità di rimettersi in carreggiata. I dati vanno valorizzati e protetti – osserva la ricercatrice – ed è’ importante che lo Stato si metta alla guida di un processo per custodire dati sensibili nel perimetro italiano».

Al centro del Piano c’è la costituzione del Polo Strategico Nazionale, la cui gara da 723 milioni di euro è entrata ormai nel vivo. Tanti al momento i concorrenti in gara per assicurarsi l’erogazione di servizi cloud per la PA: TIM, Leonardo, CDP, Sogei ma anche Fastweb e Aruba. Un ingresso di soggetti privati come fornitore di servizi cloud per la Pubblica Amministrazione su cui sono arrivate anche alcune critiche, proprio per la delicatezza del compito di trattamento dei dati sensibili che riguardano istituzioni e cittadini. Non la pensa così Marina Natalucci, che vede nel know how e «nelle competenze digitali dei player del settore privato una risorsa da valorizzare».

Le prospettive future e i nuovi rischi del cloud

La nuova frontiera della nuvola è l’edge cloud. Dietro questa formula si nasconde un obiettivo semplice: quello di avvicinare i nodi di raccolta dei dati agli utenti finali. «La parola d’ordine è decentralizzazione – sottolinea Marina Natalucci -. Il cloud computing tradizionale necessita di grosse infrastrutture centralizzate (data center) che spesso non rispondono a esigenze specifiche di utilizzo dei dati. Con l’edge cloud le organizzazioni oggi possono bilanciare la potenza centralizzatrice del cloud con una con una capacità computazionale più specifica e vicina all’utilizzatore».

L’architettura dell’edge cloud è insomma decentralizzata e distribuita in micro-data center più vicini alle fonti dei dati. A trarre particolare giovamento da questo cloud più agile e distribuito sono le tecnologie Internet of Thing (IoT) anche a livello industriale (sensori, smart meter, telecamere), gli applicativi medicali, oppure quelli della mobilità intelligente.

In questi campi, anche grazie allo sviluppo delle reti 5G, i dati possono essere elaborati più velocemente, con minore latenza e maggiore sicurezza, visto che un cloud più distribuito (come quello edge) è anche un cloud meno rischioso. La digital transformation ha infatti negli ultimi anni portato le aziende a conservare i propri dati presso server esterni, lontani dal proprio diretto controllo. Apparentemente questo potrebbe risultare un rischio ulteriore, ma, come sottolinea Marina Natalucci, «i cloud provider hanno sistemi di difesa più sofisticati rispetto alle imprese. E questo le organizzazioni lo stanno capendo». Ancora una volta, dunque, è questione di consapevolezza digitale in crescita. E nell’Italia delle PMI questa è una buona notizia.

Giornalista, pugliese e adottato da Roma. Nel campo della comunicazione ha praticamente fatto di tutto: dalle media relations al giornalismo. Brand Journalist e conduttore radiofonico, si occupa prevalentemente di economia, energia ed innovazione. Oltre la radio ama la storia e la politica estera.