I giovani e il primato alla costruzione di sé
Negli ultimi anni GenerationShip ha registrato un progressivo spostamento delle priorità verso la costruzione di sé: salute e benessere, formazione, lavoro, sicurezza economica,
Città e luoghi di lavoro sono stati progettati a lungo pensando a un utente standard. Invecchiamento, fragilità e nuovi bisogni sensoriali impongono oggi un cambio di paradigma che mette al centro accessibilità e inclusione.
Città e spazi interni sono stati per secoli progettati seguendo un’idea che soltanto di recente è messa seriamente in discussione, ovvero che a usarli sarebbero stati esseri umani con caratteristiche standard: fisicamente in salute, non troppo anziani, reattivi dal punto di vista sensoriale. Oggi, però, le cose sono ben diverse: l’invecchiamento della popolazione, la diffusione di patologie croniche, la crescente domanda di benessere psicofisico espressa da fasce crescenti della popolazione che vivono sulla propria pelle condizioni come la neurodivergenza, stanno mandando in soffitta quel paradigma anche se concretamente i nostri spazi sono ben lungi dall’essere adatti ad accogliere questa “nuova normalità”. Alessandro Biamonti, architetto e professore associato presso il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, dove coordina le attività del Laboratorio di Ricerca LABIRINT, spiega che «lo standard che ha connotato una buona parte della progettazione generale è entrato in crisi, in realtà, quando il mondo del progetto ha iniziato a prendere coscienza ed integrare la categoria della complessità».
L’archetipo dell’utente standard ha quindi cambiato decisamente i propri tratti distintivi partendo proprio dall’accettazione di una realtà sotto gli occhi di tutti. Senza andare troppo lontano si pensi che in Italia nel 2050, ci saranno 300 anziani per ogni 100 giovani. A certificarlo l’Istat che lancia l’allarme su come il rapido invecchiamento demografico del nostro Paese sia già una realtà: secondo gli ultimi rilevamenti, al 2025 l’indice di vecchiaia in Italia ha raggiunto il valore di 207,7 anziani (over 65) ogni 100 giovani (under 15). Al 1° gennaio 2026 le rilevazioni confermano il trend con oltre 208 anziani ogni 100 giovani.
Dobbiamo quindi pensare a città e a spazi che dovranno essere utilizzati da una popolazione che per la maggior parte avrà più di 65 anni: e se si pensa che già oggi, sempre secondo l’Istat, l’80% della popolazione anziana convive con almeno una patologia cronica o una limitazione motorio-sensoriale, ci rendiamo conto che la condizione ordinaria è quella della “vulnerabilità”.
Gli anziani sono soltanto una faccia della medaglia. Bisogna anche considerare una “minoranza” spesso invisibile, fatta da persone neurodivergenti o affette da ansia e fatica cronica. Secondo uno studio condotto dalla psicologa organizzativa Nancy Doyle tra il 15 e il 20% della popolazione mondiale è neurodivergente (spettro autistico, ADHD, dislessia, disturbi dell’elaborazione sensoriale). Queste persone sono spesso sensibili al sovraccarico sensoriale come eccessiva luce o rumori, tutti elementi che contribuiscono a rendere spazi pubblici ma anche il posto di lavoro luoghi ad alto tasso di stress. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva che il 15% degli adulti in età lavorativa soffre di un disturbo di salute mentale in un dato momento.
Ansia e depressione generano ogni anno una perdita di produttività stimata in oltre 1.000 miliardi di dollari a livello globale, un impatto che la progettazione preventiva degli ambienti (orientata al comfort acustico, visivo e ambientale in genere) mira a ridurre drasticamente. «In una realtà così complessa la sfida – spiega il professore Biamonti – è passare dal concetto di integrazione a quello di inclusione: una cosa, infatti, è fare in modo che qualcuno entri dentro a un ecosistema o a una società modificando il proprio essere e allineandosi a quello degli altri, un’altra è che ne faccia parte con le proprie caratteristiche, senza dover cambiare la propria natura».
Non mancano in giro per il mondo esempi di questo nuovo approccio inclusivo. Clonakilty, nella Repubblica d’Irlanda, 4mila anime fra il blu del mare e il verde della brughiera nella Contea di Cork, è stata la prima città a certificarsi ufficialmente come autism friendly adottando mappe sensoriali trasparenti che indicano dove si trovano i punti a forte impatto acustico/visivo (incroci trafficati, piazze affollate) e quali sono le vie alternative più calme.
Ad Amsterdam, in Olanda, molti dei principali musei mettono a disposizione fasce orarie e tour dedicati ad accesso limitato con riduzione degli stimoli acustici e visivi. A Bari è stato firmato un protocollo fra Comune e Asl per abbattere le barriere invisibili. Sono quindi adottati strumenti di Comunicazione Aumentata Alternativa (CAA) allo scopo di offrire alle persone con bisogni comunicativi complessi la possibilità di comunicare tramite canali che si affiancano a quello orale e avviati corsi di formazione per il personale che è più spesso a contatto con il pubblico.
Sul fronte delle aziende sono molte le società che adottano nei propri uffici delle vere e proprie mappe sensoriali per ridurre lo stress di tutti i dipendenti ma anche, se non soprattutto, per tenere nella debita considerazione le esigenze di lavoratori con ADHD, autismo che reagiscono agli stimoli in maniera differente. L’ufficio è suddiviso in gradienti di stimolazione:
Al Politecnico di Milano, il LABIRINT (Laboratorio di Innovazione e Ricerca sugli Interni), coordinato dal professore Biamonti, studia proprio il rapporto fra caratteristiche degli ambienti e benessere della persona. Un team che lavora ai cosiddetti “habitat terapeutici”: spazi flessibili, dove un insieme di condizioni sensoriali, dalla luce, all’acustica, passando per la temperatura e i rivestimenti, sono in grado di ridurre l’ansia in persone affette da malattia di Alzheimer. Dai loro studi è nato nel 2018 GRACE_Lab, a Figino, periferia occidentale di Milano, un luogo inserito all’interno di un centro diurno per la cura della demenza dove si sperimentano prodotti, soluzioni ambientali e servizi dedicati a chi è affetto da Alzheimer.
«La persona, con i suoi bisogni e le sue fragilità diventa il punto di partenza. Una dimensione urbana che non accetti questo approccio – conclude Biamonti – diventa rigida, chiusa, stigmatizzante, ghettizzante. Dobbiamo renderci conto che “siamo tutti extra-ordinari”. Ovvero, siamo tutti fuori dall’ordinario (quindi non normali) ed essere fuori dall’ordinario vuol dire essere unici».