Clima: cosa dobbiamo fare nel 2024

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Clima: cosa dobbiamo fare nel 2024

Due cose sono prioritarie: essere in buona salute e diventare più ricchi. Non è una provocazione ma una scelta di razionalità. Ecco perché.

Nel mio ultimo intervento spero di aver chiarito un punto: siamo sull’orlo del collasso climatico, con conseguenze “cataclismiche” – l’aggettivo è del Forum di Davos, non di Greta – imminenti; dobbiamo correggere la rotta subito. Ma se ci aspettiamo che la soluzione ci venga dall’alto, magari dalla CoP e da tutti i governi e organismi che vi si radunano, possiamo già scriverci l’epitaffio.

I negoziati climatici – le CoP per intenderci – rimangono utilissimi, insostituibili. Ma da soli non fanno progredire il cambiamento alla velocità necessaria. Deve scendere in campo – non può più aspettare se ci tiene alla vita, perché di questo si tratta – il vero decisore finale dell’economia, ovvero i consumatori come io e te. Non ci sono più scuse: fino a poco tempo fa il cambiamento climatico era accertato e misurato dalla scienza, ma non toccava le nostre vite; dopo il 2023 delle alluvioni alternate a siccità catastrofiche, dei raccolti persi, delle foreste in fiamme, dappertutto, abbiamo un piccolo antipasto di quello che ci aspetta.

I governi e l’ONU possono fare poco: trattati, leggi, tasse, incentivi che sono solo pezzi di carta se non stimolano il cambiamento dell’economia. Sta accadendo – anche grazie alle CoP – ma troppo lentamente. Completiamolo noi questo cambiamento. Non siamo impotenti, non siamo gocce nell’oceano, siamo quelli che decidono cosa si produce e come si produce. E se noi diciamo no, non c’è finanza o marketing che tenga.

Cosa dobbiamo fare? Solo due cose che mi propongo di spiegare nel dettaglio, una per una, durante il 2024.

Dobbiamo:

  • essere in buona salute: tutte le scelte che proteggono la salute (alimentazione, moto e trasporti, cosmesi e igiene, ecc.) sono sostenibili; al contrario, tutte quelle che ci ingannano e avvelenano distruggono anche la natura che ci dà la vita.
  • diventare ricchi: sostenibilità significa efficienza, fare di più con meno e quindi spendendo meno, col risultato che ci rimangono più soldi. Non bisogna temere così di affossare l’economia e il PIL, o di creare disoccupazione: una solida casa di pietra con pareti spesse – invece di un loculo prefabbricato – la facciamo per generazioni, ne facciamo una invece di tre; lo stesso vale per un maglione di cashmere, uno invece di 15 magliette usate una volta sola; ma non creano disoccupazione, perché richiedono lavoro qualificato, dignitoso e ben retribuito, mentre i prefabbricati, la fast fashion, e tutto il resto, si fanno coi robot o robotizzando una manodopera sfruttata. Così si redistribuisce il reddito e si fa ripartire un’economia che cresce chiedendo asili nido e teatri invece di tonnellate di ciarpame che ci intasa la vita e, fra l’altro, distrugge la nostra salute.

Stiamo distruggendo il nostro futuro perché non vogliamo essere più ricchi, salutari, felici e longevi. Siamo davvero la specie razionale? Se diventiamo liberi – liberati dalla schiavitù di apparenze inutili e intossicazioni superflue, questo ci chiede Madre Terra – possiamo salvarla. Spiegherò tutto, passo per passo, gesto per gesto, come funziona, ostinatamente nei miei post del 2024. Se ci stai anche tu, forse ci salviamo la pelle.

È​ Vice Segretario Generale per l’Energia e l’Azione Climatica dell’Unione del Mediterraneo. È​ un diplomatico italiano ed è stato coordinatore per l'eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo. È stato delegato alle Nazioni Unite, console in Brasile, consigliere politico a Parigi e, alla Farnesina, responsabile dei rapporti con la stampa straniera e direttore del sito internet del Ministero degli Esteri. Da una ventina d'anni concentra la sua attenzione sui cambiamenti climatici. Nel 2009 la Ottawa University in Canada gli ha affidato il primo insegnamento attivato da un'università sulla questione ambiente, risorse, conflitti e risoluzione dei conflitti. Collabora da tempo con il Climate Reality Project, fondato dal premio Nobel per la pace Al Gore.