La Polonia cambia rotta: dal carbone al vento
L’Unione europea ha da tempo un obiettivo: la neutralità climatica e la leadership dell’ambientalismo globale. In altre parole, una transizione verde che sia rapida e vincente
Dalle biblioteche ai parchi urbani, passando per scuole e centri civici: i rifugi climatici diventano infrastrutture sociali contro le ondate di calore, tra adattamento climatico e giustizia urbana.
La primavera è alle porte e le previsioni degli scienziati dicono che la prossima estate sarà una delle più calde di sempre. Nell’era della crisi climatica conclamata, il caldo non è più solo un disagio stagionale ma un vero fattore di rischio, soprattutto nelle città. Qui entra in gioco il fenomeno delle isole di calore urbano, che crea microclimi molto più caldi rispetto alle aree periferiche a causa della presenza massiccia di asfalto e cemento, materiali che trattengono e rilasciano lentamente il calore.
Chi vive in città lo sa bene: d’estate, all’aperto, si cerca istintivamente un parco, un giardino, uno spazio ombreggiato o ventilato. Questi luoghi sono sempre più spesso definiti rifugi climatici: spazi dove trovare sollievo dal caldo estremo, soprattutto per chi non può permettersi l’aria condizionata in casa.
I rifugi climatici sono diventati uno dei pilastri delle strategie di adattamento e resilienza climatica, con un forte legame con il contrasto al disagio sociale: gli impatti della crisi climatica colpiscono infatti in modo sproporzionato le persone più vulnerabili.
In Italia, diverse città hanno avviato esperienze significative.
Nel complesso, sono circa trenta le città italiane che hanno già attivato rifugi climatici sul proprio territorio.
A livello europeo, alcuni casi sono considerati veri e propri modelli.
Nel marzo 2025, nell’ambito del Patto dei Sindaci, è stata lanciata l’iniziativa Cities Refresh, che invita le città a ripensare il design urbano, aumentare le aree ombreggiate, migliorare i sistemi di allerta e sensibilizzare la cittadinanza. Tra le prime a muoversi c’è Marsiglia, con una mappa interattiva delle Cool Zones.
Oltreoceano, un riferimento sono i Cooling Centers di New York.
L’Unitel sottolinea la necessità di definire standard comuni almeno a livello nazionale. I rifugi climatici dovrebbero essere spazi gratuiti, accessibili, dotati di acqua potabile, capaci di mantenere temperature adeguate (circa 26 °C d’estate e 21 °C d’inverno per gli spazi chiusi) e ben segnalati su mappe e siti istituzionali. Possono essere pubblici o, tramite convenzioni, anche privati, come i centri commerciali.
L’estate 2025 ha segnato un punto di svolta nel dibattito pubblico. Le ondate di calore tra giugno e luglio hanno colpito duramente l’Italia e l’Europa. Studi di attribution science hanno dimostrato che la crisi climatica ha triplicato i decessi legati al caldo, con città come Milano che hanno pagato un prezzo altissimo in termini di vittime.
I rifugi climatici non sono l’unica soluzione. Sempre più attenzione viene data anche alla depavimentazione, ovvero la rimozione di asfalto e cemento per creare nuove aree verdi, aumentare la biodiversità, ridurre il rischio di allagamenti e abbattere l’inquinamento.
Ma ciò che serve davvero è un cambio di mentalità: finché la mitigazione climatica resterà bloccata, bisogna accelerare sull’adattamento. In un Paese hotspot climatico come l’Italia, le città sono chiamate a stare in prima linea. E i rifugi climatici rappresentano uno dei segnali più concreti di questa trasformazione.