AI ed energia: quando gli algoritmi aiutano il Pianeta
Intelligenza artificiale e sostenibilità. Un tema che da anni anima un dibattito in cui gli algoritmi vengono da più parti additati come nemici dell’ambiente, a causa delle di
Quasi tutti i disastri contemporanei sono legati a comportamenti irrispettosi dell’ambiente in cui viviamo e causati da negligenza umana. In passato la conoscenza accumulata nei secoli veniva messa in campo per limitare i danni ma oggi sembra si sia dimenticato. Ecco perché bisogna esercitare la memoria collettiva, usare la scienza ma soprattutto vivere in armonia con il pianeta.
Di che cosa esattamente abbiamo paura, quando parliamo di catastrofi naturali? E, soprattutto, perché abbiamo paura quando non dovremmo e non ne abbiamo quando, invece, qualche motivo ce lo avremmo pure? Abbiamo paura senz’altro di morire, ma ci piace il racconto delle grandi morti del passato e preferiamo sempre il racconto della sconfitta di Waterloo a tutte le vittorie. Spesso abbiamo più paura di ciò che è meno mortifero, ad esempio ci sono molte più probabilità di morire per una ferita autoinflitta (1 su 115) che non per un incidente aereo (1 su 5862) e parecchie più probabilità di morire di caldo (1 su 6174) che non folgorati da un fulmine (1 su 81.710). Ma questi dati, come anche una possibile previsione di un disastro, non sembrano smorzare la paura. Mentre un disastro, anche se subìto, viene regolarmente rimosso dopo pochissimo tempo.
Ma i disastri non sono tutti uguali e le loro cause sono cambiate nel tempo. Quasi nessuno di quelli contemporanei è veramente naturale, eppure, invece di mantenere comportamenti adatti a prevenirli e affrontarli, noi uomini del Terzo Millennio ne abbiamo ancora una gran paura e ne sfuggiamo ragioni e spiegazioni. La paura degli eventi naturali, però, è, oggi, totalmente immotivata: basterebbe informarsi di più e meglio ed esercitare la memoria collettiva. Come si sapeva fare nelle società tradizionali e come abbiamo presto disimparato. In realtà, la paura degli eventi naturali è fuori luogo e la preparazione consapevole è l’unica cosa che ci può salvare la vita.
Perché allora è così difficile vincere quelle paure? Tutto nasce già dalle parole che abbiamo scelto per definire gli eventi naturali: disastro significa letteralmente “cattiva stella”, come a dire non determinabile dagli uomini, dunque sostanzialmente inevitabile. Ed è termine diverso da catastrofe, soprattutto perché è più circoscritto, anche geograficamente, e non porta al collasso totale del sistema colpito. Eppure, la storia dei sapiens è, in ultima analisi, storia di disastri, sia che si tratti delle conseguenze di eventi naturali che del fallimento di azioni umane (man made disaster). E oggi esiste una scienza dei disastri (disastrologia) che prende le mosse dalla tragedia navale di Halifax nel 1917, quando una nave francese carica di esplosivo e un cargo norvegese entrarono in collisione in quella che resta la più potente esplosione mai causata dagli uomini prima di quelle atomiche. I disastri fanno paura perché appaiono totalmente fuori dal nostro controllo, imprevedibili, fanno paura perché sprigionano grandi quantità di energia e perché generano conseguenze incerte e difficili da stimare. Il risultato è che oggi i danni sono più gravi che in passato.
Qualcuno pensa che il passato non rappresenti sempre una guida attendibile per via del ruolo giocato proprio dalle catastrofi e per i tempi di ritorno spesso così lunghi da non poter essere ricostruiti. Un evento prima di allora imprevedibile che va al di là delle norme (il cosiddetto evento cigno nero) è in grado di invalidare milioni di osservazioni e andare oltre le aspettative consuete rendendo inaffidabile il ruolo del passato e della storia. Questa affermazione, valida per la politica e per l’economia, non mi trova d’accordo per le catastrofi. Vale solo se la memoria è corta. E se quella degli uomini lo è, per natura o per scelta, quella della Terra, invece, è lunga e può essere letta ed esercitata. Almeno nella gran parte dei casi. E non potendo essere invulnerabili, possiamo almeno limitare i danni.
Il problema è che le catastrofi naturali, in realtà, non esistono, esistono gli eventi naturali che noi, e solo noi, trasformiamo in tragedie inspiegabili, spesso anche grazie all’amplificazione mediatica che usa un linguaggio iperbolico e non appropriato che genera solo confusione. Aggiungiamo che siamo mediamente ignoranti in campo scientifico e che la scienza spesso sparge dubbi, invece che certezze, ed ecco che ricadiamo nel fatalismo, nella religione e nel mondo magico. Però se si muore per un sisma non è colpa degli dei, ma solo dei costruttori. E se la casa viene allagata dal fiume, nel posto sbagliato si trova la casa, non il fiume.
Il linguaggio è cambiato nel tempo e ha rispecchiato l’evoluzione del concetto stesso di catastrofe, da punizione divina a stravolgimento sociale, da evento fatale a fenomeno comprensibile razionalmente e con il quale sarebbe possibile convivere. E le parole delle catastrofi sono entrate nel linguaggio quotidiano molto spesso in maniera impropria, con espressioni che sono state poi incorporate, da tsunami a bomba d’acqua. Quasi sempre a sottolinearne la paura atavica degli uomini. L’analisi del linguaggio, attraverso alcuni esempi soprattutto italiani, contribuisce a spiegare quanto e come gli eventi naturali, usciti dalla porta, sono ormai clamorosamente rientrati dalla finestra. E continuano a farci paura. Soprattutto perché non vengono consapevolmente incorporati a livello culturale.
Pensiamo ai tanti sciami sismici che hanno interessato nel recente passato la nostra penisola: quello del Friuli (1976) si protrasse per oltre quattro mesi, quello dell’Irpinia (1980) si risentì per sei mesi, quello dell’Umbria e delle Marche del 1997 durò un anno, mentre quello de L’Aquila più di 18 mesi e coì pure quello dell’ultimo sisma in Italia centrale. Il terremoto senza fine (come è stato chiamato in tutte queste occasioni) insinua una paura profonda nelle popolazioni, direttamente proporzionale alla durata delle scosse e alla magnitudo liberata. Solo in Italia, però, visto che un terremoto di magnitudo 7,5 Richter da noi potrebbe provocare circa 20.000 morti, mentre in Giappone appena alcune centinaia. Forse proprio per questa ragione.
Possiamo ragionevolmente salvarci dalle paure immotivate semplicemente attraverso la conoscenza scientifica di base, l’esercizio della memoria e assumendo comportamenti armonici con il pianeta per evitare le conseguenze catastrofiche degli eventi naturali. Così potremo rivolgere magari le nostre attenzioni ai veri problemi che il terzo millennio mette di fronte ai sapiens e che, anzi, sono in larghissima parte determinate esclusivamente da noi umani e dalla nostra particolarità, unica rispetto agli altri viventi, quella di vivere per accumulare. Le catastrofi vere oggi si chiamano cambiamento climatico, esaurimento delle risorse, consumo del territorio, rifiuti, inquinamenti e impoverimento della vita. Ma di queste, curiosamente, non abbiamo alcun timore. Eppure, sono gravi, imminenti e, soprattutto, potrebbero essere evitate semplicemente da nostri comportamenti differenti. E magari la ragione è proprio questa.