La guerra dei principi attivi

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Quando la salute dipende da catene globali fragili: il controllo dei principi attivi farmaceutici e la nuova vulnerabilità dell’Occidente. Perché i nostri farmaci sono diventati un’arma geopolitica.

Come reagiremmo se il prezzo della pastiglia per la pressione decuplicasse? Se il farmaco per il colesterolo diventasse improvvisamente introvabile? O se, da un giorno all’altro, lo Stato non fosse più in grado di garantire alcuni medicinali salvavita? Non si tratta di uno scenario remoto. È una possibilità concreta, legata a un fattore spesso invisibile ma decisivo negli equilibri globali: il controllo dei principi attivi farmaceutici.

Farmaci preziosi e dipendenza invisibile

Nel film The Bourne Legacy, spin-off della saga tratta dai romanzi di Robert Ludlum, il protagonista Aaron Cross rimane improvvisamente senza le medicine che lo tengono in vita e ne potenziano le capacità fisiche e cognitive.
Convinto di poterle recuperare negli Stati Uniti, scopre invece che i principi attivi da cui dipendono quelle pastiglie sono prodotti in Asia, nelle Filippine. Un espediente narrativo che riflette una realtà ben più concreta: oggi non è solo un individuo a rischiare di restare senza farmaci, ma interi Paesi.

La dipendenza estera dai principi attivi

Da anni molte aziende farmaceutiche occidentali hanno trasferito la produzione in Asia, spinte dalla riduzione dei costi. Nel tempo, però, alcuni Paesi hanno accumulato capacità produttive strategiche, mentre altri le hanno progressivamente perse. La Cina, ormai riconosciuta come fabbrica del mondo, è diventata anche la fabbrica dei farmaci, esercitando un controllo decisivo su componenti essenziali per l’industria della salute, tra cui:

  • vitamine;
  • antibiotici;
  • anticoagulanti come l’eparina;
  • amminoacidi;
  • principi attivi per farmaci di largo consumo come l’ibuprofene.

La dipendenza europea è particolarmente elevata: il 49% dei principi attivi, il 60% degli intermedi e l’85% delle materie prime regolamentate provengono dall’estero (Osservatorio Egualia–Nomisma 2025). Nemmeno gli Stati Uniti, primo mercato farmaceutico mondiale, sono immuni da questo rischio.

Quando la produzione diventa “weaponization”

Il punto non è il comportamento delle imprese, né una normale competizione economica. Il nodo è geopolitico. Nel 2024 la Cina è risultata il primo Paese al mondo per produzione di nuovi principi attivi. Un dato che non segnala solo una leadership industriale, ma la capacità futura di esercitare pressione politica sui Paesi clienti, anche su farmaci che oggi non esistono ancora.
È qui che entra in gioco il concetto di weaponization: tutto può diventare un’arma se chi lo controlla può decidere quando, come e a chi fornirlo. Nel settore farmaceutico questo significa poter creare scarsità, interruzioni improvvise e dipendenza strutturale.

Le due condizioni della dipendenza strategica

Non tutto è “weaponizzabile”. Perché una risorsa diventi uno strumento di pressione devono verificarsi due condizioni. La prima riguarda la natura del bene: deve essere indispensabile e difficilmente sostituibile. Non è un problema geopolitico importare infissi o beni di consumo; lo diventa invece dipendere dall’estero per componenti critici di sanità, tecnologia o difesa. La seconda riguarda chi esercita il controllo. Se fino a ieri ci si sentiva al sicuro rifornendosi da Paesi amici, oggi anche alleanze consolidate possono cambiare orientamento, trasformando la cooperazione in leva di pressione.

Soluzioni necessarie, ma costose

Nessun Paese può dirsi immune da questa nuova forma di vulnerabilità. L’esperienza del Covid-19 ha mostrato quanto sia rischioso dipendere da catene di fornitura lunghe e concentrate. La risposta passa dalla ricerca di una autonomia strategica, che non significa isolamento, ma capacità di garantire continuità. Un Paese non può permettersi di fermarsi. Le azioni in campo sono complesse e parallele:

  • individuare i settori critici;
  • rafforzare la produzione domestica;
  • diversificare le catene di fornitura;
  • costruire nuove alleanze industriali e politiche.

Tutto questo comporta però sacrifici rilevanti: costi di produzione più alti, investimenti ingenti, prezzi maggiori e un coordinamento nazionale difficile, soprattutto per economie frammentate come quella italiana. La guerra dei principi attivi non fa rumore come un conflitto armato. Eppure, si combatte ogni giorno, silenziosamente, sulla nostra salute.

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​Antonio Belloni è nato nel 1979. È Coordinatore del Centro Studi Imprese Territorio, consulente senior di direzione per Confartigianato Artser, e collabora con la casa editrice di saggistica Ayros. Scrive d'impresa e management su testate online e cartacee, ed ha pubblicato Esportare l'Italia. Virtù o necessità? (2012, Guerini Editori), Food Economy, l'Italia e le strade infinite del cibo tra società e consumi (2014, Marsilio) e Uberization, il potere globale della disintermediazione (2017, Egea).