Sostenibilità in cerca di una nuova formula

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Sostenibilità in cerca di una nuova formula

A quasi quarant’anni dalla definizione di sviluppo sostenibile introdotta dal World Commission on Environment and Development, oggi è diventato mainstream, ma rischia di perdere efficacia. Tra abuso del concetto, greenwashing e iper-regolamentazione, il tema appare oggi svuotato di visione e sempre più esposto a strumentalizzazioni ideologiche.

L’anno prossimo saranno trascorsi quarant’anni da quel 1987 in cui per la prima volta venne offerta una definizione di sostenibilità, o meglio di sviluppo sostenibile. Il merito fu del celebre rapporto Bruntland, pubblicato dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (WCED) istituita sotto l’égida delle Nazioni Unite. Il documento prendeva il nome dalla presidentessa della Commissione, la norvegese Gro Harlem Brundtland, più volte ministra nel proprio Paese, e definiva lo sviluppo sostenibile come quello sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri.

La definizione è assolutamente valida tutt’oggi. Il problema è che, oggi, la sostenibilità è sotto attacco o per meglio dire in crisi. In parte anche per colpe proprie. In estrema sintesi la situazione attuale si può riassumere così: la sostenibilità ha vinto la sua battaglia, perché è diventata mainstream; ma rischia di perdere la guerra, perché il modello di sviluppo è ancora fortemente ispirato a logiche e comportamenti altamente insostenibili. Con potenti forze, tra l’altro, che fanno di tutto perché non si cambi paradigma.

Provando a stilarne un breve elenco per sommi capi, fra i principali problemi che affliggono la sostenibilità c’è che il concetto è stato abusato e svuotato di significato: dichiararsi sostenibili è diventato un must e tutti hanno sentito l’obbligo di farlo, alimentando così una enorme bolla comunicativa. Col risultato nefasto che se tutto viene spacciato come sostenibile, alla fine niente viene davvero percepito come tale. E il greenwashing è dilagato. Soprattutto in Europa, poi, la sostenibilità sotto molti aspetti è diventata legge, è stata normata e regolamentata. Ma questo ha generato un approccio formale, superficiale alla sostenibilità, dove senso e visione si sono spesso smarriti. Tale sforzo normativo, inoltre, ha esso stesso preso una deriva, diventando estremamente pervasivo, quasi asfissiante e per questo di assai difficile per non dire proibitiva applicazione, specie per le realtà aziendali dotate di meno risorse. In finanza, in particolare, si è assunto l’acronimo Esg (che indica i fattori sociali, ambientali e di governance) come surrogato della sostenibilità, ma si sono a tal punto allargate le maglie dei principi e criteri sottostanti che ormai sotto il suo cappello si può trovare tutto e il contrario di tutto. L’insieme di queste fragilità e incoerenze, infine, ha creato un terreno oltremodo fertile per chi non aspettava altro di politicizzare la sostenibilità. Riportando ad esempio in gran voga il mantra neoliberista, ovviamente falso, secondo il quale sostenibilità e competitività non possono che essere antitetiche. E si potrebbe continuare.

Che fare, allora? Evidentemente quanto fatto fin qui non basta e in tanti hanno maturato la convinzione che alla sostenibilità serva un cambio di passo, o un cambio di pelle. Qualcosa di diverso, insomma. C’è allora chi ha ragionato, per rilanciarla, sulla necessità di identificare una nuova formula: la proposta, suggestiva, è delineata nel volume di recente pubblicazione “La formula della sostenibilità”. Autore è Danilo Devigili, partner di Collectibus Società benefit, docente, nel board di Azione Contro la Fame Italia, consulente sui temi di sostenibilità con alle spalle un percorso professionale di oltre trent’anni, iniziato nel Wwf. «Ho potuto sperimentare – dice – la potenza trasformatrice della sostenibilità. Oggi che abbiamo valanghe di dati che ne confermano l’efficacia come modello strategico di gestione dell’impresa, paradossalmente assistiamo a questa “reazione” nei confronti della sostenibilità, che a mio avviso è in buona parte ideologica». Come dire che in questo periodo storico, lo si accennava prima, il principale avversario è chi vorrebbe approfittare dell’impasse della sostenibilità per gettare il proverbiale bambino con l’acqua sporca, tirando una bella riga su qualsiasi idea, riflessione, spinta non allineata col dogma della massimizzazione del profitto quale unico obiettivo dell’impresa.

La formula della sostenibilità recita: S=(AIR)P. «Significa – spiega Devigili, che la definisce “euristica” – che la sostenibilità (S) si realizza sviluppando alleanze trasformative (A), con l’innovazione ma anche misurando gli impatti generati (I), con la cultura della responsabilità (R), elemento che contribuisce all’attuazione di un purpose (P)».

La sostenibilità, per essere autentica, deve cioè fondarsi su alcuni pilastri. In altre parole, all’azienda sostenibile si richiedono una serie di caratteristiche, fra loro interagenti. La prima è il purpose, che dev’essere ispirato a un concetto di sostenibilità trasformativa finalizzata a cambiare processi e prodotti aziendali aprendo opportunità o riducendo rischi. «Il purpose – sottolinea Devigili – ti costringe a concentrarti su una visione di lungo periodo e a focalizzarti in modo quasi chirurgico su un argomento sociale o ambientale su cui l’azienda può effettivamente incidere, generando un impatto positivo. Il quale, anche se per definizione non è standardizzabile, va misurato. E guarda caso le metodologie più diffuse per farlo vengono tutte dal mondo del non profit, che ha appunto come obiettivo l’impatto».

Ci sono però problematiche nell’ambito della sostenibilità che l’azienda da sola non ha la forza di affrontare, finendo per subirle. Occorre riconoscerlo e abbandonare il dogma della competizione a tutti i costi per abbracciare quello della collaborazione. Cioè stringere alleanze con soggetti che possono andare dai concorrenti al mondo istituzionale, dalle università ai cosiddetti critical friends, cioè quelli che in una prospettiva di business as usual ti stanno contro, ma che in una prospettiva di advocacy diventano formidabili alleati. «È un tema a-competitivo – afferma Devigili – ed è un approccio che richiede tempo e pazienza, ma dà forza, autorevolezza ed è efficace». Nel libro ad esempio si racconta l’esperienza di Bolton Group, colosso del food, che insieme a realtà del mondo scientifico e del non profit, oltre che dell’industria, ha costituito una fondazione (International Seafood Sustainability Foundation) per affrontare il problema del depauperamento dello stock ittico, ottenendo risultati che nessuno degli attori coinvolti, da solo, avrebbe potuto conseguire (è stata considerata una best practice di settore anche nelle analisi del severo think tank InfluenceMap).

La sostenibilità del futuro non potrà poi fare a meno di recuperare qualcosa del suo passato. Per esempio, la motivazione etica che ha mosso i pionieri della sostenibilità e che deve restare al centro. Perché è quella che permette di andare oltre l’approccio di compliance a norme e regolamenti che oggi è largamente diffuso. «Pagare un salario legale – esemplifica Devigili – mette al riparo dal punto di vista giuridico, ma può non essere un salario dignitoso. È lì che deve subentrare l’etica, che resta il motore principale che spinge ad agire in una prospettiva di bene comune».

Serve infine una riflessione terminologica, che poi è soprattutto concettuale: «Più che di sviluppo – dice Devigili – dovremmo iniziare a parlare di progresso sostenibile». Il riferimento è al pensiero di Pier Paolo Pasolini, citato nelle conclusioni del libro, che affermava nei suoi “Scritti corsari” che lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico, legato a produzione e consumo di beni. Mentre il progresso è una nozione sociale e politica. E sta all’opposto.

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Giornalista, blogger, storytweeter. Laurea alla Bocconi. Da metà anni ’90 segue il dibattito sui temi di finanza sostenibile, csr, economia sociale. Blogga su mondosri.info. Homo twittante.​​​​