Rappresentare la disabilità: parole e immagini contano
Il modo in cui i media scelgono di rappresentare la disabilità è uno dei pilastri su cui si poggia la costruzione di una società davvero inclusiva. Cinema, televisione, informaz
Dai Reel ai Meme, passando per TikTok, Substack e YouTube: l’informazione tradizionale perde centralità. Tra nuove opportunità, modelli di business indipendenti e rischi di disinformazione, cambia il rapporto tra notizie, fiducia e community.
Solo il 2,9% dei giovani italiani tra i 14 e i 29 anni si informa leggendo un quotidiano cartaceo. E la percentuale, al 6,8%, non decolla neppure nel segmento più maturo 45-64 anni, dove anche i quotidiani nella versione on line piacciono poco: 11%. Il tema è che sono cambiate le fonti alle quali le persone attingono per informarsi: per i giovani sono Instagram (30%), i telegiornali (26,1%), i motori di ricerca (quindi Google) al 24,4%, TikTok al 24%, Facebook al 22,3% e YouTube al 21,4%. Per la fascia 45-64 anni i telegiornali (44,5%), Facebook (36,5%) e quindi i motori di ricerca (25,5%). Come certificano i dati dell’ultimo rapporto Censis sui media, perciò, è mutato radicalmente l’ambiente, il concetto di giornale, di redazione, la figura di chi identifica le notizie e le piattaforme attraverso cui le veicola.
E quando poi si scopre che il 22,6% degli italiani che usano almeno un social (il dato sale al 31,1% tra gli under 30) si è imbattuto in un Meme che gli ha fatto scoprire una notizia su temi di attualità, società, politica o cultura, e che, addirittura, sette italiani su 10 includono i Reel nell’universo dell’informazione, ecco che i paradigmi di discussione cambiano totalmente, con la nascita e l’affermazione dei cosiddetti news creator, ovvero figure indipendenti che producono informazioni su social e piattaforme video, distinguendosi dai media tradizionali per un approccio basato su narrazione visiva, autenticità e rapporto diretto con la community.
Il Reuters Institute identifica diverse macro-categorie di news creator, tra cui il commentary (talk show online), news & investigation (inchieste sul campo), explanation (spiegazione dell’attualità con storytelling visivo), infotainment (ibridi tra cultura pop e notizia) e specialism (canali tematici su tecnologia, sport e finanza), in un processo di convergenza tra giornalismo e creator: nel senso che sempre più giornalisti adottano uno stile da creator, unendo la verifica delle fonti a una mentalità imprenditoriale, mentre i creator puri assumono ruoli di informazione, con l’utilizzo, come già visto, di talk, video, Meme e Reel su TikTok, Instagram e YouTube.
E che si tratti di una vera rivoluzione lo mostrano proprio i dati del report di Reuters Institute: in America Latina, Sud-Est asiatico e Africa, in particolare Brasile, Messico, Indonesia, Filippine, Thailandia, Kenya, Nigeria e Sudafrica, gli utenti ormai prestano più attenzione ai creator che ai brand giornalistici tradizionali quando consumano news sui social.
Guardando però all’Italia, una delle piattaforme più utilizzate dai giornalisti per provare a monetizzare il loro lavoro da imprenditori è Substack. La newsletter Vale tutto di Selvaggia Lucarelli su Substack con oltre 220 mila iscritti tra fee e pay su Substack, guida la classifica mondiale per abbonati a pagamento e valore economico nella sezione cultura della piattaforma (1,8 milioni di euro incassati nel 2025). A fine maggio Substack ha invitato a New York i suoi principali creator mondiali per un meeting. E, per l’Italia, l’invito (anche se non sono riusciti ad andare, per questioni di visti) è arrivato a Lucarelli e al suo compagno Lorenzo Biagiarelli, amministratore delegato della loro società. «Il pregio di questa nuova forma di giornalismo – racconta Lucarelli a Changes – è certamente la multimedialità: puoi fare articoli, podcast, video, chat, tra poco arriverà anche la traduzione automatica degli articoli, consentendo quindi di avere come proprio mercato di riferimento non solo l’Italia, ma tutto il mondo. Si può essere editori di sé stessi, liberi, finanziati dai propri lettori».
Ovviamente la rivoluzione in atto porta con sé anche alcuni pericoli: «Uno, comune a tutti i social, è che si corre il rischio di entrare nella macchina performativa del più produco più guadagno. E solitamente – aggiunge Lucarelli – è qualcosa che a lungo termine non funziona, né come strategia per la newsletter, né per la propria salute mentale».
Una seconda questione, alla quale spesso non si pensa, è legata alle possibili problematiche legali quando si è editori di sé stessi. Querele, cause che, quando si è dipendenti di una casa editrice, vengono risolte dall’editore, che offre una copertura legale al giornalista. E allora il rischio, da editori di sé stessi, è di dispiegare un tipo di giornalismo prudente, meno investigativo, che non cerca rogne ed evita i problemi. «Devo dire che Substack, comprendendo questa criticità, ha messo a punto Substack Defender, ovvero un programma di supporto legale per assicurare la libertà di stampa e di parola. Ed è bello – commenta Selvaggia Lucarelli – che Substack si stia muovendo per risolvere questa criticità. Come editore di me stessa per oltre 20 anni, mi sono comunque sempre pagata gli avvocati per tutta la mia produzione sui social. E questo impegno, economico e di energie psico-fisiche, è l’unica cosa che in qualche raro momento mi ha fatto pensare di mollare. Non le shit-storm, che si esauriscono in pochi giorni, ma il peso delle energie consumate quando poi con gli avvocati devi fare memorie difensive, cercare documenti, tanto più che nel 99% dei casi queste cose si risolvono nel nulla. Un nulla che però magari ti è costato 10 mila euro e un anno di tensioni. Un anno, ovviamente, quando ti va bene e poi archiviano. Perché invece quando iniziano i processi…in cui magari vinci, ma la vittoria ti costa 15 mila euro».
Pure Stefano Feltri, ex direttore del Domani e vicedirettore del Fatto quotidiano, è tra i protagonisti di questa svolta, con la sua newsletter Appunti, tra le più apprezzate su Substack. «C’è molto bisogno di informazione indipendente. Nei media tradizionali la scarsa indipendenza è conseguenza del modello di business: i fondi pubblici ti rendono dipendente dal governo, poiché i giornali oggi non rendono molto, quasi sempre sono in perdita, e di solito chi ci investe si accolla le perdite perché ha qualche obiettivo non imprenditoriale (visibilità, lobbying, accesso alla politica, e così via)», sottolinea Feltri. «Anche le nuove forme di informazione social hanno dipendenze vincolanti, pur se meno percepibili: sono dipendenti dai marchi con cui collaborano, dalle community che vogliono sempre essere rassicurate e mai turbate».
C’è poi una questione di fiducia, e il rapporto di fiducia tra lettore e produttore di informazione è ormai personale. Il lettore si fida del singolo giornalista, non della testata. O meglio, può fidarsi di una testata perché lì lavora un giornalista di cui si fida. «Qui in Italia siamo indietro, ma negli Stati Uniti molti giornalisti importanti hanno lasciato le loro testate con milioni di lettori per spostarsi su Substack, dove hanno numeri più bassi: qualche decina o centinaia di migliaia di iscritti, ma molto più motivati dei passivi fruitori di media tradizionali. In passato – prosegue Feltri – è stato commesso l’errore di scommettere sull’informazione gratuita, a inizio degli anni Duemila: è stato un disastro, con gattini e gossip che hanno eroso lo spazio per le notizie e le analisi. E invece bisogna avere fiducia nel mercato: se ci sono molte persone disposte a sostenere la mia newsletter Appunti, allora anche per me sarà più sensato e interessante investirci energie. Se invece Appunti piace gratis così, senza impegno, allora sarà giusto che rimanga una parte residuale del mio nuovo percorso professionale».
Di certo, quando i creator diventano anche news creator ci si ritrova di fronte a figure che devono legare a una mentalità imprenditoriale anche un profondo senso di responsabilità: creare contenuti, come ben sanno i creator (mentre i giornalisti lo sanno meno) non è improvvisazione, richiede pianificazione (spesso con mesi di anticipo), ideazione, riprese, editing e gestione della community. Chi sono i news creator più rilevanti in Italia? Nell’indagine realizzata da CeRTA (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi dell’Università Cattolica di Milano) in collaborazione con RAI, per i giovani fino ai 30 anni la fonte più autorevole quando si tratta di news è Geopop, ovvero il brand digitale di divulgazione scientifica fondato dal geologo Andrea Moccia, e che conta 15 milioni di follower sulle varie piattaforme digitali. Seguono poi i canali all news di Mediaset (Tgcom), RAI e Sky, ma al quinto posto ecco La fisica che ci piace, iniziativa digitale creata dal professore di fisica Vincenzo Schettini.
Nella Top20 appaiono poi tantissime nuove testate nate negli ultimi 15 anni: dal network di testate locali digitali di Milano Today, Roma Today, ecc, passando per Breaking Italy (uno show online in cui Alessandro Masala, detto Shy, presenta e commenta le notizie più interessanti), Fanpage (la testata digitale diretta da Francesco Cancellato), Will Media (l’account social di news controllato, insieme con Chora Media, dal gruppo Be water di Guido Maria Brera), Il Post (fondato da Luca Sofri), Factanza (media company fondata da Bianca Arrighini e Livia Viganò) e Webboh (community nata per la Gen Z e acquisita dal gruppo Mondadori a fine 2022).
Tanti brand dove sparisce la funzione primaria del giornalista, e prevale, diciamo così, il news creator, ovvero un professionista con capacità di commento e di ripresentazione in maniera più gradevole e fruibile di notizie trovate magari dai vecchi giornali “analogici”.
Ma, maneggiando le news, serve maggiore responsabilità, poiché i news creator influenzano il dibattito pubblico e la percezione dei brand, talvolta mescolando opinione e informazione e sollevando, quindi, dibattiti sulla necessità di trasparenza. Per questo è necessaria una puntuale regolamentazione. L’Unione europea sta introducendo regole più severe (come il Digital Fairness Act, che la Commissione europea dovrebbe rendere pubblico verso la fine del 2026) per contrastare la disinformazione e includere questi nuovi attori nel sempre più vasto universo dell’informazione.