Clima: l’ultima chance per capire il problema

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Clima: l’ultima chance per capire il problema

Gli scienziati ci hanno parlato di “tipping point”, punto di non ritorno, progressioni esponenziali degli impatti, “feedback loops”, ma forse non era il linguaggio giusto. Ora possiamo tradurre questi tecnicismi in parole più povere e visibili come alluvioni e siccità.

Oscuri e astratti moniti degli scienziati stanno diventando realtà lampanti e tangibili: da tempo ci ammonivano che oltre un certo limite il sistema climatico avrebbe cominciato ad autosregolarsi con ritmi accelerati. Hanno parlato di “tipping point” – punto di non ritorno – progressioni esponenziali degli impatti, “feedback loops”, ma forse non era il linguaggio giusto. Ora possiamo tradurre questi tecnicismi in parole più povere: significano, ad esempio, alluvioni distruttive che si alternano a siccità destabilizzanti, e che andrà sempre peggio, con un peggioramento sempre più rapido. Se poi non agiamo subito, oltrepassiamo il famigerato “tipping point”, la soglia di non ritorno, e gli scenari prevedibili sono incompatibili con un’umanità che progredisce in maniera ordinata e pacifica. Per dirla con le parole che ho sentito pronunciare da Timmermans alla CoP26 di Glasgow, “tipping point” significa imbracciare i mitra per il pane e per l’acqua.

Queste proiezioni sono note da tempo e per scongiurarle sarebbe ingiusto dire che nessuno ha mosso un dito: si è messa in moto una grande macchina politica ed economica – il più grande negoziato della storia, ad esempio – ma senza riuscire a disinnescarlo finora questo temibile punto di svolta. Qualcosa è sbagliato e non bastano le letture dietrologiche, le accuse a questa o quella multinazionale, per spiegare la nostra impotenza. Malgrado tanti sforzi, siamo inefficaci e non è solo miope avarizia dell’uno o dell’altra; da qualche parte c’è un errore strutturale nella nostra risposta che è ormai urgente snidare. Se non lo correggiamo, non ci sono politiche, finanziamenti o proteste che bastino.

L’errore è banale, ma quasi insormontabile per la nostra mentalità: vogliamo usare per risolvere il problema del clima lo stesso metodo con cui quel problema l’abbiamo creato, ovvero sostituirci noi alla natura illudendoci di farla funzionare meglio. Andiamo per ordine: gli scienziati hanno scorto un punto di non ritorno come prodotto di alcuni cicli cumulativi che abbiamo innescato all’interno dell’ecosistema, dei cicli natura-natura. Ad esempio, riscaldando l’atmosfera facciamo fondere i ghiacci; ma le superfici ghiacciate sono riflettenti e rispediscono nello spazio la radiazione solare, per cui se si restringono il calore aumenta e quindi si fondono più ghiacci, e quindi il calore s’impenna ancora di più e quindi… un quindi senza fine. Se sregoliamo un ingranaggio dell’equilibrio naturale questo a sua volta ne sregola altri che alla fine peggiorano l’alterazione nell’ingranaggio di partenza. Ma questi temibili cicli natura-natura – ne abbiamo ormai individuati 15 tutti pericolosissimi – sono innescati, interagiscono, e si pongono in relazione di amplificazione reciproca, anche con un altro tipo di cicli cumulativi: natura-umanità-natura.

Lo sregolamanto dell’ingranaggio clima non porta solo il fattore ghiaccio ad accelerare e aggravare il problema; porta anche il fattore umanità a comportarsi in maniera sempre più distruttiva. Un esempio banale: fa più caldo, quindi uso di più il condizionatore, quindi consumo più energia, quindi farà sempre più caldo. Ma questo ciclo, forse peggiore di quello del ghiaccio, incombe solo se vogliamo il fresco dal condizionatore: se invece lo chiediamo alla natura, il nostro rimedio risolve il problema fresco e contemporaneamente crea un ciclo natura-uomo-natura che riequilibra anche tutto il resto.

Sembra astruso, troppo innovativo per i tempi stretti che ci rimangono. Ma in realtà si tratta – senza rinunciare ai progressi tecnologici – di tornare a fare quello che abbiamo sempre fatto. Caldo in città? Ipotizziamo mura spesse, alberi e parchi, tetti verdi, viali erbosi con il minimo necessario di asfalto. Cosa otteniamo? Fresco, un fresco migliore di quello del condizionatore, ma anche meno dissesto territoriale, aria più pura, immobili più durevoli, socializzazione e disincentivo alla criminalità. Sulla via della seta i carovanieri depositavano le loro derrate deperibili in edifici conici che mantengono la temperatura costantemente fra 0 e -4 anche col sole cocente del deserto; in Persia le case tradizionali hanno una temperatura splendida solo con un sistema di circolazione del vento; nelle isole tropicali se la costa si fosse erosa si sarebbero piantati le mangrovie, invece di muraglioni di cemento la cui produzione crea uno sproposito di CO2 che aggrava il problema alla fonte. Sono poi infiniti i meriti dei terrazzamenti agricoli.

Non sono solo le big del petrolio il problema: è la nostra presunzione di fare meglio di madre natura. Se invece di sostituirla con surrogati artificiali che aggravano il problema mentre danno l’illusione di risolverlo, la riportiamo nelle nostre case, città, campi, coste, montagne ce la facciamo a riequilibrare i cicli. Altrimenti, consiglio vivamente un corso di sopravvivenza armata.

È​ Vice Segretario Generale per l’Energia e l’Azione Climatica dell’Unione del Mediterraneo. È​ un diplomatico italiano ed è stato coordinatore per l'eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo. È stato delegato alle Nazioni Unite, console in Brasile, consigliere politico a Parigi e, alla Farnesina, responsabile dei rapporti con la stampa straniera e direttore del sito internet del Ministero degli Esteri. Da una ventina d'anni concentra la sua attenzione sui cambiamenti climatici. Nel 2009 la Ottawa University in Canada gli ha affidato il primo insegnamento attivato da un'università sulla questione ambiente, risorse, conflitti e risoluzione dei conflitti. Collabora da tempo con il Climate Reality Project, fondato dal premio Nobel per la pace Al Gore.