Microaggressioni: le sottili ferite del linguaggio

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Microaggressioni: le sottili ferite del linguaggio

Un’analisi sul potere invisibile delle parole e sulle conseguenze quotidiane di espressioni solo apparentemente innocue.

Gesualdo Bufalino scriveva che «vi sono parole bellissime che non si dovrebbero mai pronunziare» perché sarebbe «come esporre all’aria crisalidi che sopportano male la luce»; parole la cui estrema delicatezza esige riserbo, premura.
Ve ne sono altre che non dovrebbero essere pronunciate per una ragione opposta, seppure altrettanto radicale: non perché troppo fragili per concedersi alla luce, ma perché tanto dure da ferire ciò in cui si imbattono. Se le prime si alterano nell’attimo stesso in cui sono dischiuse, le seconde – pur affiorando spesso con la medesima naturalezza – alterano, incrinando e lesionando dall’interno ciò che è costantemente in formazione: la nostra identità.
Le parole sono in nostro possesso solo finché non oltrepassano la soglia del silenzio; in seguito, sono ghermite dalla memoria di chi le riceve, dalla qualità della relazione che modificano. Una parola non può mai tornare del tutto indietro: può essere smentita, corretta, attenuata; ma non restituita a una condizione anteriore né sottoposta ad alcuna definitiva reversibilità.

Che cosa sono le microaggressioni

È in tale dimensione che si colloca la nozione di microaggressione, introdotta nel 1970 da Chester M. Pierce: una forma linguistica solo apparentemente minima attraverso cui un giudizio si esprime in modo sottile, talvolta persino inconsapevole. Non un’offesa palesata, dunque, ma una valutazione che si insinua sotto la soglia dell’evidenza; non un’affermazione apertamente ostile, ma un’espressione che colloca implicitamente l’altro in una posizione di minorità simbolica; non un insulto imponente, ma la forma minuta attraverso cui si riproducono gerarchie, si producono esclusioni e si regolamentano svalutazioni.

Le microaggressioni si incuneano in complimenti ambigui e domande indebite; in battute, generalizzazioni, infantilizzazioni; in delegittimazioni che riducono, correggono o sospendono l’esperienza altrui.

Esempi quotidiani di microaggressioni

«Parli benissimo italiano», rivolto a una persona percepita come non autoctona; perché non si limita a riconoscere una competenza, ma manifesta l’idea che questa sia inattesa. «Devi fare l’uomo», pronunciato a cospetto di un momento di fragilità; perché riconduce l’identità maschile a un modello normativo che espelle la vulnerabilità dal perimetro del legittimo. «Come mai non hai figli?»; perché presuppone che una scelta, una condizione o una vicenda intima debbano essere esposte, giustificate, palesate allo sguardo e al giudizio altrui. «Sei troppo giovane per capire»; perché non registra un dato anagrafico, ma svaluta aprioristicamente la possibilità che il discernimento, l’esperienza o la profondità possano eccedere l’età. «Stai bene, hai perso qualche chilo?»; perché assume il mutamento del corpo come miglioramento autoevidente, rimuovendo tutto ciò che quel cambiamento può avere significato, richiesto o comportato.

Il significato nascosto dietro le parole

La problematicità di tali espressioni non risiede nel loro contenuto letterale, ma nel sottotesto che veicolano. Non registrano un’evidenza: la inscrivono entro un sistema di attese, gerarchie e norme implicite che accorda ad alcuni l’evidenza e ad altri l’eccezione. Non si tratta tanto di circoscrivere i confini dell’intenzione, quanto di comprendere l’ordine simbolico che le parole concorrono a confermare.

Gli effetti delle microaggressioni sulla persona

Il prefisso micro non riguarda la modestia del danno, ma la modalità del suo manifestarsi: minuta, obliqua, spesso quasi impercettibile. Ed è proprio questa disposizione a depositarsi nelle pieghe della vita ordinaria che ne rende le conseguenze delle microaggressioni tutt’altro che lievi: insicurezza, rabbia, tristezza, senso di ingiustizia; fenditure dolenti che attraversano tanto la dimensione psichica quanto quella corporea; la sottile e infima corrosione del senso di sé e della propria legittimità.

L’effetto preserva spesso la stessa qualità dell’atto che lo produce: è tenue nella forma, minuto nella manifestazione, difficilmente circoscrivibile. Solo talvolta, sedimentatosi a lungo nelle zone mute dell’esperienza, questo lavorio interno affiora nella forma della rabbia. Più di frequente, il singolo evento, considerato isolatamente, è negato, ridimensionato, ricondotto a un eccesso di sensibilità. Da chi osserva, certo, e tende a percepirlo come trascurabile; ma anche da chi lo subisce ed è indotto a dubitare della sua stessa lettura della realtà, ascrivendo il disagio, il dolore, a un’esagerazione, a un fraintendimento, a una odiosa emotività. Si tratta di un meccanismo che erode il senso di legittimità, impone un monitoraggio continuo di sé, costringe a un lavoro ininterrotto di adattamento, di traduzione, di contenimento; obbliga a negoziare continuativamente il proprio diritto a un’esistenza avulsa da giustificazioni.

Come rispondere: le microinterventions

E se ciò che ferisce non si manifesta quasi mai in forma apertamente dichiarata, e anzi si sottrae spesso a un riconoscimento netto di quanto è accaduto, allora anche una risposta immediata – o perlomeno efficace – risulta inevitabilmente di più complessa elaborazione. Entro tale margine di opacità si inscrive la riflessione di Derald Wing Sue, il quale insiste sulla necessità di microinterventions: interventi minuti ma non marginali; gesti discorsivi capaci di interrompere la microaggressione, di disarticolarne l’apparente normalità e di restituire a chi l’ha pronunciata la misura dell’inadeguatezza.

Responsabilità e linguaggio: una riflessione necessaria

Ammettiamolo, però: la violenza ci abita anche quando non è compiutamente espressa. L’individuo ha edificato un universo razionale, ma non ha espunto da sé il fondo oscuro che lo attraversa; prova a obbedire alla misura della ragione e tuttavia, non di rado, cede a moti interiori che non riesce a ricondurre entro di essa.

Non tutto ciò che ferisce nasce dunque da una volontà deliberata di colpire; più spesso prende forma come riflesso di abitudini mentali, imbarazzo, stereotipi sedimentati, ignoranza, gerarchie interiorizzate che precedono la consapevolezza di chi parla. È da qui che muove anche una delle obiezioni più ricorrenti: il richiamo, in sé legittimo, alla non piena volontarietà di molte espressioni; ma, insieme, la tendenza a farne un argomento sufficiente per ridimensionarne la portata, come se riconoscere il peso delle microaggressioni significasse comprimere la libertà di parola o introdurre una sorveglianza permanente sul linguaggio.

Il punto, però, non è pretendere un’espressione irreprensibile né convertire ogni affermazione scorretta in colpa morale. L’errore attiene all’esperienza umana, ma altrettanto umana è la capacità di riconoscerlo come tale, soprattutto qualora emerga senza intenzione apertamente offensiva. Non si tratta, dunque, di estendere una logica censoriale, ma di assumere il linguaggio come luogo di responsabilità – giacché la libertà di parola non è corrosa dal riconoscimento dei suoi effetti; semmai, si misura nella capacità di non confonderla con il diritto a restarne immuni. Come? Accettando che il proprio linguaggio non sia neutro; imparando a distinguere la curiosità dall’invasione, a non trasformare la correzione ricevuta in una difesa arroccata delle proprie intenzioni. Occorre ascoltare senza reclamare assoluzioni immediate; correggersi senza irrigidirsi nell’errore; sottrarsi alla comoda abitudine di demandare sempre a chi subisce il compito di spiegare, tradurre, educare. E, idealmente, intervenire anche come testimoni: perché talvolta tacere equivale a lasciare che una forma di riduzione si perpetui, indisturbata, nel tessuto della realtà.

Se il linguaggio partecipa alla costituzione del reale, intervenire sulle parole non equivale ad agire sulla superficie delle cose, ma sulla loro stessa condizione di intelligibilità: sul modo in cui si lasciano percepire, classificare, pensare. Parlare significa allora intervenire sull’ordine simbolico che rende il mondo leggibile; e là dove si governi il significato delle parole, si orienta anche l’orizzonte entro cui gli altri comprendono, nominano e abitano il reale.

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Ricercatrice su temi antropologici, storici e sociali, ha indirizzato i suoi studi sui cambiamenti epistemologici del presente, specializzandosi nell’ambito delle innovazioni digitali, della sociologia e della sostenibilità. Ha proseguito la sua attività di ricerca per aziende private, governi e organizzazioni multilaterali, supportando strategie di investimento in Nfts e in nuove tecnologie ai fini di un potenziamento di soft power; o guidando la riflessione sull’utilizzo degli spazi e delle leve del Metaverso per scopi politici e geopolitici. Ha fornito consulenza a marchi di lusso e di consumo, thought leaders e istituzioni finanziarie su come integrare la sostenibilità nei loro sistemi e su come creare e inquadrare value propositions relative al futuro del lavoro. Lavora come ricercatrice per il Future Food Institute, una fondazione no-profit che sta stimolando un cambiamento esponenziale nel sistema alimentare globale.