Una nuova mentalità che anticipa il cambiamento
C’è un dato che emerge prepotentemente in GenerationShip 2026, lo studio realizzato da Gruppo Unipol in collaborazione con Kkienn Connecting People and Companies. Molte dell
Tra il 2022 e il 2026 l'occupazione in Italia è cresciuta, ma quasi esclusivamente per gli adulti. Per i giovani lavorare non garantisce più la possibilità di costruire una vita autonoma, trasformando il lavoro in un mezzo insufficiente per l'emancipazione. Dalla “famiglia lunga” alla “famiglia permanente”. I dati dell’Osservatorio GenerationShip 2026.
Quando GenerationShip è nata, nel 2022, l’Italia aveva davanti un’occasione probabilmente irripetibile. Il Paese usciva dalla pandemia e si preparava a utilizzare le ingenti risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il PNRR non si proponeva soltanto di rilanciare l’economia. Indicava esplicitamente tre priorità trasversali: giovani, parità di genere e riduzione dei divari territoriali, con particolare attenzione al Mezzogiorno. L’occasione per far fare un grande passo in avanti al Paese.
La prima edizione di GenerationShip partiva proprio da qui. La ricerca raccontava una generazione cresciuta durante un lungo periodo di stagnazione del Paese, penalizzata nell’accesso al lavoro, nelle retribuzioni e nelle possibilità di costruirsi una vita indipendente, e, tuttavia, sorprendentemente fiduciosa nel proprio futuro. L’Italia poteva andare male, ma molti giovani continuavano a pensare di potercela fare.
La domanda che ponemmo allora era semplice: l’enorme investimento che l’Italia stava per realizzare sarebbe riuscito finalmente a diventare anche un investimento sulla nuova generazione? Avevamo anche indicato una ricetta: coinvolgere i giovani nel PNRR. Quattro anni dopo possiamo provare a fare un bilancio. E la risposta non è quella che speravamo: la svolta generazionale non c’è stata. Tra il 2022 e il 2026 l’Italia ha conosciuto una significativa crescita dell’occupazione. Ma quella crescita ha riguardato quasi esclusivamente le generazioni adulte.

Nel 2022 gli occupati tra 15 e 34 anni erano 5,229 milioni. Nei primi quattro mesi del 2026 sono 5,279 milioni: 50 mila in più in quattro anni, meno dell’1%. Nello stesso periodo gli occupati tra 35 e 64 anni sono aumentati di circa 840 mila unità. Anche il tasso di occupazione giovanile conferma la sostanziale immobilità: era circa il 43,7% nel 2022 ed è il 43,9% nel 2025.
Il PNRR aveva indicato le nuove generazioni come una delle grandi priorità trasversali del rilancio italiano. Cinque anni dopo è difficile individuare quella discontinuità strutturale che ci si sarebbe potuti attendere.
Il Paese ha continuato soprattutto a “reagire”. Alla pandemia sono seguite la crisi energetica e l’inflazione, le guerre in Ucraina e in Medio-Oriente, l’aumento dei tassi da parte del governo Trump, la crisi energetica conseguente al blocco dello stretto di Hormuz, le difficoltà dell’economia, nuove crisi.
Emergenza dopo emergenza, l’Italia ha cercato di restare a galla. Non di cambiare. E la questione giovanile è rimasta in larga misura irrisolta.
LA NASCITA DELLA FAMIGLIA “PERMANENTE”
Le famiglie italiane hanno sempre aiutato i figli. Hanno pagato gli studi, contribuito all’acquisto della casa, trasferito patrimonio. Sarebbe quindi sbagliato costruire il mito di un passato nel quale ciascuno diventava autonomo esclusivamente con le proprie forze.
Ma qualcosa sembra essere cambiato nella funzione dell’aiuto familiare. Tradizionalmente la famiglia poteva intervenire soprattutto per accelerare l’indipendenza: finanziare gli studi, aiutare ad acquistare la prima casa, sostenere le spese per il matrimonio e l’arredo della casa. Oggi, per una parte dei giovani, il sostegno sembra accompagnare una porzione molto più lunga del percorso.
Comincia durante la formazione. Una famiglia con risorse può permettere a un figlio di studiare più a lungo, frequentare un’università lontana da casa o all’estero, completare un master, rinviare l’ingresso nel mercato del lavoro per acquisire competenze migliori.
Continua dopo gli studi. Può consentire di cercare più a lungo il lavoro desiderato invece di accettare immediatamente quello disponibile, finanziare un trasferimento in un’altra città, sostenere un periodo di tirocinio o un lavoro inizialmente poco remunerato.
E può proseguire quando il lavoro è arrivato. Affitto, automobile, anticipo per una casa, spese legate alla nascita di un bambino. La famiglia non interviene più soltanto per aiutare a diventare indipendenti. Per alcuni deve continuare a intervenire perché l’indipendenza economica non è stata ancora raggiunta. Dalla “famiglia lunga” alla “famiglia permanente”.
Ed è qui che emerge forse la conseguenza socialmente più grave. Se il lavoro produce meno indipendenza, l’origine familiare torna a pesare di più sul futuro.
Due giovani con la stessa formazione, le stesse capacità e persino lo stesso stipendio possono disporre di possibilità radicalmente diverse se uno può contare su genitori in grado di finanziarne gli studi, sostenerlo durante la ricerca del lavoro, aiutarlo a trasferirsi o contribuire all’acquisto di una casa e l’altro no.
La famiglia torna così a essere una grande infrastruttura privata di welfare. Ma un welfare familiare ha una caratteristica inevitabile: distribuisce opportunità sulla base delle risorse della famiglia nella quale si è nati.
E questo porta la questione giovanile direttamente dentro il principio dell’uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione: non basta che ciascuno sia formalmente libero di costruire la vita che desidera se gli ostacoli economici e sociali rendono profondamente diseguale la possibilità concreta di farlo. È proprio da questa contraddizione che bisogna partire per capire GenerationShip 2026.
Perché mentre sul piano economico la conquista dell’indipendenza diventa più difficile, sul piano culturale sta accadendo quasi l’opposto.