Perché siamo tutti esseri speciali

Society 3.0


Perché siamo tutti esseri speciali

Il prodotto customizzato, la scuola più esclusiva e anche l’astensionismo politico. Il desiderio di sentirsi unici prevale su tutto. Changes ne ha parlato con la filosofa Francesca Rigotti.

Siamo nell’età del singolo. Un’epoca in cui un numero sempre maggiore di persone non si aspetta piú il generale, bensì esige di diventare degli esseri speciali; una fase storica in cui, anziché battezzare i nostri figli come i loro nonni, creiamo generazioni di Melusina, Alisea, Oceano e Orso e li mandiamo in scuole che valorizzino il loro profilo individuale. Il nostro gusto non si rivolge più a ciò che è standardizzato e regolato, ma aspira a ciò che è originale e particolare: dal detersivo alla sneaker fino alla prestazione sanitaria, ciò che scegliamo deve essere non solo eccellente, ma soprattutto fatto su misura per noi. «La tendenza a distinguersi dagli altri è sempre esistita», nota Francesca Rigotti, docente di filosofia alle Università di Göttingen e della Svizzera italiana e autrice di L’era del singolo (Einaudi), «ma dal Rinascimento in poi ha assunto nei secoli caratteristiche peculiari. Nel secolo XV, quando per la prima volta si è affermata la “singolarità” di una persona, non più destinata a sciogliersi nella comunità e ad assumere in essa sempre lo stesso ruolo, è stata teorizzata l’esistenza dei diritti individuali; al contempo, però, da lì è iniziata la spinta verso il loro superamento, in vista di una concezione della propria identità sempre più unica, distinta, autonoma».

E così oggi siamo tutti “esseri speciali”, come cantava Battiato, avendo ormai completato il passaggio dall’individualismo al singolarismo. Cosa li distingue? Un diverso grado di autonomia. Perché, se l’individualismo è caratterizzato dalla tensione verso l’autodeterminazione dell’individuo, e quindi verso l’autonomizzazione della vita individuale rispetto a quella comunitaria (nel lavoro, nella famiglia, ma anche nei gusti e nelle credenze), il singolarismo è l’opposto: la sua caratteristica è la tensione verso il riconoscimento della propria singolarità (anche sessuale, razziale, estetica) da parte di altri, di cui il singolo ha estremo bisogno per veder riconosciuta la propria specificità. Detto altrimenti: nell’individualismo, mi affermo emancipandomi dal giudizio degli altri; nel singolarismo presuppongo proprio quel giudizio per potermi distinguere nella mia originalità, ribaltando il punto di vista da “voi non siete come me” a “riconoscete che io non sono come voi”.

Con tutte le contraddizioni del caso, che ritroviamo, per esempio, nei social: «Apparentemente essi esaltano l’unicità di ognuno, ma poi ci fagocitano di nuovo nel tutto: crediamo di essere unici, singolari, ma alla fine siamo invischiati in una rete dei rapporti inestricabili con gli altri» precisa Rigotti. Senza like, senza interazioni, manca il riconoscimento della nostra unicità, in un crescendo reciproco di legami e vincoli. Ma poi sono vincoli reali, sinceri? O non scampoli di amicizia, brindelli di legame, di amicizie non approfondite, sostituibili e ricambiabili in ogni momento? Rigotti propende per la seconda ipotesi, rilevando come questa ambiguità sia tipica di tutto il capitalismo. «Il mercato funziona solo se tramite un acquisto ci sentiamo contemporaneamente diverso/a dagli altri, ma anche simili a essi», sostiene la studiosa.  Paradossalmente, l’unicità esiste se viene condivisa.

In compenso, questa atomizzazione sociale, questo proliferare di esseri speciali ha un costo: l’uguaglianza e la giustizia sociale vanno a farsi benedire. «Se mi interesso solo di me, della mia situazione, dei miei diritti, cercherò di favorire le spinte, le associazioni, I partiti che premiano la mia ricerca di originalità e unicità a detrimento dell’eguaglianza sociale». Oppure avverrà il contrario; mi disamorerò di quei politici, quelle istituzioni e di quel meccanismo che non coincidono più con la mia specifica visuale e finirò per astenermi o ritirarmi dalla partecipazione alla vita comunitaria.
Rigotti ipotizza che il singolarismo potrebbe spiegare anche l’elevato tasso di astensionismo che ha caratterizzato le ultime elezioni amministrative in Italia: a suo dire, una parte dei non votanti coincide non con le classi più svantaggiate, che votano le destre sovraniste e nazionaliste ormai, bensì con le classi medio-alte, professionisti, medici, architetti, che non si sente più rappresentata nella propria specificità e originalità e si disamora della politica.

Non tutto è perduto, tuttavia: la disillusione amorosa sicuramente diminuisce la fedeltà e l’attaccamento a un soggetto politico o a un’istituzione, ma potrebbe indurre un pubblico di singoli ad alleanze “trasversali” e oltre gli schieramenti con quelli/e che al mondo la vedono come noi. «Pertanto possiamo sperare che il fenomeno del singolarismo ci renda più dinamici, ma anche più autonomi e più critici: che ci doni uno sguardo ampio col quale riuscire a risollevarci dalla contemplazione dell’opera d’arte che siamo noi stessi – e che cerchiamo che siano i nostri figli, con i loro nomi raffinati e speciali, i loro curricula rispettosi delle loro vocazioni e talenti – per diventare anche esseri relazionali e capaci di condividere le loro esigenze con il rispetto e il riconoscimento degli altri». Nella futura “società degli individui”, insomma, essere singoli non coincide necessariamente con l’essere egoisti, ma nel ricordare che la politica è l’arte del compromesso tra l’interesse generale e il proprio “particulare”. E seppure la democrazia non sia perfetta, resta sempre migliore di tutte le possibili alternative.​

Mantovana, giornalista da oltre 15 anni in Mondadori, collabora a numerose riviste nazionali su temi di attualità e stili di vita. Ha collaborato a una monografia sul cinema di Steven Spielberg e curato la traduzione dall’inglese di un saggio sul Welfare State. ​