Razzismo ambientale: il vero costo nascosto del nostro modello di sviluppo

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Razzismo ambientale: il vero costo nascosto del nostro modello di sviluppo

Zone di sacrificio, comunità vulnerabili, diritti negati: il lato oscuro di un sistema economico che continua a produrre inquinamento e disuguaglianze. Comprendere e combattere il razzismo ambientale è una sfida imprescindibile per il futuro del pianeta e della giustizia sociale.

Se dici razzismo, tutti capiscono. Ma c’è un tipo di razzismo meno noto ai più che va invece spiegato, conosciuto e anch’esso combattuto senza se e senza ma. Solo che farlo è più difficile perché non è politically correct. Infatti, è un razzismo strettamente connesso col modello di sviluppo iper-estrattivista tuttora dominante, nonostante i disastri conclamati di cui è causa, a cominciare dalla crisi climatica.

Cos’è il razzismo ambientale

Stiamo parlando del razzismo ambientale. A utilizzare per primo l’espressione fu oltre quarant’anni fa il reverendo Benjamin Chavis, leader del movimento per i diritti civili afroamericani, vicino in gioventù a Martin Luther King. Indica una forma di discriminazione che colpisce in modo sistematico le fasce più deboli e marginalizzate della società, solitamente comunità costituite da minoranze etniche, costrette a vivere o meglio a sopravvivere – dato che per motivi economici non hanno la possibilità di vivere altrove – in ambienti altamente inquinati, fortemente se non addirittura irrimediabilmente degradati, assai nocivi per la salute.

Dalle “zone di sacrificio” alla vita delle comunità vulnerabili

Il nome con cui sono più noti gli ambienti nei quali il razzismo ambientale si manifesta in modo più evidente è “zone di sacrificio”. L’espressione risale alla Guerra fredda, quando indicava le aree rese inabitabili dagli esperimenti nucleari che avevano prodotto livelli eccessivi e duraturi di radiazioni. Si tratta di zone contraddistinte da luoghi modificati, e inquinati, in modo permanente da insediamenti e processi industriali e dalla presenza di sostanze e rifiuti tossici, che verosimilmente non potranno più essere oggetto di recupero. Al contrario di quanto si potrebbe pensare in prima battuta, le zone di sacrificio non rappresentano un’esclusiva, per così dire, dei Paesi e delle aree più povere del mondo, dove in ogni caso sono di gran lunga più presenti. Ce ne sono anche nei Paesi ricchi e industrializzati. Anche in Italia.

Il caso Taranto: quando la giustizia riconosce l’ingiustizia

A certificarlo, per quanto riguarda il nostro Paese, è stata ad esempio nell’estate 2024 la sentenza della Corte di Giustizia europea sulla situazione degli stabilimenti dell’ex-Ilva di Taranto. Nel testo della sentenza si ricorda, infatti, come i ricorrenti abbiano fondato le loro accuse anche sul Rapporto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla questione degli obblighi relativi ai diritti umani a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile, pubblicato nel gennaio 2022. Rapporto che appunto inseriva Taranto fra le «zone di sacrificio», definite come zone «caratterizzate da livelli estremi di inquinamento e di contaminazione da sostanze tossiche nelle quali le popolazioni vulnerabili ed emarginate subiscono molto più delle altre le conseguenze dell’esposizione all’inquinamento e alle sostanze pericolose sulla salute, sui diritti umani e sull’ambiente».

Anche quello che viene comunemente considerato il Paese più avanzato e industrializzato del mondo, e ovviamente uno dei più ricchi, cioè gli Stati Uniti, non è affatto esente dalle zone di sacrificio. Fra le più note zone di sacrificio a stelle e strisce ci sono quelle abitate dalle comunità afroamericane, con redditi molto sotto la media, in Louisiana e Texas, vicino agli impianti protagonisti del boom della produzione ed esportazione del gas naturale liquefatto (GNL) estratto col fracking, la fratturazione idraulica già di per sé molto impattante sull’ambiente. Sono paesaggi popolati da tubature e serbatoi di impianti petrolchimici a perdita d’occhio, dove si paga un prezzo molto elevato in termini di malattie come il cancro. Ne ha parlato in questi anni persino il Financial Times, testata non propriamente famosa per sostenere le cause ambientali. Con riferimento alla “Cancer Alley” (il viale del cancro), la zona della Louisiana famigerata per l’altissima concentrazione di raffinerie, impianti chimici e di produzione di materie plastiche, sono stati gli esperti delle Nazioni Unite qualche anno fa a parlare esplicitamente di una forma di razzismo ambientale che doveva finire. Ma così non è stato.

Il campionario delle zone di sacrificio in giro per il mondo presentate nel citato rapporto Onu, che le bolla come casi di fallimenti di mercato catastrofici in cui le ragioni economiche sono state anteposte ai diritti umani, è comunque piuttosto nutrito: si va dall’Africa all’Asia e Pacifico, dall’Europa dell’Est all’America Latina e Caraibi, fino all’Europa Occidentale e al Nordamerica. Ci sono zone di sacrificio così gravemente compromesse che le autorità prevedono programmi per il trasferimento di intere comunità in altre aree. C’è anche una nuova categoria di zone di sacrificio che ha preso forma in questi ultimi anni: zone che diventano inabitabili a causa degli impatti della crisi climatica, in seguito ad esempio a siccità, innalzamento del livello dei mari, eventi meteorologici estremi sempre più frequenti e intensi.

Contrastare il razzismo ambientale è con ogni evidenza una battaglia di vastissima portata, di lungo periodo e senza alcun dubbio intersezionale. Perciò va combattuta con una pluralità di strumenti e strategie, e in molteplici contesti.

Innanzitutto, occorre informarsi e divulgare la conoscenza del fenomeno al più vasto pubblico possibile. Poi, fare pressione su Stati e governi affinché adempiano ai loro obblighi di garantire un ambiente “pulito, salubre e sostenibile”, che le Nazioni Unite nel 2022 hanno inserito fra i diritti umani universali, con politiche e norme adeguate: detossificando, dov’è ancora possibile, le zone di sacrificio, e prevenendo la possibilità che se ne originino di nuove, anche supportando gli organismi e le iniziative internazionali che operano in tal senso. Bisogna anche fare pressione sulle aziende le cui attività sono responsabili della creazione di zone di sacrificio, ad esempio attraverso campagne di sensibilizzazione e boicottaggio. È necessario sostenere le comunità afflitte dal fenomeno, organizzativamente, finanziariamente, legalmente e in ogni altro modo possibile, perché possano far sentire la propria voce, chiedere ed ottenere giustizia, essere inserite nei processi decisionali che riguardano l’insediamento nei luoghi in cui vivono di attività industriali e siti potenzialmente pericolosi dal punto di vista ambientale. Va ricordato al riguardo che nel 1979 a Houston, in Texas, si celebrò Bean v. Southerwestern Waste Management, considerata la prima causa per razzismo ambientale della storia: contestava la costruzione di una discarica municipale in una zona abitata prevalentemente da afroamericani, come già era accaduto per altre discariche in città.

Poi c’è la questione culturale, probabilmente la più importante e allo stesso tempo complessa: l’idea, cioè, che ci siano esseri umani di serie A e di serie B, dove gli ambienti, la salute, i diritti dei secondi sono sacrificabili per soddisfare gli interessi, i profitti, financo gli egoismi dei primi. Perché la vita dei secondi avrebbe un valore minore di quella dei primi: la quintessenza del razzismo.

Quante zone di sacrificio, quanto razzismo ambientale l’umanità dovrà ancora sopportare? Come si fa, ancora nel 2025, a parlare di modello di “sviluppo” quando tale modello continua a produrre danni acclarati di tale portata? Avanziamo allora sommessamente la proposta di cambiargli nome, perché come diceva quello le parole sono importanti. Potremmo cominciare a chiamarlo non modello di sviluppo ma di regresso, di distruzione. O più semplicemente, alla luce di quanto sopra, modello razzista di sacrificio. E da lì far partire la lotta per provare a cambiarlo.

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Giornalista, blogger, storytweeter. Laurea alla Bocconi. Da metà anni ’90 segue il dibattito sui temi di finanza sostenibile, csr, economia sociale. Blogga su mondosri.info. Homo twittante.​​​​