I robot amici al servizio dell’uomo

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I robot amici al servizio dell’uomo

Il futuro a tinte fosche che vede l’essere umano contrapposto alle macchine, è smentito da tutta una serie di invenzioni che promettono di rendere la nostra esistenza più semplice e sicura grazie all’intelligenza artificiale.

Quello che un tempo era considerato una sorta di dogma, dalla monolitica inoppugnabilità, oggi inizia a essere messo in discussione dai fatti: lo sviluppo tecnologico non consentirà all’essere umano di progredire e di migliorare le proprie vite per sempre, anzi. Lo stiamo vedendo con il surriscaldamento terrestre provocato dall’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera che ci impone un ripensamento del concetto di “crescita”, ma non solo.

Non mancano eminenti teorici e scienziati che iniziano a lanciare allarmi sul pericolo rappresentato da altri tipo di progresso, in particolare quello legato alla tecnologia robotica e all’intelligenza artificiale. Era il 2016 quando l’astrofisico britannico Stephen Hawking delineò un quadro molto preoccupante del futuro che ci attende dicendo che «quando le macchine supereranno la fase critica e cominceranno a essere capaci di evolversi da sole, non potremo prevedere se i loro obiettivi saranno uguali ai nostri», e ventilando quindi l’ipotesi inquietante di un potenziale scontro fra esseri umani e robot. Di certo non ha contribuito a delineare uno spaccato rassicurante del futuro della robotica l’esperimento del Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, dove è stata realizzata la prima intelligenza artificiale psicopatica, “Norman” (dal nome del protagonista del film di Alfred Hitchcock “Psycho”). Per non parlare del timore che i robot cancellino milioni di posti di lavoro condannando l’umanità a una disoccupazione senza sbocchi.

Le protesi del futuro

Un quadro fosco che, però, rischia di far passare in sordina quanto l’intelligenza artificiale sia diventata utile e tutt’altro che nociva per l’uomo. A dicembre del 2018, solo per fare un esempio, una donna svedese ha subito il primo trapianto permanente per il controllo di una mano robotica. Un’operazione avveniristica che parla molto italiano e che fa parte del progetto DeTOP, acronimo di Dexterous Transradial Osseointegrated Prosthesis with neural control and sensory feedback coordinato da una delle eccellenze mondiali nel campo dell’IA, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

«Questo progetto che coinvolge 11 partner internazionali, finanziato nel 2015 dalla Commissione europea con 5,2 milioni di euro – ci spiega il responsabile scientifico, Christian Cipriani, direttore dell’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna – unisce le competenze del nostro gruppo che ha curato lo sviluppo di protesi altamente sensorizzate con le abilità chirurgiche del team della Sahlgrenska University Hospital di Goteborg, in Svezia, dove è stato eseguito l’intervento. Proprio in questa città, negli anni Sessanta è stata inventata l’osteointegrazione, nata inizialmente per la realizzazione degli impianti dentali. La nostra protesi non è soltanto fissata direttamente a due ossa dell’avambraccio – soluzione che consente di ripristinare la stabilità meccanica dell’arto che diventa a tutti gli effetti una parte del corpo – ma può anche contare sulle connessioni elettriche che permettono di impiantare degli elettrodi nei muscoli e nei nervi per poter intercettare i segnali biologici naturalmente associati al movimento della mano. In questo modo non solo recuperiamo la funzionalità ma anche la sensibilità dell’arto amputato».

La mano meccanica made in Pisa è in grado di riprodurre numerosi movimenti e consente al paziente, per esempio, di prendere la chiave di casa o la carta di credito oltre che di afferrare degli oggetti anche molto piccoli come uno spillo o una moneta. «Il numero di motori che abbiamo inserito nella mano consentono un giusto un compromesso tra funzionalità e robustezza. Il prossimo impianto – conclude Cipriani – lo realizzeremo a Roma con il team di Goteborg e con i chirurghi locali, del Campus Biomedico di Roma e dell’Istituto Rizzoli di Bologna».

Sempre in Toscana, nel Centro Enrico Piaggio dell’Università di Pisa, si sta lavorando a un progetto che punta a sfruttare le conoscenze robotiche in chiave riabilitativa. A coordinarlo il professore Antonio Bicchi, docente di Robotica presso l’ateneo toscano oltre che scienziato dell’Iit di Genova.   

«Il mio gruppo dell’Istituto italiano di tecnologia, in collaborazione con quello coordinato da Dario Farina all’Imperial College di Londra, numero uno mondiale sulle interfacce neurali, e con un terzo team  guidato da Oscar Aszmann, chirurgo plastico ricostruttivo dell’Università di Vienna, ha ottenuto dalla Erc, l’European research concil, un finanziamento di 10 milioni di euro per lo sviluppo di un’integrazione delle nuove protesi robotiche direttamente con la spina dorsale e il sistema nervoso centrale. L’iniziativa, chiamata Natural bionics, prevede il ripristino, attraverso una complessa e delicata operazione chirurgica, dei collegamenti neurali che arrivavano all’arto non più esistente. L’obiettivo – spiega lo scienziato – è quello di ricreare un”immagine’ sia motoria sia sensoriale della mano mancante. Se avremo successo si consentirà al paziente di muovere la protesi robotica usando l’impulso nervoso. Ma non solo: quando l’arto artificiale afferrerà un oggetto la persona percepirà il contatto come se stesse utilizzando una vera mano. In pratica miriamo non solo a recuperare la funzionalità ma anche la sensazione tattile perduta».

Robot al servizio dell’uomo

Nei laboratori del Centro Enrico Piaggio di Pisa, Bicchi sta lavorando anche al progetto AlterEgo, un robot antropomorfo studiato per aiutare l’essere umano in tutte quelle situazioni in cui il rischio per la propria vita è elevato. «Si pensi alle problematiche di ispezione o manutenzione in contesti pericolosi come le cisterne o gli edifici danneggiati dai terremoti. In questi casi – ­ continua il docente – è importante poter utilizzare una macchina che si assuma i rischi al posto dell’uomo ma che al contempo sia in grado di eseguire tutti quei compiti che una persona in carne e ossa è in grado di espletare. Per questo motivo è fondamentale che un robot possa contare su una buona dose di autonomia. Ego non è una mera marionetta, ma è dotata dei più recenti accorgimenti in tema di intelligenza artificiale che gli permette di dialogare con il pilota umano che si trova proiettato in una realtà virtuale. La ricerca è iniziata due anni fa e ha trovato la sua prima applicazione pratica ad Amatrice dove robot di questo tipo ha eseguito un’ispezione su un edificio pesantemente danneggiato dal terremoto. Di recente stiamo sviluppando delle implementazioni per interventi di manutenzione su impianti e installazioni in remoto. Proprio in questi giorni stiamo conducendo in collaborazione con l’agenzia del nucleare britannica degli esperimenti per il decommisioning di impianti atomici».

L’intelligenza artificiale è in grado anche di sollevare l’essere umano da incombenze non solo pericolose, ma anche noiose, come per esempio parcheggiare la propria auto. A partire da agosto di quest’anno, per esempio, i passeggeri dello scalo londinese di Gatwick potranno affidare la propria auto a un robot parcheggiatore, costruito dalla startup francese Stanley Robotics. Simile a un carrello, il robot preleverà la vettura, dopo aver prenotato ovviamente il servizio, la solleverà e la trasporterà nello stallo assegnato.

I robot hanno fatto il loro ingresso anche nelle case di anziani e malati. Da qualche mese, infatti, è stata avviata una sperimentazione promossa dal laboratorio Prisca (Progetti di Robotica Intelligente e Sistemi Cognitivi Avanzati) dell’Università Federico II di Napoli che consiste nell’uso di una macchina umanoide a sostegno di persone affette dal morbo di Alzheimer. Il robotino, di fatto una versione migliorata dal diffusissimo Pepper di produzione giapponese, grazie a un algoritmo sviluppato ad hoc, è in grado di interagire con il paziente prendendosi letteralmente cura di lui, ricordandogli, per esempio, di prendere una medicina, di bere o di nutrirsi.

Giornalista, vivo di e per la scrittura da quattordici anni. Cresco nelle fumose redazioni di cronaca che abbandono per il digitale dove perseguo, però, lo stesso obiettivo: trasformare idee in contenuti.​