I giovani parlano davvero peggio? Come sta cambiando la lingua

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I giovani parlano davvero peggio? Come sta cambiando la lingua

Ogni generazione inventa parole, codici e riferimenti che disorientano quella precedente. Ma i giovani hanno davvero un lessico più povero? La linguista Vera Gheno spiega perché non esiste un'età dell'oro della lingua e come social network, nuove sensibilità e intelligenza artificiale stanno trasformando il nostro modo di comunicare.

Ogni generazione ha sempre cambiato le parole con cui descrivere la realtà perché ha cambiato il suo sguardo su di essa. Oggi, però, il cambiamento è più rapido per l’influsso di vari fattori: da un lato abbiamo una maggiore consapevolezza delle differenze; dall’altro le nuove tecnologie uniformano il linguaggio, riducendo le specificità. Ma che conseguenze ha un mutamento così rapido per il dialogo tra generazioni? Davvero il linguaggio dei ragazzi si è impoverito? Changes lo ha chiesto a Vera Gheno, linguista e autrice di Grammamanti. Immaginare futuri con le parole (Einaudi).Ha appena pubblicato due nuovi saggi: Genere (Laterza) e La lingua libera (Effequ).

Si dice spesso che ogni generazione abbia il proprio linguaggio. È davvero così? In che modo le parole raccontano il tempo in cui viviamo?
Ogni generazione adotta parole che le generazioni precedenti non avevano per l’esigenza, più o meno esplicita, di allontanarsi da ciò che ci hanno insegnato genitori e nonni. Questo avviene perché la propria visione delle cose è diversa da quella di genitori e maestri. Di conseguenza emerge spesso l’uso di un linguaggio differente, quasi una “ricusazione del lessico” pregresso, per corrispondere alle nuove esigenze espressive. Le faccio un esempio personale: per me, nata nel 1975, una persona trans era semplicemente una donna che voleva essere un uomo o un uomo che voleva essere una donna, con il pregiudizio diffuso, e implicito, che gli uomini trans non esistessero quasi, o che tutte le donne trans si prostituissero. Invece i ragazzi di oggi hanno una visione del genere molto più articolata: una persona di 16 anni sa spiegare abbastanza bene chi è un soggetto non binario, ha consapevolezza della fluidità di genere. Questa diversa consapevolezza porta anche a un lessico molto diverso da quello di allora. Da un lato, quindi, il cambiamento linguistico nei giovani nasce dal bisogno di allontanamento dalle generazioni precedenti; dall’altro è spinto da esigenze “ambientali”, cioè dal fatto che il mondo cambia e le sensibilità pure.

Tra le generazioni più anziane però prevale una narrazione secondo cui i giovani non sanno più esprimersi e non usano più di 300 parole. Che differenza c’è tra impoverimento linguistico e trasgressione linguistica, e come distinguere tra le due?
La questione generazionale è complessa perché è difficile misurarsi con la contemporaneità. Gli anni Ottanta e i Novanta per noi erano “nuovi” ma in qualche modo più lineari; oggi gli orizzonti del mondo si sono allargati enormemente, ma le nostre capacità cognitive e i nostri strumenti di conoscenza non si sono evoluti alla stessa velocità e c’è quindi uno scarto maggiore tra gli strumenti che abbiamo e la realtà che dobbiamo comprendere. Non è che i giovani siano “stupidi”: è che la realtà è molto più complicata. Ciò premesso, da sempre le generazioni più vecchie, a un certo punto, assumono uno sguardo molto critico e negativo verso il lessico di quelle successive. È una narrazione che piace molto agli adulti perché li fa sentire migliori dei giovani; ma per la maggior parte dei linguisti questa “regressione linguistica” (che implicherebbe una regressione mentale) non è reale: è una storia che ci raccontiamo. Anzi, a giudicare dai dati Istat sulla lettura degli italiani, i “peggiori lettori” sono gli adulti e non, come ci aspetteremmo, i giovani.

Guardando agli ultimi decenni, quali sono i cambiamenti più significativi nel modo in cui le diverse generazioni parlano di diversità, inclusione e identità?
Il linguaggio giovanile viene studiato in modo approfondito da circa cinquant’anni. Ciò che questi studi mostrano, generazione dopo generazione, è che il lessico specifico cambia, ma i meccanismi di fondo nella creazione di un gergo restano sempre gli stessi: invenzione di parole, tormentoni, parole-nonsense (dal vecchio “antani” alle espressioni più recenti come six seven, prive di significato letterale), con il ricorso a lingue straniere e prestiti da altre lingue, come oggi l’arabo per influsso degli italiani di seconda generazione. C’è anche una componente dialettale diretta: chi vive in un certo territorio tende a riprendere tratti del dialetto locale. Oggi molti citano il romanesco di Zerocalcare come un tempo facevamo con Verdone.

Molti Baby Boomer o esponenti della Generazione X dicono dei giovani che “non sanno parlare”: è la solita sensazione di spaesamento di fronte a un lessico in evoluzione oppure i social hanno davvero accelerato la creazione di nuove parole, amplificando questa sensazione a ogni passaggio generazionale?
I social hanno innanzitutto “portato al bar” discorsi che un tempo erano di nicchia, riservati a esperti e linguisti: oggi parla di linguaggio anche chi non ha strumenti per farlo. Eppure, se è facile parlare di lingua (come diceva Tullio De Mauro, la usiamo tutti) questo non equivale a essere un linguista professionista in grado di analizzare davvero i mutamenti profondi della lingua, invece di limitarsi a usarla, tanto più se nessuno insegna a farlo. È una ruota che si ripete sempre uguale: uno dei primi “sfoghi” contro i giovani d’oggi si trova già nella Repubblica di Platone, dove si sostiene che i giovani non rispettano i maestri e parlino a modo loro. Una lamentela vecchia quanto il mondo, che la storia evidentemente non insegna a superare. Il digitale ha portato tuttavia alcune novità nella comunicazione “iconica”: dalle faccine anni Novanta alle emoji, agli sticker, alle gif animate, fino ai meme, che sono in realtà una forma di comunicazione piuttosto raffinata, perché richiedono di conoscere tutta un’enciclopedia di riferimenti condivisi, e per questo possono risultare escludenti per chi non conosce le citazioni sottostanti.
Ma anche questo non è un fenomeno nuovo: anche le generazioni precedenti avevano i propri riferimenti condivisi (come “nessuno entra a Mordor”, da Il Signore degli Anelli). Ciò che cambia è la fonte di queste citazioni: oggi si citano più spesso influencer o tormentoni che corrono veloci su Internet; un tempo si citavano più film, e ancora prima libri o canzoni (i Beatles). Il meccanismo della citazione condivisa, insomma, non è cambiato; è cambiata solo la sua fonte.

La diversa sensibilità tra generazioni porta spesso a considerare l’adozione di certe parole come un eccesso di sensibilità o come una forma di marketing aziendale. Come valutare se un linguaggio è usato per convinzione o per estetica?
Io lavoro molto con le aziende, e negli ultimi anni molte di esse avevano adottato un linguaggio inclusivo simboli come la bandiera arcobaleno, specie per intercettare un nuovo segmento di clientela: un rainbow washing sul modello del greenwashing, fatto per immagine più che per reale convinzione etica. Non a caso, dopo Trump, questo atteggiamento è scomparso.
Ci sono però anche aziende che hanno capito che lavorare su questi temi serve prima di tutto al benessere interno perché le statistiche mostrano quanto sia ampia la varietà umana nella società. Se invece in un’azienda quella varietà è del tutto assente (ovvero nessuna persona “apparentemente” ha disabilità o è neurodivergente o omosessuale), questo è un segnale: probabilmente ci sono barriere d’ingresso di cui l’azienda non è consapevole, oppure chi è già dentro non si sente al sicuro nel dichiarare la propria identità e lavora peggio. Da linguista, aggiungo che i cambiamenti linguistici andrebbero visti come proposte su come si possono dire le cose, non come imposizioni su come si devono dire. Una lista di “parole vietate” serve solo ad accendere gli animi. Il lavoro che faccio da anni, al contrario, nasce dal mostrare le conseguenze di date scelte: se usi una certa parola, probabilmente avrai certe reazioni; se ne usi un’altra, ne avrai altre. Ma per le aziende non si tratta di “fare bella figura”, quanto di affinare la propria messa a fuoco sul mondo.

L’intelligenza artificiale produrrà sempre più contenuti. Pensa che questo contribuirà a uniformare il linguaggio delle diverse generazioni o, al contrario, ne renderà ancora più rapide le trasformazioni?
Non ho un’idea precisa su come l’IA si intrecci con la questione generazionale in senso stretto, ma osservo che l’intelligenza artificiale propone una lingua molto omogeneizzata, il che non è un vantaggio. Oggi si parla molto di biodiversità e della necessità di recuperare le specie vegetali autoctone; ecco, lo stesso ragionamento andrebbe applicato alla lingua. Centinaia di idiomi continuano a scomparire, un processo legato anche a Internet e ora aggravato dall’intelligenza artificiale, che favorisce le lingue maggiori a scapito di quelle minori. In questo quadro, l’omogeneizzazione spinta dall’IA è profondamente negativa: la varietà linguistica è un valore, non qualcosa da combattere. Certo, avere una lingua franca condivisa (come l’inglese) può essere comodo per intendersi su scala globale; ma poiché non siamo costretti a conoscere una sola lingua per volta, accanto alle grandi lingue franche bisognerebbe continuare a coltivare anche le lingue minori, cioè non solo le lingue nazionali minoritarie, ma anche i dialetti.

Se dovesse dare un consiglio a chi fatica a orientarsi tra parole nuove e sensibilità diverse, quale sarebbe?
Consiglio di rinunciare a voler capire tutto. È un atteggiamento molto socratico, il “sapere di non sapere”, che non esclude di poter chiedere chiarimenti a figli e studenti. La curiosità è un modo di avvicinarsi con rispetto al movimento linguistico dei giovani: è una strategia per non creare fratture, per non dire “ma come parli male, ai miei tempi invece…”. Perciò lo dico chiaramente: non è mai esistita un’età dell’oro della lingua. I giovani hanno sempre “parlato male” agli occhi delle generazioni precedenti.

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Mantovana, giornalista da oltre 15 anni in Mondadori, collabora a numerose riviste nazionali su temi di attualità e stili di vita. Ha collaborato a una monografia sul cinema di Steven Spielberg e curato la traduzione dall’inglese di un saggio sul Welfare State. ​