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Dalle spiagge ai mari, la “cicca” è non biodegradabile e rilascia tossine e microplastiche, entra nella catena alimentare e torna fino a noi: per ISDE Italia e Legambiente la soluzione è agire alla fonte, eliminando i filtri e responsabilizzando i produttori.
Le nostre spiagge, le strade e i parchi diventano troppo spesso dei posaceneri a cielo aperto. Un gesto automatico, quasi inconscio, commesso da molti fumatori e un altro mozzicone di sigaretta finisce sulla sabbia, in un tombino o sull’asfalto. Per avere un’idea dell’inquinamento da mozziconi di sigaretta analizziamo i dati raccolti da Legambiente in 12 anni di monitoraggi che indicano come sulle coste italiane si trovino in media 77 “cicche” ogni 100 metri lineari, un dato che colloca questo genere di rifiuto al secondo posto nella triste classifica di quelli più diffusi. Relegare questo problema a una semplice questione di inciviltà e decoro urbano significa ignorarne la portata che potremmo definire devastante. Un nuovo e dettagliato report dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE) Italia, intitolato Inquinamento da mozziconi di sigaretta e microplastiche, squarcia il velo su questa emergenza silenziosa, rivelando come questo piccolo rifiuto sia, in realtà, una bomba chimica e una fonte pervasiva di inquinamento da plastica, con gravi ripercussioni per l’ambiente e la salute umana.
Contrariamente alla percezione comune, il filtro di una sigaretta non è un innocuo batuffolo di cotone ma, al contrario, è composto da acetato di cellulosa, un polimero plastico che, di fatto, non è biodegradabile. Una volta disperso nell’ambiente, non scompare, ma persiste per decenni, frammentandosi progressivamente in migliaia di particelle sempre più piccole, le temute microplastiche e nanoplastiche. Durante la fumata, questo filtro agisce poi come una spugna, assorbendo un cocktail di sostanze tossiche e cancerogene. Il report di ISDE evidenzia che, una volta abbandonato, il mozzicone rilascia nell’ambiente metalli pesanti come arsenico e piombo, formaldeide, nicotina e idrocarburi policiclici aromatici. Come se non bastasse, rileva l’associazione di medici, uno studio recente ha rilevato una contaminazione da microplastiche direttamente nel tabacco contenuto nel 94% delle sigarette analizzate, particelle che presumibilmente originano dal processo produttivo e che finiscono direttamente nei polmoni dei fumatori.
Il dato, sicuramente da attenzionare, riportato dal documento di ISDE (e già rilevato da Marevivo) è la capacità inquinante di un singolo mozzicone: è sufficiente a contaminare fino a 1000 litri d’acqua, raggiungendo concentrazioni tossiche per gli organismi acquatici. Ogni anno, a livello globale, vengono gettati via in modo improprio circa 4,5 trilioni di mozziconi, un numero astronomico che si traduce in un avvelenamento costante e capillare dei nostri ecosistemi. Questi rifiuti, trascinati da pioggia e vento, finiscono in fiumi, laghi e mari, dove iniziano a rilasciare il loro carico di veleni. Gli effetti ecotossicologici documentati includono la riduzione della crescita e l’aumento della mortalità negli organismi acquatici. Le microfibre di plastica rilasciate dai filtri entrano nella catena alimentare, venendo ingerite da pesci e altri animali marini ed accumulandosi nei loro tessuti.
L’inquinamento da mozziconi non si ferma all’ambiente, ma torna indietro come un boomerang, minacciando direttamente la nostra salute. Il report di ISDE identifica due principali vie di esposizione per l’uomo. La prima è l’inalazione diretta: chi fuma non respira “solamente” le sostanze tossiche del tabacco, ma anche le microplastiche che si staccano dal filtro durante la combustione, configurando un ulteriore e sottovalutato rischio per la salute. La seconda via è l’ingestione: le microplastiche e le sostanze chimiche che contaminano l’acqua e il suolo e possono entrare nella catena alimentare. Mangiando pesce contaminato o bevendo acqua inquinata, esponiamo il nostro corpo a queste particelle e alle tossine che esse veicolano. Il problema, inoltre, non si limita alle sigarette tradizionali: anche i prodotti a tabacco riscaldato (HTP) e le sigarette elettroniche, specialmente quelle “usa e getta”, costituiscono un’emergenza ambientale, essendo classificati come Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) che contengono plastica, metalli pesanti e batterie non rimovibili, spesso smaltiti in modo scorretto.
Di fronte ad un’emergenza di tale portata, le pur meritevoli campagne di pulizia delle spiagge e l’uso di posacenere portatili, purtroppo, non sono sufficienti perché sono strategie di mitigazione che agiscono a valle, quando il danno è già stato fatto. La soluzione più efficace, come indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e ribadito con forza da ISDE, è la prevenzione primaria: eliminare i filtri di plastica dalle sigarette. I filtri vanno trattati per quello che sono, ovverosia plastica monouso, e proibirli per proteggere la salute pubblica e l’ambiente. A questa misura radicale si deve affiancare la piena e vincolante applicazione del principio della “Responsabilità Estesa del Produttore” (EPR), introdotto dalla Direttiva europea sulla plastica monouso (SUP). Questo principio impone ai produttori di tabacco di farsi carico dei costi di gestione dei rifiuti generati dai loro prodotti, inclusi i costi di raccolta, trasporto, trattamento e, soprattutto, delle campagne di sensibilizzazione.
Come denuncia inoltre Legambiente, l’Italia è in ritardo su questo fronte, con un sistema EPR per il tabacco ancora basato su iniziative volontarie, a differenza di altri Paesi europei. È fondamentale – sottolinea l’associazione ambientalista – che il Ministero dell’Ambiente intervenga per rendere questo strumento pienamente operativo e obbligatorio. Smettere di fumare resta la scelta migliore per la salute individuale e collettiva, ma è tempo che l’industria del tabacco si assuma la responsabilità dell’enorme impatto ambientale dei suoi prodotti spingendo verso la realizzazione di esemplari più sostenibili e finanziando campagne di sensibilizzazione.