Intangibili: cambia l’etica del business

Society 3.0


Intangibili: cambia l’etica del business

Come i modelli di crescita basati su paradigmi industriali intensivi di conoscenza, tecnologia e innovazione hanno contribuito alla crescita ed alla creazione di ricchezza in Europa ma anche a una forte polarizzazione.

Eden Project, Cornwall, UK –

Come i modelli di crescita basati su paradigmi industriali intensivi di conoscenza, tecnologia e innovazione hanno contribuito alla crescita ed alla creazione di ricchezza in Europa ma anche a una forte polarizzazione.

Il problema della crescita dei bisogni sociali e delle sfide sociali che emergono dai nostri modelli di sviluppo sono al centro delle agende politiche internazionali ed europee. Si pensi, all’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile approvata nel 2015 dalle Nazioni Unite con la definizione dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) per il 2030, recepita a livello europeo dall’Agenda europea 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. 

In questo contesto è riconosciuto alle organizzazioni economiche un ruolo centrale, dove gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono cruciali nel guidarne l’operato. Le imprese sono dunque chiamate a rispondere a tali bisogni e sfide emergenti. In particolare, l’agenda europea 2030 per lo Sviluppo Sostenibile riconosce un ruolo centrale alle imprese sociali che, a fianco delle imprese tradizionali, custodiscono le potenzialità per fornire soluzioni innovative alle sfide sociali, ovvero nel contribuire allo sviluppo sostenibile, alla creazione di condizioni di lavoro dignitose, all’erogazione di servizi pubblici, come pure alla riduzione delle disuguaglianze.

È proprio su questo ultimo punto che appare opportuno mettere in luce le potenzialità delle imprese ad impatto sociale nel ridurre queste disuguaglianze, ponendo il focus su tecnologia, capitale umano, capitale sociale e diffusione territoriale. Imprese ad impatto sociale che comprendono tutte le imprese in grado di attuare attività di impatto sociale senza fini di lucro e le organizzazioni tipiche del terzo settore produttivo (principalmente le cooperative sociali). In Italia ci sono 9294 imprese a impatto sociale (8000 cooperative, 1047 imprese sociali, 117 SIAV, 90 società benefit).

Con il ritirarsi dell’industria tradizionale, come infrastruttura capace di generare e redistribuire ricchezza, e con l’appropriazione privata della conoscenza da parte di nuove grandi imprese knowledge-intensive, il trinomio tecnologia, mercato e capitalismo ha prodotto importanti effetti in termini di diseguaglianze territoriali, portando la ricchezza a concentrarsi in alcune aree, per lo più urbane. Qual è dunque il possibile ruolo di una nuova generazione di imprese e innovatori sociali nella redistribuzione più equa ed inclusiva del valore della conoscenza e della tecnologia?

Le imprese ad elevato impatto sociale hanno la potenzialità di trasferire in modo diffuso ed equo il valore della conoscenza tra i territori e nella società, facendo leva sulla presenza di elementi tecnologici ed intangibles, capitale sociale, e distribuzione territoriale di queste organizzazioni. Nell’economia della conoscenza la creazione e la distribuzione di valore si genera, tipicamente, non solo attraverso le sue proprietà tangibili (fisiche e finanziarie), ma soprattutto attraverso lo sfruttamento dei beni immateriali intangibles e gli investimenti in tecnologia. Degli intangibles, fanno parte, tra gli altrisoftware, ricerca e sviluppo, marketing, capitale organizzativo. Se i primi sono tipicamente misurati a valori di bilancio, i secondi possono essere rilevati attraverso i salari dei “lavoratori creativi”, e il terzo dal margine operativo come differenza tra ricavi e costi delle vendite.

Tra le risorse intangibili rientra anche il cosiddetto capitale umano, o intellettuale, che è stato definito dall’OCSE come “l’insieme di conoscenze, abilità, competenze e capacità degli individui, che facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico”. Il capitale umano, dunque, come l’insieme di conoscenze tacite e implicite, le competenze professionali e le capacità personali può essere considerato una misura delle capacità cognitive, presenti in un’organizzazione, di affrontare la realtà circostante nella sua complessità. Esso viene comunemente misurato da indicatori che catturano il livello di educazione ed istruzione. 

Il capitale umano è un asset chiave non solo perché contribuisce ad accrescere la produttività di un’impresa ma anche perché esso contribuisce, assieme al capitale sociale, allo sviluppo sociale ed economico di un Paese. In cui per capitale sociale si intende l’insieme delle reti informali di relazioni che sostengono il funzionamento del sistema produttivo assieme alle istituzioni formali.  Il capitale sociale pone dunque l’attenzione sulle capacità relazionali e sulle relazioni interpersonali e lavorative per il raggiungimento di un proprio obiettivo. Esso coinvolge anche dimensioni relative alla fiducia come la propensione al senso civico, alla fiducia nelle istituzioni e alla tolleranza di aspetti relazionali o competenze relazionali nel contesto di riferimento, ovvero alle norme sociali e alla comunità di riferimento.

Pertanto, il capitale fisico e finanziario da solo non può costituire l’unico asset per sostenere la crescita economica e favorire la coesione sociale, poiché gli intangibles, ivi inclusi il capitale umano e sociale si pongono come asset complementari e co-essenziali. Dunque, il capitale fisico e finanziario, nel sostegno monetario alle attività economiche; il capitale umano, nel garantire le capacità e competenze adeguate ad affrontare la complessità; il capitale sociale, nella sua capacità di sostenere le relazioni interpersonali rappresentano, in un’economia a forte intensità di conoscenza, il patrimonio fondamentale di un’organizzazione, che a sua volta è motore di crescita economica e sociale.

Ebbene, le imprese sociali, facendo leva sulle potenzialità tecnologiche, sul capitale umano, capitale sociale, e sulla diffusione territoriale possono giocare un ruolo attivo in una redistribuzione più equa ed inclusiva del valore della conoscenza e della tecnologia nella società e nei territori. In particolare per una ragione fondamentale: la valorizzazione dell’infrastruttura sociale diffusa nei territori, fatta di imprese ad impatto sociale, può giocare un ruolo nelle politiche di innovazione e industriali. Vale a dire che lo sviluppo in senso imprenditoriale, tecnologico e finanziario di tale infrastruttura o quantomeno di una sua parte, potrebbe costituire un importante volano per rendere la nuova impresa sociale un presidio diffuso in cui innovazione e tecnologia si avvicinano e rispondono a bisogni sociali sempre più diffusi e complessi.

Questa strategia di sviluppo contribuirebbe a ridurre le disuguaglianze garantendo una redistribuzione più equa dei frutti dell’economia della conoscenza ai territori e alla società, operando sul duplice potenziale redistributivo delle imprese sociali. Da un lato, le imprese sociali potranno assolvere in modo più efficace la loro funzione tradizionale, ovvero risponderanno ai bisogni sociali utilizzando i benefici di innovazioni di processo e di prodotto. Dall’altro, imprese sociali capaci di generare servizi a contenuto tecnologico, innescherebbero un circolo virtuoso nel quale l’impresa sociale agirebbe come tramite per traghettare le conoscenze generate a monte verso valle facendo leva sulla sua distribuzione territoriale e sulle reti sociali (grazie al loro ruolo riconosciuto nello sviluppo di capitale sociale), redistribuendo così i benefici in maniera diffusa e capillare.

Alcuni esempi possono chiarire il quadro. Coniugando la capacità di recepire e rispondere ai bisogni sociali che tradizionalmente caratterizzano le imprese ad impatto sociale, con l’adozione di soluzioni tecnologicamente avanzate nella fornitura dei servizi (si pensi ad esempio, al welfare di precisione, che utilizza applicazioni biomediche nei servizi alla persona), sia nelle innovazioni di processo e organizzative, che richiedono tecnologie e conoscenze elevate. Si pensi, ad esempio, all’utilizzo dei big data, per la creazione di database in grado di rilevare e monitorare la povertà, o al censimento delle famiglie in sofferenza, per introdurre soluzioni mirate e tempestive. In questo modo le imprese sociali, fornendo soluzioni innovative e tecnologicamente avanzate a problemi sociali, agirebbero in una doppia veste: in qualità di fornitori di soluzioni a problemi sociali e come attori di trasferimento tecnologico, redistribuendo dunque i benefici della “conoscenza” .

Tiresia, il centro di ricerca sull’innovazione e la finanza sociale della School of Management del Politecnico di Milano, ha stimato la domanda di innovazione sociale del business. Sull’intera popolazione delle 9.382 imprese a impatto sociale sono appena 98 quelle ad altissimo livello di investment readiness che potrebbero diventare 627 nel breve periodo. Queste risultano dalla valutazione di diverse dimensioni. Per quanto riguarda la gestione degli intangibles e la tecnologia, la combinazione di diverse caratteristiche, tra cui l’avere strumenti e politiche di gestione del capitale intellettuale, dei marchi, della proprietà intellettuale e delle competenze tecnologiche, consente di individuare 2.321 (su 9.382) imprese sociali.

Sono 4.442 invece le realtà che presentano approcci strategici evoluti, che perseguono strategie di crescita strutturate, coinvolgono i beneficiari nella progettazione del prodotto o servizio e misurano l’impatto sociale. Per quanto riguarda poi la distribuzione territoriale delle imprese ad impatto sociale, una mappatura effettuata sulla popolazione di tali organizzazioni mostra che più di un quinto di tali organizzazioni (20,79%) è localizzato in aree territorialmente marginali, le cosiddette “Aree Interne”, lontane dai centri, i poli dove i servizi più importanti si concentrano. La densità delle imprese a impatto sociale appare tendenzialmente omogenea sia nei centri e nelle marginali (Aree Interne): 1,55 imprese a impatto sociale ogni 100.000 abitanti e 1,36 nelle aree interne. 

Inoltre, nei grandi centri urbani, anche nelle Aree Interne gli imprenditori a impatto sociale sono particolarmente istruiti: nelle Aree Interne il 55% degli imprenditori a impatto sociale ha una laurea di primo o secondo livello, il 56% nei centri. Questo appare come un dato incoraggiante che sottolinea un potenziale territorialmente diffuso di competenze per affrontare le sfide insite in un potenziamento imprenditoriale, tecnologico e finanziario.

I dati sottolineano una potenzialità delle imprese ad impatto sociale, come infrastruttura sociale diffusa. Facendo leva sulla capacità di queste organizzazioni di intervenire sul territorio in maniera capillare (anche grazie alla capacità di fare leva sulle reti capitale sociale) e al loro potenziale tecnologico, tale infrastruttura potrebbe essere utilizzate come motore di un nuovo sviluppo industriale maggiormente inclusivo e territorialmente diffuso, in grado così di arginare le conseguenze delle disuguaglianze, attraverso nuove forme di impresa sociale.

Questa analisi è stata pubblicata sul terzo numero di Changes Magazine dedicato all’economia degli intangibili e firmato da Magalì Fia insieme con Mario Calderini, Professore Ordinario Strategia d’Impresa e Social Innovation al Politecnico di Milano School of Management, fondatore e direttore di Tiresia, centro di ricerca in Innovazione e Finanza per l’Impatto Sociale

Magalì Fia, Ricercatrice post-dottorato presso il Politecnico di Milano School of Management e Tiresia, centro di ricerca in Innovazione e Finanza per l’Impatto Sociale, membro della Core Faculty del MIP la business school del Politecnico di Milano. Autrice di pubblicazioni sui temi dell’etica nel business e della governance delle istituzioni.