Come i dark pattern ci guidano senza che ce ne accorgiamo
Qualche giorno fa ho provato a cancellarmi da una newsletter. Non ricordavo nemmeno di essermi iscritto. Cerco il classico link in fondo alla mail, lo clicco, e vengo portato su un
Filtri, avatar, deepfake e profili social non sono più semplici maschere: per Generazione Z e Alpha diventano spazi reali di esplorazione, narrazione e costruzione dell’identità, tra libertà espressiva e nuove fragilità.
Una ragazza apre il suo profilo su TikTok, magari con il sogno di diventare influencer, e sceglie un filtro che le modifica il viso: occhi più grandi, pelle liscia e perfetta in modo quasi innaturale, lineamenti indefiniti. Un ragazzo entra in Roblox o in Fortnite e si costruisce un avatar che non gli somiglia per niente: più alto, più sicuro, più sfrontato. Forse persino di un altro genere. Un altro ragazzo ancora, creatore di contenuti su Internet, si presenta al suo pubblico di follower utilizzando tramite tecnologia deepfake le sembianze di un personaggio famoso.
Sono solo tre esempi. Generici ma non necessariamente di fantasia, e più comuni di quanto le generazioni adulte possono sospettare. Perché per molti ragazzi e ragazze Gen Z e Alpha, quello che persone più anziane chiamerebbero “travestimento” non è gusto per la finzione né semplice desiderio di dissimulare la propria natura. Al contrario, è parte di uno dei processi più reali e difficili che si affrontano nella vita: la ricerca e la definizione di una identità.
Chi sta crescendo oggi impara presto – forse troppo presto? – che il sé non è qualcosa di unico e definitivo. Il profilo Instagram o TikTok, l’eroe di un videogioco, l’avatar in VRChat o su Zepeto non sono maschere da indossare e dismettere a piacimento, ma spazi identitari in cui preadolescenti e adolescenti vivono davvero. Ogni piattaforma richiede un linguaggio specifico, e quindi una versione diversa di sé. Essere coerenti non vuol dire essere ovunque la stessa persona, ma saper abitare questi mondi senza perdersi.
Prendiamo uno di quegli strumenti che in origine fungevano semplicemente da trucco per vivacizzare le videochiamate o giocare su Instagram: i filtri. Sempre più adolescenti scelgono di rendere i filtri una parte integrante e stabile della loro identità, tanto da farne un’arte: non è più solo estetica, ma narrazione. Si usano i filtri in modo sempre più creativo, per raccontarsi in modi differenti a seconda del proprio stato d’animo. La percezione della bellezza è diventata, per usare un termine a volte abusato, “fluida”: il vero sé non è quello naturale, ma quello che si adatta a come ci sentiamo in un determinato momento. Tanto che molto spesso i filtri non vengono usati per migliorare il proprio aspetto, ma anche per mostrarsi più stanchi, tristi, arruffati di quanto dica in realtà lo specchio, se è così che ci si sente interiormente. Essere autentici non vuol dire essere senza…filtri, come si diceva una volta. Piuttosto, saper usare quelli giusti per raccontarsi in modo sincero.
Naturalmente, c’è anche il caso opposto. Nella comunità dei gamer, milioni di ragazzi e ragazze scelgono costantemente pelli diverse per i loro avatar. A volte utilizzando personaggi di supereroi o di altre culture popolari altre volte reinventando completamente il proprio aspetto. Per risultare tuttavia quasi sempre una versione più eroica di sé stessi. Il mondo virtuale dei videogiochi diventa una palestra identitaria e un campo di prova in cui si costruisce e si esplora chi si vorrebbe essere, lontano dagli occhi di chi ci conosce nella vita reale. E soprattutto da quel senso di inadeguatezza che qualunque adolescente si trova prima o poi ad affrontare.
Ma se con avatar e personalità fittizie da gamer si è ancora, tutto sommato, nel regno della fantasia su di sé, in cui la componente di non-veridicità è dichiarata e accettata fin dall’inizio, il discorso si complica se si prendono in considerazione i deepfake e l’intelligenza artificiale generativa. La possibilità di creare versioni digitali iperrealistiche di sé mette in crisi l’idea stessa di autenticità. Se un video, una voce o un’immagine possono essere sintetizzati artificialmente, il “vero” perde centralità a favore del “verosimile”. Per le nuove generazioni, abituate a muoversi in questo contesto, la questione non è tanto distinguere il reale dal falso, quanto capire quale significato attribuire a ciascuna rappresentazione.
C’è un lato liberatorio, in tutto ciò, così come uno oscuro e preoccupante. La frammentazione dell’identità è uno degli effetti collaterali più insidiosi della digitalizzazione dell’esistenza ventiquattr’ore su ventiquattro. E questo vale per tutti, adolescenti e adulti. Se ogni versione di noi è sotto osservazione, la domanda è: fino a che punto siamo davvero noi stessi? Il continuo scrutinio sociale, i commenti, i like, i feedback, le visualizzazioni sono diventati veri e propri indicatori di valore. E quando ogni azione è performance indirizzata a un pubblico – anzi, a più pubblici diversi – la percezione di sé rischia di svanire.
E tuttavia provare a essere ottimisti, in questo caso, forse può aiutare a negoziare in modo proficuo con chi è molto più giovane questi epocali cambiamenti tecno-antropologici. Pensiamola così: le generazioni Z e Alpha non stanno affatto dissolvendo il sé, in realtà lo stanno moltiplicando. Stanno cioè imparando a navigare tra identità fluide, temporanee, situazionali. Il sé digitale non sostituisce quello fisico ma lo affianca, lo anticipa, a volte lo protegge persino. L’identità non è più un’unica verità, ma un reticolato di possibilità, ognuna delle quali perfettamente legittima nel suo contesto specifico. A patto che ci si riconosca in essa.
Forse la domanda giusta non è se queste identità siano vere o false. Ma se stiamo dando ai più giovani gli strumenti per viverle con consapevolezza.