Pagare senza accorgersene ci fa spendere di più?

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Pagare senza accorgersene ci fa spendere di più?

Carte, smartphone, abbonamenti e rate hanno reso gli acquisti sempre più fluidi. Ma eliminare l’attrito del pagamento cambia anche il modo in cui percepiamo le spese e può renderci meno consapevoli di quanto denaro esce davvero dal conto.

Scena, esterno giorno: appoggio il telefono al POS, compare una spunta e il barista mi passa il caffè. Tempo dell’operazione: meno di un secondo. Nessuna moneta esce dal portafoglio, nessuna banconota che cambia di mano, nemmeno il teatro del resto da doversi sorbire. Ho pagato, certo. Ma l’ho sentito? La domanda è meno filosofica di quanto sembri: spendiamo di più quando non vediamo più i soldi? È un quesito che le scienze sociali indagano da qualche decennio.

Perché spendere fa male (e a cosa serve)

Il denaro, infatti, non è soltanto un’unità di conto. È anche un’esperienza sensoriale. Il contante ha peso, volume, rumore; soprattutto, quando lo consegniamo, diminuisce davanti ai nostri occhi. Drazen Prelec e George Loewenstein hanno chiamato “pain of paying” quel piccolo dolore associato al pagamento. Nel loro modello, consumo e pagamento viaggiano su due binari collegati: pagare può guastare un po’ il piacere di consumare, mentre un consumo già pagato ci appare quasi gratis. È il fascino innegabile dell’all inclusive: una volta saldato il conto, il terzo cocktail a bordo piscina entra nella categoria psicologica del “ormai è fatta”. Il contante, insomma, fa male. Però quel male, entro certi limiti, è molto utile.

Cosa succede quando il pagamento diventa invisibile

Il passaggio alla carta di credito e, più in generale, ai pagamenti elettronici, infatti, ha iniziato ad anestetizzarlo. In un celebre esperimento del 2001, Prelec e Duncan Simester misero all’asta, tra le altre cose, biglietti per una partita dei Boston Celtics: chi doveva pagare con carta mostrava una disponibilità a pagare più alta, in alcuni casi fino al doppio. Dilip Soman ha mostrato successivamente un altro pezzo del meccanismo: quando il pagamento è meno immediato, ricordiamo male le spese passate e aggiorniamo con meno precisione il nostro bilancio mentale.
Attenzione però alle formule magiche: una meta-analisi del 2024 su 71 studi trova sì un “cashless effect”, ma piccolo, variabile e indebolito nel tempo. Il fenomeno esiste ma la carta di credito non è la bacchetta di Harry Potter e la scienza, ricordiamocelo sempre, è meno sexy di un titolo di giornale: se una storia è troppo bella, urge fare un check.
C’è un rovescio curioso di questa medaglia digitale. Avni Shah e coautori hanno trovato che pagare con forme più “dolorose”, come il contante, può aumentare l’attaccamento a ciò che abbiamo comprato. Se separarsi dai soldi costa un po’, il cervello sembra chiedere all’acquisto di meritarsi il sacrificio. Spendere fa male, ma proprio per questo può farci voler più bene alla tazza appena comprata.

Dal 1-Click allo smartphone: comprare senza attrito

L’anestesia dei pagamenti immateriali ha accelerato nel tempo. Nel 1999 Amazon ottenne il brevetto statunitense del suo sistema di acquisto con una sola azione: il celebre 1-Click. L’intuizione era togliere un gesto tra desiderio e acquisto, una frizione verso la promessa dell’esperienza di acquisto più fluida possibile.
Da allora l’attrito è diventato il nemico da eliminare: carta memorizzata, smartphone, impronta digitale, “compra ora”. Ogni secondo risparmiato è comodità; ma può essere anche un secondo in meno per chiedersi se quella cosa ci serve davvero e, dunque, un punto di attenzione per il cittadino finanziariamente alfabetizzato che dovrebbe albergare dentro ciascuno di noi.

Quando non dobbiamo più decidere di pagare

Con gli abbonamenti facciamo un passo ulteriore: non eliminiamo solo il gesto, eliminiamo la decisione. Stefano Della Vigna e Ulrike Malmendier lo mostrarono con le palestre: molti clienti sceglievano un abbonamento mensile che, dato quanto poco frequentavano, finiva per costare per ingresso più del carnet. L’addebito automatico trasforma infatti una scelta in un’abitudine e, qualche volta, l’abitudine in arredamento del conto corrente.

Comprare oggi, sentire la spesa domani

Il Buy Now, Pay Later ha completato infine l’opera: il dolore non scompare, ma viene spostato nel futuro e tagliato a fettine. Un lavoro di Marco Di Maggio, Emily Williams e Justin Katz trova che l’accesso al BNPL aumenta la spesa complessiva e la quota di spesa retail. È il terreno ideale per una vecchia debolezza, insomma: il presente pesa più del futuro. Il me di oggi porta a casa il pacco; il me di domani riceve le rate e se ne duole. I due, come spesso accade, non si consultano abbastanza pur condividendo un corpo da abitare.

Come tornare a vedere i soldi che spendiamo

Non serve tuttavia organizzare una resistenza armata in difesa delle banconote. La comodità digitale è reale e tornare al portamonete non ci renderebbe più saggi. Possiamo invece reintrodurre un po’ di attrito intelligente: notifiche immediate, budget visibili, una ricognizione periodica degli abbonamenti, magari una pausa prima del clic quando la spesa non è prevista. Non per soffrire di più, ma per vedere meglio. I soldi in fin dei conti non sono spariti. Siamo noi che, pagamento dopo pagamento, abbiamo smesso di sentire fisicamente quando escono dal portafoglio.

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​Laurea e PhD in Economia, si occupa di economia sperimentale, di qualità della vita e felicità. Collabora con diverse testate di divulgazione scientifica come lavoce.info, Gli Stati Generali, Infodatablog, Il Sole 24 Ore e ha una passione per la comunicazione scientifica in ambito economico. Responsabile scientifico del progetto AppyMeteo insieme ad Andrea Biancini, insegna economia sperimentale alla Scuola Enrico Mattei e collabora con diverse università. È​ iProf di Economia della felicità su Oilproject.​