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Un’ampia revisione scientifica riaccende il dibattito sull’acqua confezionata tra rischi potenziali per la salute e un impatto ambientale sempre più evidente. Un’occasione per ripensare consumo, scelte quotidiane e fiducia nell’acqua del rubinetto.
Per milioni di italiani scegliere l’acqua in bottiglia non è una semplice abitudine, ma un atto consapevole: una ricerca di gusto, leggerezza, praticità fuori casa e la percezione di affidarsi a un prodotto più puro e controllato. Eppure questo gesto, profondamente radicato nella cultura italiana, oggi viene rimesso in discussione da due fronti sempre più difficili da ignorare: l’impatto ambientale della plastica e un crescente corpo di dati scientifici su ciò che beviamo davvero.
Una revisione di oltre 140 studi condotta dai ricercatori della Concordia University di Montreal e pubblicata sul Journal of Hazardous Materials stima che chi consuma regolarmente acqua in bottiglia possa ingerire fino a 90.000 particelle di microplastica in più all’anno rispetto a chi sceglie l’acqua di rete. Una cifra da interpretare con cautela ma che impone una riflessione, considerando che, anche senza l’acqua confezionata, ciascuno di noi ingerirebbe comunque tra 39.000 e 52.000 particelle ogni anno. Il tema è esploso anche nel dibattito pubblico, complice la viralità di un video del prof. Matteo Bassetti, che ha alimentato discussioni e critiche.
L’Italia continua a detenere, anno dopo anno, i vertici mondiali e il primato europeo nel consumo di acqua minerale in bottiglia. Un risultato tanto sorprendente quanto paradossale se confrontato con la qualità dell’acqua che scorre nelle nostre case. Secondo le certificazioni europee, oltre il 99% dell’acqua di rete italiana rispetta rigorosi parametri di legge, rendendola tra le più sicure e controllate del continente. Eppure, la fiducia dei cittadini sembra ancora orientarsi verso la plastica, alimentata da percezioni consolidate più che da reali evidenze scientifiche.
I contaminanti al centro del dibattito sono le microplastiche e le ancora più insidiose nanoplastiche, frammenti invisibili che possono originarsi direttamente dal contenitore in PET. Una bottiglia, infatti, può rilasciare particelle in varie condizioni:
Questi fenomeni rilasciano frammenti di plastica che finiscono direttamente nell’acqua che beviamo.
La ricerca si concentra sempre più sulle potenziali implicazioni delle nanoplastiche, particelle così piccole da poter:
I possibili effetti allo studio includono:
Nonostante le evidenze emergenti, istituzioni come l’EFSA invitano alla cautela. La scienza è ancora in evoluzione e molti studi presentano criticità:
La presenza delle particelle non è messa in dubbio, ma occorrono standard condivisi per valutarne davvero quantità ed effetti sulla salute.
Oltre alla salute, c’è un costo ambientale enorme. Il ciclo di vita di una bottiglia di plastica comporta:
Una volta rilasciate, le plastiche si frammentano in micro e nanoplastiche che rientrano nel ciclo dell’acqua e nella catena alimentare. È un sistema circolare, ma nel senso sbagliato.
In quasi tutta Italia — salvo diverse indicazioni locali — l’acqua del rubinetto è sicura, controllata e sostenibile. Riscoprirla può essere una piccola rivoluzione quotidiana, alla portata di molti.
Alcuni suggerimenti pratici:
La somma dei dati scientifici, delle analisi sul ciclo di vita dei materiali e delle considerazioni ambientali ci invita a guardare con occhi nuovi un’abitudine consolidata. Scegliere cosa bere non è più solo una questione di gusto o praticità: è un atto di consapevolezza che può avere un impatto sulla nostra salute e sul pianeta. Ripartire dall’acqua di rete significa fidarsi delle evidenze, ridurre rifiuti e scegliere un modello di consumo più semplice, economico e sostenibile. Una rivoluzione silenziosa, già possibile oggi.