Razzismo ambientale: il vero costo nascosto del nostro modello di sviluppo
Se dici razzismo, tutti capiscono. Ma c’è un tipo di razzismo meno noto ai più che va invece spiegato, conosciuto e anch’esso combattuto senza se e senza ma. Solo che farlo
Dalle lotte abolizioniste dell’Ottocento al femminismo nero, fino alle politiche europee e alle sfide climatiche di oggi: una lunga genealogia di pensiero e azione che mette al centro le discriminazioni multiple e intrecciate, trasformandole in chiave di lettura del presente e strumento di cambiamento politico e sociale.
È una delle buzzword dei nostri tempi (neologismo che indica una parola “di tendenza” che domina conversazioni e pubblicazioni), al punto che la Treccani l’ha inserita fra i termini che fanno parte dell’“alfabeto del presente”. In realtà il concetto di intersezionalità è frutto di un dibattito che viene da lontano.
C’è chi lo fa risalire al discorso Ain’t I a Woman? (Non sono forse una donna?) pronunciato nel 1851 alla Women’s convention di Akron, in Ohio, da Sojourner Truth, pseudonimo di Isabella Baumfree, attivista nera statunitense nata schiava alla fine del XVIII secolo, che ottenne la libertà nel 1827 e divenne celebre per il suo impegno a favore dell’abolizionismo e dei diritti delle donne.
Negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso il dibattito riprese poi fortemente quota con il movimento femminista. Fra le figure di riferimento, tutte statunitensi, troviamo Angela Davis, uno dei simboli del movimento femminista (autrice di “Donne, razza e classe”, testo incluso ad esempio fra quelli d’esame del corso su Politiche dell’intersezionalità dell’Università di Bologna); la poetessa e scrittrice Audre Lorde (una raccolta dei suoi scritti più importanti è “Sister outsider”); la scrittrice e attivista bell hooks, pseudonimo – ispirato al nome della bisnonna materna e che voleva fosse scritto in minuscolo per spostare l’attenzione dall’autore ai contenuti – di Gloria Jean Watkins (fra i suoi numerosi libri uno dei più conosciuti è Feminist Theory: From Margin to Center).
Una tappa fondamentale è considerata anche l’uscita, nel 1977, del testo The Combahee River Collective Statement, elaborato da un collettivo di femministe gay nere di Boston, Combahee River Collective, che sottolineava la necessità di tenere insieme questione razziale, di classe e sessuale.
Bisogna però attendere la fine degli anni ‘80 per una formalizzazione del concetto di intersezionalità che arriva con Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, lungo articolo pubblicato nel 1989 sul magazine The University of Chicago Legal Forum, in cui il termine intersezionalità è stato utilizzato per la prima volta. L’autrice è Kimberle Crenshaw, giurista e attivista statunitense, che si può ascoltare in un TED talk sull’urgenza del’intersezionalità tenuto a San Francisco qualche anno fa.
Per spiegare l’intersezionalità, l’analogia a cui Crenshaw ricorre è quella dell’incrocio stradale. Come il traffico fluisce lungo tutte le direzioni che convergono nell’incrocio, così accade per la discriminazione. Nel momento in cui si verifica un incidente, esso può essere causato da auto che provenivano da una qualunque direzione, o anche da tutte insieme contemporaneamente. Allo stesso modo accade per chi è vittima di discriminazione, che può esserlo a causa di un fattore di discriminazione o di più fattori che agiscono simultaneamente.
Il concetto di intersezionalità fa dunque riferimento alle sovrapposizioni, o appunto intersezioni, fra varie possibili forme di discriminazione. Fra queste forme esiste infatti un intreccio simultaneo da cui non si può prescindere e che invece non viene colto quando si effettuano analisi o comunque si utilizza un approccio focalizzato su un’unica dimensione di discriminazione.
Alla base della prospettiva intersezionale c’è ovviamente il fatto che l’intersezionalità fa parte di noi. Sarebbe assurdo, infatti, ridurre una persona a una sua singola caratteristica, aspetto o elemento, poiché in ognuno di noi esistono e si intersecano continuamente, plasmandosi in relazione fra loro e con l’esterno, una molteplicità di identità sociali: afferiscono ad esempio al genere (potenzialmente oggetto di discriminazione attraverso il sessismo), all’età (ageismo), all’etnia (razzismo), alla classe sociale (classismo), all’orientamento sessuale (omofobia, transfobia), alla disabilità (abilismo), all’aspetto fisico (body shaming), alla nazionalità (xenofobia).
Grazie a un corpus sempre più robusto di ricerche e studi (fra cui quelli della sociologa tedesca Helma Lutz), negli anni l’approccio intersezionale ha guadagnato notorietà e consenso. Facendo maturare la consapevolezza che il riconoscimento delle varie categorie identitarie che definiscono ogni persona, e che possono essere oggetto di atteggiamenti e comportamenti discriminatori, è il primo passo per promuovere azioni, iniziative, strumenti, politiche capaci di incidere effettivamente. L’intersezionalità è riuscita così a far breccia all’interno dei processi decisionali politici, specie come quadro di riferimento concettuale e metodo di analisi.
Qualche esempio fra i tanti. L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (elabora il Gender equality index) ha sviluppato una definizione di intersezionalità che recita: «Strumento analitico per studiare, comprendere e rispondere ai modi in cui sesso e genere si intersecano con altre caratteristiche/identità personali e i modi in cui tali intersezioni contribuiscono a determinare esperienze di discriminazione specifiche». Sempre a livello europeo, l’intersezionalità ha ricevuto una sorta di investitura ufficiale quando è stata inclusa nella strategia Ue per la parità di genere 2020-2025, di cui è stata indicata fra i principi cardine. Il Parlamento Ue ha approvato nel 2022 una Relazione sulla discriminazione intersezionale nell’Unione europea con riferimento alla situazione socioeconomica delle donne di origine africana, mediorientale, latino-americana e asiatica. Belgio e Spagna, nelle rispettive legislazioni nazionali antidiscriminazione, includono disposizioni specifiche sulla discriminazione intersezionale. In Italia l’approccio intersezionale è stato adottato nella Strategia Nazionale LGBT+ 2022–2025 per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, dove si specifica come solo l’approccio intersezionale possa aprire la strada a cambiamenti sostenibili nella società. A livello internazionale, l’intersezionalità ha trovato spazio nelle Raccomandazioni generali legate alla Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), dove viene indicata come un concetto fondamentale per comprendere gli obblighi degli Stati aderenti.
Il successo dell’approccio intersezionale è dimostrato anche dal fatto che negli ultimi anni esso ha ampliato la sua influenza al di là delle questioni sociali, ad esempio ai temi ambientali e climatici in particolare. Sempre più spesso, infatti, i movimenti per il clima sottolineano la necessità di un approccio intersezionale alla crisi climatica, com’è emerso con forza anche alla Cop30 di Belém. Dove sono state tante le voci che hanno ribadito come la crisi climatica sia un potente fattore di accrescimento delle disuguaglianze, fra cui quelle di genere, per cui non si può dare un piano credibile di azione sul clima che non abbia al centro la questione di genere. Una riflessione sviluppata anche da Friederike Otto, studiosa di riferimento a livello mondiale nel campo della attribution science, nel suo recente libro “Ingiustizia climatica”. Dove spiega che soprattutto nei Paesi più poveri, con strutture patriarcali più rigide e con disuguaglianze fra donne e uomini più culturalmente radicate, sviluppare l’empowerment femminile è fondamentale per attenuare gli impatti della crisi climatica e rendere più efficaci le misure di adattamento. Le donne, infatti, sono spesso custodi di risorse e conoscenze tradizionali sviluppate in equilibrio con la natura: ad esempio, nelle comunità agricole, sono proprie le donne emancipate e con maggiore controllo sulla propria vita a gestire meglio la sicurezza alimentare e l’acqua, implementando pratiche che aumentano la resilienza dell’intera comunità.
È l’intersezionalità delle politiche e delle lotte che avanza, bellezza. Anzi, è già qui.